Autopsy (Øvredal, 2016)

Un medico legale ed il figlio assistente di laboratorio vengono incaricati di scoprire la causa di morte di una giovane donna…

In breve. Notevole prova dell’orrore da parte del regista norvegese Øvredal, ricca di riferimenti (da Cronenberg alle migliori serie TV poliziesche) e girata con ottimo ritmo; il risultato si lascia guardare con grande intensità. Molto esplicito e sanguinolento, mai gratuito: da non perdere.

Jane Doe, nome tipicamente attribuito a persona di cui non si sa nulla, è apparentemente una donna di massimo trent’anni trovata sepolta nello scantinato di una casa, teatro di un pluri-omicidio senza testimoni. Saranno due coroner ad avere il compito di ricostruire la verità e stabilire, soprattutto, la causa del decesso: cosa succederà durante l’autopsia?

Non ci sono dubbi che “The autopsy of Jane Doe” si presenti fin dall’inizio come un horror fuori dalle righe: il cast ridotto a tre soli attori (tra cui la defunta), scenografie essenziali e giusto qualche sprazzo narrativo iniziale (sintetico quanto efficace). “Coinvolgente” è un aggettivo poco comune nell’horror in generale, che spesso si racconta senza un briciolo di intensità e, anzi, costringendo lo spettatore a restare seduto sfruttando orrori fini a se stessi e/o effettacci all’improvviso: in questo caso coinvolgente è l’aggettivo giusto, ancor più per via di topic che evocano l’horror di genere più crudo (e spesso gratuito), che qui viene comunque declinato in maniera fredda, lucida e concedendo il giusto spazio alle interpretazioni sovrannaturali. Del resto se il tema della “vendetta dal passato” rimane una possibile spiegazione, resta perfettamente plausibile pensare ad una sorta di isterìa omicida indotta dall’aria inquietante della donna, che – al di là dell’aria decisamente algida – in vari momenti del film sembra cambiare leggermente espressione, spesso in base a ciò che succede attorno a lei (un tocco di umorismo nero decisamente azzeccato, quest’ultimo).

Il ritmo di Autopsy è quello dei classici che non stancano mai, soprattutto nella prima porzione del film (dove la tensione si affetta col bisturi) e meno nella seconda (incentrata su toni quasi introspettivi). Del resto, se non fosse per alcuni dettagli decisamente disturbanti – il proto-splatter che ti aspetteresti ragionevolmente per un film ambientato in un obitorio – sarebbe uno di quei film da vedere e far rivedere un po’ a tutti. Questo non solo per le interpretazioni, tutte di livello, dei singoli attori, ma soprattutto per la regia solida, convinta ed abilissima a creare angoscia e terrore realistici come forse – almeno di recente – solo la generazione di horror francesi alla Martyrs o A l’interieur era stata in grado. In realtà sembra che il regista abbia avuto l’idea di fare un horror dopo aver assistito all’anteprima di L’evocazione – The Conjuring, da cui dovrebbe aver tratto una certa componente sovrannaturale, effettivamente qui presente (alquanto atipica per un film che evoca, a più riprese, soprattutto un “horror scientifico” alla Cronenberg prima maniera).

Basta assistere a qualche minuto preso a caso da Autopsy, del resto, per farsi sorprendere da un’angoscia grottesca, insostenibile quanto attrattiva per lo spettatore, sempre più incuriosito dal voler sapere la verità con cui hanno a che fare i due coroner. Nelle mani di molti altri, questo film sarebbe stato concepito come una sagra dell’orrore a basso costo, cosa che il buon xxx evita accuratamente di fare, per quanto più della metà del plot si basi su una storia raccontata a partire dalle varie fasi dell’autopsia sulla donna. Derivare un intreccio narrativo credibile da questo è un’idea senza dubbio originale, e sono anzi le idee di cui il genere necessita per non collassare nelle citazioni infinite del passato. Da questo equilibrio tra passato ed innovazione, tra citazioni accennate a vari film (tra cui lo Shining kubrickiano, probabilmente: impossibile non pensarci nella sequenza dei corridoi vuoti e dell’accetta), deriva a mio avviso la vera forza di questo film. Autopsy non è comunque esente  da difetti, il principale dei quali è dovuto ad un finale efficace ma troppo “asciutto”, probabilmente, e non troppo ricco dei dettagli che il pubblico, in questi casi, dovrebbe amare particolarmente.

L’intero plot di Autopsy, si basa sui singolari avvenimenti che vivranno, durante l’ennesima seduta di autopsia, un medico legale (padre) ed un assistente di laboratorio (figlio). Riuscire a raccontare una storia in queste condizioni, con unica terza interprete la modella irlandese Olwen Kenny nella singolare parte del cadavere (parte per cui pare abbia sfruttato tecniche di yoga) è un azzardo su cui scommettere: scommessa vinta, in questo caso, perchè il film si regge in piedi perfettamente e, anzi, ci si meraviglia di come sia stato possibile portare avanti una storia da questi presupposti.

Autopsy è il primo film americano del norvegese André Øvredal, e c’è solo da augurarsi – per il bene del genere horror, e per non dover rimpiangere il cinema del passato per il resto dei nostri giorni – che non rimanga l’ultimo con questi toni e queste idee.

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Autopsy (Øvredal, 2016)
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