Impassibile, inafferrabile, indirettamente comico ed assoluto maestro del paradosso: Valerio Lundini, classe 1986, appartiene alle nuove generazioni di comici italiani. Grazie ad un format ed un modello di comicità innovativo e finalmente (possiamo scriverlo) originale, Lundini sembra rispondere alla domanda più annosa che abbia mai afflitto generazioni di critici e di pubblico: chi sono i comici contemporanei degni di attenzione?

Generazioni perse a chiedersi dove fossero, questi nuovi comici, oppure – per dirla ancora meglio – rimuginanti e dubbiose nel capire chi fossero, ovviamente tra quelli in grado di fare ridere. Dote tutt’altro che scontata, perchè la cosa più comune che possa capire ad un comico o ad un satirico è propria quella di non fare ridere nessuno. Lenny Bruce, ad esempio, all’epoca non faceva esattamente ridere tutti, tant’è che arrivò ad essere arrestato durante i suoi show per almeno un paio di volte. Luttazzi è scomparso dai radar TV dopo un paio di anni di exploit, arrivando ad essere praticamente boicottato dalle dirigenze televisive e da una subdola shitstorm mediante Youtube.

Lundini riprende in mano la situazione e propone un modello di comicità che si basa, in larga parte, su uno dei format più assurdamente divertenti mai proposti in televisione: parliamo del Flying Circus dei Monty Python, che la BBC (forse con qualche perplessità, ho sempre immaginato) mandò in onda a fine anni 60, nel quale cinque comici folli e creativi decontestualizzavano la comicità, rendendola assurda e paradossale nonchè ponendosi come base per le nuove generazioni, tra cui (per citarne due a caso) Griffin e South Park.

L’intervista a Pierluigi Pardo, ad esempio, potrebbe essere stata condotta con la stessa efficacia da John Cleese in quel contesto.

In un certo senso, peraltro, il principale paradosso della comicità lundiniana – alienante quanto diretta o essenziale – sta proprio nella sua auto-parodia, o in quello che i più colti chiamano meta-umorismo (l’umorismo sull’umorismo, una cosa che si paga amaramente, se non si è in grado di farla). Il tutto riportato ad una dimensione paradossale e consegnata al grande pubblico in pompa magna, in cui il suo personaggio è di fatto un sostituto, una “pezza” chiamata a sostituire l’ennesimo programma inutile che non potrà andare in onda. Il suo personaggio è un conduttore televisivo ambizioso quanto irascibile, circondato da totale improvvisazione e spesso in difficoltà nel porre domande agli ospiti in studio, palesando una sorta di spassosa pedanteria e capacità di sparlare del nulla, in molti casi. Con un risultato sorprendentemente comico, soprattutto.

Le prime volte che ho visto Una pezza di Lundini devo riconoscere che non ne ho colto il mood: probabilmente mi ha condizionato il logo della RAI sovrapposto a quei video, virali quanto condivisi all’inverosimile sui social, mi ha fatto sollevare qualche sopracciglio. Ero perplesso, e quel mio vederlo a tratti consegnava un’immagine solo parziale della sua comicità: che è raffinata, sempre in grado di cogliere il bersaglio, immensamente creativa e spiazzante. Siamo ormai abituati a farci spiazzare dalle tenebrose notizie che affollano i TG da un anno a questa parte, in un circolo vizioso di orrore di cui ancora oggi non si vede la fine. E non era semplice proporre un modello del genere e farlo funzionare, anche se – evidentemente – era un ottimo momento per farlo.

Lundini gioca con i paradossi tratti dal teatro dell’assurdo e con dei giochi interiori degni di un manuale (su tutti: la gestione dell’imbarazzo e dell’imprevisto), ma è altresì abile a giocare col politicamente scorretto, proponendolo non nella veste becera con cui solitamente viene sfruttato bensì giocando di sottintesi che fanno ridere anche solo di riflesso, come dimostrato in uno dei brani che l’ha reso celebre, Bango Bongo. In cui, peraltro, non manca un riferimento ironico alla fantascienza anni 50 e ai fumetti dello stesso genere.

Il poeta del surreale, così come viene definito nel sito di RaiPlay (sul quale è possibile vedere tutte le puntate del suo programma in streaming), riesce in quella che, nei tempi che viviamo, è una vera e propria impresa: riprendersi un pubblico che, suo malgrado, sembrava aver perso definitivamente la voglia di ridere nell’era post Covid-19, persi tra fatalismo giornalistico, burocratese ammorbante, annunci di morte imminente ed occultamento delle (poche, striminzite quanto imprescindibili) notizie positive – che pero’, signora mia, non fanno audience.

Il tutto con buona pace di chi non ride del risibile, forse per darsi un tono, forse perchè affascinato indirettamente dal meccanismo stesso del format, con riferimento a chi, a suo tempo, ha ammesso candidamente – e in modo difficilmente spiegabile, a mio avviso – di non aver riso vedendo LOL perchè, tra l’altro, non conosceva alcuni dei partecipanti: come se la comicità fosse legata alla conoscenza intima dell’interprete e non, come in realtà dovrebbe succedere, alla sua tecnica comica.

Lundini fa ridere sempre, e risolve l’annosa questione della ricerca di cui sopra, senza orpelli intellettualistici, senza ostentazione e senza riciclo di battute altrui. Non è poco, e prima ce ne accorgiamo meglio sarà.

Valerio Lundini esordisce con alcuni programmi radiofonici per poi passare in TV per la prima volta nel 2019; di lì a poco condurrà Una pezza di Lundini, programma satirico surreale incentrato su gag originali e meta-umoristiche oltre che sulla presenza di Emanuela Fanelli e di innumerevoli (e surreali) personaggi. Gli ospiti del programma si prestano quasi sempre alle sue gag, potenziando ulteriormente la vis comica del format.

(Foto di copertina tratta dal profilo Instagram ufficiale)