Dopo la mastectomia della moglie, Nathan decide di trasferirsi con la famiglia nella vecchia fattoria del padre. Poco dopo un meteorite si schianta proprio lì vicino, rilasciando una nube colorata e contaminando l’acqua. L’idrologo Ward (riferimento al nome di H. P. Lovecraft) si interessa alla vicenda…

In breve. Compatto, veloce e con richiami al miglior John Carpenter. Difficile chiedere di più ad un film del genere.

Secondo quanto riportato dai carteggi e da alcuni studi tematici, Lovecraft non amò mai l’allora nascente cinema, ed è quantomeno immaginare pensare cosa avrebbe pensato dei film che, in seguito, si sarebbero ispirati ai suoi film. Se continuiamo a parlarne, del resto, a più di 80 anni dalla sua morte, è chiaro che qualcosa di molto sostanziale ha lasciato, ed è a mio avviso suggestivo immaginare un suo fantasmagorico ritorno dallo spazio-tempo, magari in veste di un novello viaggatore verso la mitica Kadath, a godersi un film con Nicholas Cage ispirato ad uno dei suoi più celebri racconti. Chissà cosa avrebbe pensato e come l’avrebbe recensito…

Con questa nuova edizione cinematografica de “Il colore venuto dallo spazio“, uno degli “studi d’atmosfera” più celebri dello scrittore di Providence, dovremmo essere pressappoco a quota sei film a tema: a parte questo, infatti, vanno inclusi sicuramente Colour from the dark di Ivan Zuccon, La morte dall’occhio di cristallo, La fattoria maledetta, Die Farbe e Virus: Extreme Contamination.

C’è da sottolineare che la tradizione lovecraftiana è difficilmente filmabile e, in molti casi, le sue elaborazioni nel cinema sono solo “vagamente ispirate” al racconto; anche in questo caso, anche solo la scelta di un colore potrebbe sembrare un azzardo e, di fatto, solo pochi (tra cui Brian Yuzna) si sono presi il “lusso” di interpretare gli scritti lovecraftiani più o meno alla lettera (Reanimator), con risultati che poi non sono neanche piaciuti universalmente, in certi casi. Non è il caso di questo Il colore venuto dallo spazio, proposto tra gli altri sulle piattaforme di streaming Chili e (al momento in cui scrivo la recensione) su Sky.

Il buon Richard Stanley – che tutti ricorderanno, si spera, per uno dei film cyberpunk più belli mai realizzati, Hardware – Metallo letale – classe 1966, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico sudafricano, realizza un omaggio a Lovecraft estreamente personale, compiuto, accattivante e splatter al punto giusto: anche slo la mutazione degli alpaca indotta dal colore, per intenderci, è un delirio di carne ammassata degno de La cosa. Persiste il mood degli horror a episodi modello Creepshow, con un “qualcosa” che perseguita i personaggi senza materializzarsi se non mediante un colore imprecisato (un’idea effettivamente spaventosa ed originale, di suo), mentre è Nicholas Cage ad essere inquadrato come mattatore del film.

La scelta di questo interprete probabilmente non potrà mai mettere d’accordo tutti, soprattutto perchè i momenti cloud, in cui perde progressivamente il controllo, non sono proprio paragonabili alla perfida cattiveria di Jack Nicholson in Shining, ma la scelta è bilanciata dalle discrete interpretazioni degli altri personaggi, ed è virata su di lui peraltro per esplicita volontà del regista. Forse un limite (indiretto, senza dubbio) di questo film va cercato proprio in questa scelta, ma in fondo per un horror che parla di un colore gli interpreti, di per sè, passano quasi in secondo piano. Buoni anche gli effetti speciali, con qualche riferimento agli horror fantasy un po’ novantiani modello Wishmaster, e questa nuova elaborazione sostanzialmente funziona e cattura l’attenzione dello spettatore.  Al netto di questo, il film è annoverabile tra i buoni horror, anche al netto del finale delirante e quasi psichedelico, e mostra una famiglia dei tempi moderni alle prese con wicca, wi-fi ed annessi vezzi, confezionando un prodotto horror complessivamente più che dignitoso.

Da vedere e rivedere, soprattutto per chi ama Lovecraft ed il genere horror (e forse, alla fine, per nessun altro).