The blues brothers: uno dei film iconici degli anni ’80


Nella Chicago anni 80 Jake Joliet Blues è stato appena scarcerato: ad accoglierlo all’uscita, il fratello Elwood. Saliti a bordo della Bluesmobile (una macchina della polizia riadattata per l’occasione), i Blues Brothers si recano nell’orfanotrofio che li ha accolti, dato che sta per chiudere per via di una multa salata.

In breve. Definirlo solo un musical è riduttivo: The blues brothers di John Landis è un’icona totale di cinema da vedere e rivedere, che non stanca mai e diverte, ancora oggi, come il primo giorno in cui uscì.

Il film si apre su un’interminabile sequenza, del tutto priva di musica, in cui vediamo l’uscita dal carcere del personaggio interpretato da Belushi: ripreso rigorosamente di spalle, cammina accompagnato da due guardie burbere, e vediamo buona parte della sequenza dall’alto. A breve assisteremo ad una carovana spettacolare di musicisti che, oltre a cantare e suonare, prestarono le proprie interpretazioni ai vari personaggi (Ray Charles, ad esempio, è il proprietario di un negozio di musica), per uno dei film più celebrati e divertenti usciti in quegli anni.

L’essenza del film – sempre in elegante bilico tra sogno e realtà – si basa su un equivoco di fondo (nessun riconosce il nobile intento dei protagonisti, e tutti gli daranno la caccia), e c’è un episodio emblematico in tal senso: forse per via di un problema di comunicazione col carcere (la Joliet Prison dell’Illnois, nella realtà), infatti, l’elicottero che lo riprendeva venne preso di mira a fucilate dalle guardie, che temevano si trattasse di un tentativo di spionaggio. La band di cui si parla nel film è ovviamente esistente, ha prodotto sette dischi ufficiali, è tuttora in attività e nacque nel programma televisivo Saturday Night Live nel 1978. L’idea di creare un film venne partorita in seguito al successo ottenuto dal primo disco e da quelle prime apparizioni.

Azione, azione, e ancora azione. La Bluesmobile è una macchina della polizia modificata (precisamente una Dodge Monaco del 1974), emblema per eccellenza degli inseguimenti tipici di qualsiasi action movie. Nel film vediamo anche una quantità surreale di incidenti stradali, espressione delle situazioni più paradossali e divertenti, tale da far entrare il film nel Guinness dei primati per qualche anno (un totale di 103 auto demolite). The blues brothers divenne rapidamente un film iconico per gli anni 80, e vide la partecipazione di tutti i più importanti artisti musicali: da Cab Calloway a James Brown, passando per Ray Charles, Aretha Franklin e un’apparizione quasi “incidentale” di John Lee Hooker. Un film che se non è considerabile soltanto un musical, di fatto (anche se ovviamente nella sostanza lo è), porta il genere molto oltre, ed è caratterizzato dal gusto per il paradosso accompagnava molte commedie americane dell’epoca (lo stesso che Leslie Nielsen avrebbe sublimato nella saga de Una pallottola spuntata).

E poi c’è la solida regia di John Landis, che non si fa scrupoli a proporre qualsiasi cosa pur di divertire il proprio pubblico (spesso sconfinando nel paradosso), nonchè una autentica garanzia per l’epoca: c’è sempre lui dietro i classiconi quali Una poltrona per due, Un lupo mannaro americano a Londra e ovviamente Animal House. Ed infine, naturalmente, ci sono le interpretazioni memorabili dei due fratelli Blues: la premiata coppia John Belushi & Dan Aykroyd con il loro inconfondibile e costante aplomb, nonostante le situazioni attorno a loro siano sempre più disastrose.

Un climax di ottima musica – quasi tutte reinterpretazioni di classici del soul e del blues – che emerge in modo sempre più incisivo fino ai deliranti minuti finali. Il paradosso finale è, a ben vedere, proprio in quell’inseguimento conclusivo, con praticamente tutti gli USA – inclusi pompieri, una band country che avevano spodestato, i nazisti dell’Illnois, la polizia e l’esercito – danno la caccia ai protagonisti. Anche qui l’eredità più chiara è quella della commedia slapstick, dell’umorismo da fumetto o cartone animato umoristico, ma è evidente che si vada anche ad esasperare il tono medio di un qualsiasi film d’azione serioso, come tanti (forse troppi) ne uscivano in quegli anni.

Se quest’ultima sequenza dovrebbe forse rientrare di diritto tra le migliori scene d’azione mai realizzate, è anche evidente il senso parodistico rispetto ai titoli “seri” in voga in quegli anni. Ancora oggi stupisce e diverte l’atteggiamento serafico con cui Elwood e Joliet Jake (questi i nomi dei due fratelli) passano attraverso varie situazioni una peggio dell’altra, spesso al limite dello slapstick, tra cui un paio di attentati a colpi di bazooka, mitra e dinamite da parte della Mystery Woman, la donna del mistero interpretata da Carrie Fisher (nella parte dell’innamorata delusa, abbandonata sull’altare proprio da Joliet). Al netto dell’aspetto “distruttivo” del film – tra cui annoveriamo, a parte un centro commerciale devastato e l’esplosione di una palazzina da cui, come se nulla fosse, emergono i protagonisti – c’è anche più di un riferimento politico: su tutti, quello ai nazisti dell’Illnois, definiti nello scriptAmerican Socialist White People’s Party“, un acronimo (ASWPP) che in inglese suona molto simile a “ass wipe” (letteralmente, pulirsi il culo). Nonostante la sua natura “sovversiva” e a testimonianza del suo mood profondamente surreale, in occasione del trentennale del film il quotidiano del Vaticano L’osservatore romano arrivò ad inserirlo tra i film consigliati per i buoni cattolici, nello stesso calderone di The passion di Mel Gibson. Evidentemente il ritornello ironico della pellicola, “siamo in missione per conto di Dio“, doveva essere rimasto particolarmente impresso da quelle parti.

Su John Belushi (e, in misura leggermente ridotta, anche su Dan Aykroyd) bisognerebbe scrivere un trattato, essendo racchiusi nel suo personaggi i più comuni topos dell’uomo comune, con più difetti che pregi, e anche del tipico anti-eroe ottantiano: una combo in cui divenne facile identificarsi per il pubblico. Paracriminale, scaltro e inaffidabile – quanto spinto da un nobile intento (la ricerca dei 5000 dollari serve a non far chiudere l’orfanotrofio in cui i due fratelli sono cresciuti) – nella sostanza era abile solo a cacciarsi nei guai assieme al fratello. E fu anche particolarmente distratto nella realtà, dato che ad esempio perse gli occhiali da sole che usa perennemente nel film (anche durante una sauna) tante volte da essere soprannominato Black hole, con riferimento ironico al “buco nero” in cui i suoi oggetti di scena andavano a finire.

L’aspetto che lo ha reso il personaggio più amato in assoluto del film, quasi certamente, è legato a questo suo modo di apparire tutt’altro che perfetto, solo ostentatamente impeccabile o, in definitiva, profondamente umano: tant’è che si racconta un episodio realmente avvenuto sul set che, in qualche modo, sembra tratto dalla sceneggiatura. Dopo una ripresa notturna, infatti, Belushi era scomparso nel nulla; e fu proprio l’amico di sempre, Aykroyd, a trovarlo. Si scoprì poco dopo che si era auto-invitato nell’unica casa con le luci accese della zona, chiedendo un sandwich ed un bicchiere di latte: venne trovato affossato comodamente nel divano dei padroni di casa.

The blues brothers è da qualche tempo disponibile su varie piattaforme di streaming, tra cui l’immancabile Netflix.