Venerdì 13 (S. Cunnigham, 1980)

Venerdì 13 giugno 1980: un gruppo di teenager si reca a Camp Crystal Lake, un campeggio che sta per riaprire dopo che, 20 anni prima, era stato commesso un efferato delitto ai danni di una coppia di giovani…Tra i primi slasher in assoluto: imprevedibile, cinico e crudele, ma il modello di riferimento sembra essere stato Reazione a catena di Mario Bava (1971), senza contare che il “cugino” Michael Myers era stato presentato da John Carpenter con Helloween l’anno precedente. Qui siamo di fronte al primo vero successo “commerciale” del genere: l’assassino colpisce con inaudita ferocia, il sangue si dosa con cura, il suo volto si vede solo alla fine e, al di là di qualche sbavatura, si tratta di un film di enorme valore storico. Buona prova di regia di Cunnigham, ottimi momenti di tensione e (forse) troppa oscurità ed inutile attesa prima della rivelazione finale.

Non è semplicissimo introdurre il capitolo introduttivo della saga di Jason Woohres, non fosse altro che gli episodi usciti negli anni sono stati davvero troppi, e sembrano aver fatto di tutto per far disaffezionare anche i fan più incalliti. La paura introdotta da questo inquietante essere fuori dall’umano, dotato di forza sovrumana, capace di resuscitare un numero indefinito di volte e sul cui arrivo in scena si ironizzò anche in celebri parodie horror come il primo Scary Movie (cichi-cichi-cichi, ciaca-ciaca-ciaca…), si affianca alle debolezze quasi paradossali che lo accompagnano: il terrore della madre ossessiva, in primis, oltre a quello dell’acqua che sarà evidente nel recente spin-off con Freddy Krueger (Freddy VS. Jason). In questo film, comunque, il “ragazzone” è tutt’altro che esplicito, anche perchè il vero protagonista è solo un’ombra, una mano inquietante e sadica che si rivelerà solo alla fine. Finale che, per la cronaca, pare che sia stato ideato dall’effettista romeriano Tom Savini, in particolare per quanto riguarda proprio Jason ed il lago.

Bisogna aggiungere che in questo primo episodio Jason venne concepito prima come una vittima piuttosto che un carnefice, e ci volle l’intervento del produttore esecutivo Steve Miner (che passò alla regia nei successivi due episodi) per farlo diventare uno dei più famosi killer della storia del cinema. Contrariamente a quello che potremmo aspettarci, in effetti, in questa sede non vi è traccia di quello che è noto come l’ assassino con la maschera da hockey, anche perchè all’epoca dello svolgimento dei fatti (come vedrete, o avrete certamente già visto) era ancora un ragazzino. Il film viene ricordato per le singole sequenze memorabili, come quella in cui un ragazzo viene trafitto da un coltello attraverso il proprio letto, mentre la storia scorre in modo lento, inesorabile e mai prevedibile. Non mancano vari accenni di exploitation, mai pesanti per la verità, come lo strip-monopoli (!) a cui giocano ragazzi e ragazze, la ricerca perenne di marijuana, qualche scena di sesso e nudi prevalentemente femminili mai davvero indispensabili; il cult di questo film sorge anche certe dinamiche, come il classico “scemo del villaggio” che esorta i giovani a scappare via da quel posto maledetto, che film splatter dei giorni nostri come Dead Snow riprenderanno con precisione quasi millimetrica. Il vero tributo, citato solo negli anni recenti, comunque, rimane il nostrano Mario Bava ed il suo celebre film, assai simile per certi aspetti, Reazione a catena: una scena evocativa in tal senso è l’ascia nella testa di una delle vittime, che evoca una sequenza simile del film italiano.

Indimenticabile la colonna sonora, costituita da un tema classico da giallo alla Psyco, che non avrebbe certo sfigurato nei capolavori di Hitchcock; a riguardo del celebre tema vocalizzato della colonna sonora, Harry Manfredini raccontò di aver voluto evocare la frase “kill… kill kill, mom… mom mom“, effetto che ottenne applicando un delay alla propria voce in un microfono. Nella versione italiana Camp Crystal Lake diventa invece l’orripilante “Lago Campo di Cristallo”, che suona così male da far venire la voglia di vedere il film in lingua originale.

In ultima analisi: si sa che la critica non fu molto buona verso questa opera, ed è bene ricordarlo per sottolineare la rivalutazione (solo parziale) a cui si è arrivati oggi. Gene Siskel non solo definì il regista “una delle creature più spregievoli che abbiano mai infestato il movie business“, ma arrivò a pubblicare l’indirizzo private di Betsy Palmer incoraggiando i detrattori a scriverle il loro disappunto (una cosa molto english farlo mediante una lettera, bisogna riconoscere). Non pago, dedicò una puntata del suo programma (assieme a Roger Ebert) sostenendo che il film avesse come aspetto riprovevole il fatto che spingesse il pubblico a fare il tifo per l’assassino: accusa piuttosto concreta, sempre se si tratta di un’accusa, ma da rivolgere per completezza a qualsiasi film abbia come argomento una vendetta. L’immedesimazione nel protagonista, peraltro, di solito significa che lo script del film è azzeccato, e che nel complesso il film funziona. “Venerdì 13” forse disturba per la sua essenzialità, per il suo lugubre cinismo e per il fatto che molti aspetti rimangano insoluti: uno schiaffo alla razionalità che rispetta appieno lo scopo di un thriller/horror, ovvero quello di esasperare le paure, e di esporle al pubblico senza riguardi.

“Il bambino… è morto anche lui? Il bambino… Jason! È ancora lì…”