Squid game ricalca le nostre ossessioni represse


Il successo esplosivo della serie Squid game non dovrebbe sorprendere, a conti fatti, considerando che in Italia ha pure superato le barriere linguistiche dell’amatissimo doppiaggio, circolando su Netflix in versione sottotitolata e in lingua originale.

Basata su un’idea popolarissima nella cinematografia di genere, viene scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk, che afferma naturalmente di essersi ispirato a difficoltà reali (di ordine economico) del proprio personale passato, per tirarla fuori. Sono chiari, per inciso, i riferimenti ad un certo modo di intendere il cinema, del resto, che va dal cult The running man con Schwarznegger e sorvola decine di emuli analoghi: l’immarcescibile Cube di Vincenzo Natali, As the gods will di Takashi Miike; e poi pensavo pure a The hole, forse addirittura a The experiment.

È significativo osservare come sia frequente, nelle produzioni recenti, l’onnipresenza di tematiche narrative nelle serie e nel cinema legate all’ossessione per il capitale, alla brama del successo “costi quel che costi” e all’idea, radicata in molti di noi, che sia necessario trovare “la” soluzione per risolvere qualsiasi nostro problema (come se nella realtà bastasse trovarne solo una). L’immagine di concorrenti in difficoltà e disposti a tutto è abusatissima anche nel cinema horror, tanto che in molti casi degenerava in vero e proprio torture porn, della serie: sì, per sopravvivere sono disposto alle peggior efferatezze a danno di chiunque (per quello citavo The experiment, per inciso).  In tal senso Squid game, che evoca già dal nome un “gioco” (innocente per definizione, tutt’altro che tale nella sua concretizzazione filmica), potrebbe rivelarsi una catarsi dall’ossessione ludopatica che attanaglia molte persone, figlia anche (e probabilmente) delle psicosi dilaganti fin dagli anni ’80, sulla figura dei Young Urban Professional (yuppie), che non badano a spese e possono avere incondizionatamente sesso, droga, soldi e rock’n roll.

Opera dalla genesi tutt’altro che banale, Squid Game è stato scritto da Hwang Dong-hyuk nella sua prima sceneggiatura nel lontano 2008, periodo in cui il regista versava in cattive condizioni economiche. Una trama che, all’epoca, definiva lui stesso troppo complessa da capire o weird, che non venne accettata dalle produzioni e che, nonostante tutto, ha mantenuto lo stesso il proprio carattere di allegoria sul mondo in cui viviamo. A quel punto, semplicemente, come molti di noi in circostanze difficili (o se protagonisti di un post-apocalittico o survival horror), Dong-hyuk ha tenuto duro. Ed ha dovuto aspettare il 2019 perchè Netflix si interessasse al progetto, che Hwang stesso aveva anche definito “una storia di perdenti“, e che diventa anche una storia di aspettative sociali pressanti e di una società che discrimina le persone in base allo status economico, mettendole le une contro le altre, in maniera cinica e incondizionata. Del resto non c’è bisogno di essere appassionati di serie TV per capirlo: il 2020 lo ha ampiamente dimostrato.

Di cosa parla Squid Game?

La serie è incentrata su un concorso, sulla falsariga delle trame survival a cui accennavamo all’inizio,  in cui un gruppo di 456 giocatori, provenienti da diversi ceti sociali (ed accomunati dal fatto di avere debiti), giocano a una serie di “varianti mortali” di comuni giochi per bambini (in palio ci sono 45,6 miliardi).

Ad oggi ci sono nove episodi in tutto, già si parla di un seguito (Squid Game 2) e, insomma, la cannibalizzazione incessante di serie TV e prodotti cinematografici in cui si spinge quasi esclusivamente sull’hype sembra non conoscere tregua. Non fosse altro che, questa volta, le recensioni sembrano sinceramente attendibili, vale la pena di dare una possibilità al lavoro di Dong-hyuk, non fosse altro per la sua genesi non scontata e dando per buono, in questa fase, che possa riservare piacevoli sorprese al pubblico.