Recensione

Borat Seguito di film cinema: il ritorno del giornalista kazako che diverte (e fa arrabbiare) chiunque

Borat – Seguito di film cinema (più semplicemente Borat 2, nel nostro paese) recupera il personaggio di Borat Margaret Sagdiyev, il personaggio inventato dal comico Sacha Baron Cohen nei primi anni duemila, protagonista di film e sketch di genere grottesco-surreale. Inquadrare il contesto è fondamentale, per un film del genere, perchè nel vedere questo mockumentary lo straniamento dello spettatore è dietro l’angolo, e può in effetti non essere immediato coglierne lo spirito. Anche vero che si tratta di un’opera fruibile quasi esclusivamente da chi conosce quel personaggio e la sua verve comica, basata essenzialmente sul creare imbarazzo e trollare nei modi più devastanti l’interlocutore.

Film che, prima di aggiungere qualsiasi altre dettaglio in merito (e ce ne sono fin troppi), vanta uno dei titoli più lunghi mai proposti per un film: Gift of Pornographic Monkey to Vice Premiere Mikhael Pence to Make Benefit Recently Diminished Nation of Kazakhstan. All’interno del falso documentario, una carovana di temi etici cari all’attore da sempre: diritti della donna, educazione sessuale, aborto, masturbazione, sessismo, patriarcato, negazionismo e via dicendo. Ciò che rimane incredibile del lavoro, a conti fatti, e al netto di un umorismo tagliente che forse non piacerà a molti, è la sua dimensione narrativa, che resta perennemente sospesa tra un immaginario narrativo paradossale e un mondo reale ancora più grottesco.

Borat è un personaggio satirico ab ovo, frutto di coincidenze immaginarie quanto sgradevoli: nasce da uno stupro in un mondo grottescamente retrogrado, che chiude in gabbia le donne, ammette il patriarcato e sguazza nella più becera cultura maschilista, repressiva e anti-modernista. Il tutto ambientato nel Kuçzek, un villaggio del Kazakistan da cui prende inizio la narrazione del film (di poco conto, di suo: un padre che viene rinnegato dal proprio paese e per salvarsi la faccia va in missione negli USA, recuperando il rapporto con la figlia che, a sua volta, riuscirà ad emanciparsi dal bigottismo del paese di origine). Borat Sagdiyev viene infatti affiancato dal personaggio della giovane Tutar, che è destinata a finire in moglie, contro la sua volontà, al vice-presidente USA Mike Pence, durante le elezioni presidenziali del 2020.

Chiaramente questo tipo di rappresentazione ha ufficialmente infastidito i rappresentanti governativi del Kazakistan, per quanto Cohen abbia utilizzato lo stereotipo dell’europeo dell’est “grezzo” anche per associarlo a quello americano repubblicano, altrettanto poco evoluto. Del resto Borat si ama o si odia, al netto degli stereotipi del caso. A poco vale, peraltro, contestualizzare i natali di Sacha Noam Baron Cohen (che sono britannici, classe 1971), e altrettanto a poco valgono le attenuanti narrative del caso: Borat è per definizione oggetto di polemiche da parte di chiunque, quanto risulta amatissimo dal suo pubblico (che, probabilmente, non va troppo per il sottile, è intriso di cinismo e disillusione, e – senza voler generalizzare – non si distingue per una vena progressista). Uno stile da cinema-verità che va a stuzzicare i bassi istinti dell’americano medio, inconsapevole di essere oggetto di gag e in grado di prendersi mostruosamente sul serio.

Borat Seguito di film cinema si rivela un film dotato di un umorismo grezzo quanto mai gratuito, con qualche momento di stanca alternato con sketch raffinati (alcuni seriamente al limite del magistrale), il che ricorda – per certi versi – l’effetto visibile in film omologhi come Postal, spingendo forse ancora più in là la dimensione dell’immaginario.

Immaginario che, per Borat, si colloca in una dimensione da azzardato cinema-verità, con tutti i rischi (reali) del caso, in un climax di eccessi e provocazioni: lo vediamo ad esempio trollare un comizio di Micheal Pence, vestito da Donald Trump, venendo allontanato dalla security. Poca roba, degna al massimo di programmi comici italiani sopravvalutati (impropriamente considerati “satirici”) se poi lo vediamo andare un congresso di Repubblicani vestito da membro del Ku Klux Klan, tra l’imbarazzo e la perplessità dei presenti. Questo mix di dimensione narrativa immaginaria miscelata con persone letteralmente prese a caso dalla folla ed inconsapevoli di essere parte di un mockumentary rende, a suo modo, un lavoro del genere degno di attenzione anche solo per questo motivo.

Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan.

Non pago, Borat gira parte del suo nuovo mockumentary comico in casa di due repubblicani (neanche troppo velatamente negazionisti del Covid-19) durante il primo lockdown statunitense, accollandosi il rischio di contagio, spacciandosi per il vero Borat (!) e facendo loro credere non solo di essere un vero giornalista, ma anche di condividere le loro idee. Quale coup de théâtre finale, Borat arriva a filmare parte del film a un comizio di estrema destra, spacciandosi per un cantante country e intonando canzoni contro Obama, populiste e negazioniste, ingraziandosi parte del pubblico che ha creduto davvero a ciò che stava vedendo. Stando alla testimonianza dell’attore, in seguito fu costretto a scappare dalla folla inferocita, mentre sotto il vestito indossava “un giubbotto antiproiettile: ma sembrava inadeguato visto che alcuni brandivano armi semi-automatiche”. Se per pura ipotesi Borat venisse in Italia a fare le stesse cose, a questo punto, sarebbe oggetto di un titanico talk show non-stop della durata, presumiamo, di almeno trecento anni.

Borat 2 è stato girato – senza alcun annuncio iniziale- alla totale insaputa delle persone che vi compaiono all’interno, tra cui politici americani come Rudolph Giuliani (e, forse non del tutto inconsapevolmente, attori come Tom Hanks), tra il tardo 2019 e l’estate del 2020. Tale scelta ha provocato qualche imbarazzo addirittura a Giuliani: l’ex sindaco di New York, infatti, ha fatto un’apparizione inconsapevole in questo film, nella sequenza in cui accetta un’intervista con Tutar, decisa a diventare giornalista. Invitata nella stanza d’albergo della donna, vediamo Giuliani sdraiarsi sul letto e quasi sfilarsi i pantaloni, con Borat che fa irruzione vestito in modo ridicolo e affermando che si tratta di una minorenne “troppo vecchia per te“.

Il tutto ha scatenato le ire di Donald Trump in persona contro l’attore (che, a sua volta, ringraziò l’allora presidente per la visibilità concessa), mentre Giuliani vinse anche due Razzie Awards, di cui uno come peggiore attore non protagonista.

Per quanto non sempre il film sia davvero divertente e, in alcune parti, manchino ritmo e trovate adeguate, vince ogni premio possibile la sequenza della visita ad un pastore americano, a cui Borat (adeguatamente travestito, ancora una volta) racconta di voler imporre un aborto alla figlia. La ragazza, nella storia del film, infatti, ha ingerito accidentamente un piccolo bambino di plastica presente su una torta, e ovviamente il trollaggio impone che si faccia credere al religioso ad una pratica di aborto. L’effetto comico è devastante proprio perchè il pastore, come prevedibile, cerca di dissuaderli dall’idea, nonostante ciò lo porti ad accettare l’eventualità di un incesto.

Essendo un film quasi a episodi, di fatto, vale la pena citarne qualcun altro: la baby sitter Jeanise Jones, uno dei pochi personaggi “progressisti” del film (nonchè paladina del cambiamento di Tutar), è stata pagata 3600 dollari – stando a IMDB – per partecipare al film, ma lo fece con l’idea che fosse un documentario autentico. Solo in seguito venne a sapere del mockumentary comico, ammettendo di essere stata ingannata e di non aver riconosciuto nè Maria Bakalova nè tantomeno Baron Cohen. Non solo: il protagonista riuscì a trascorrere ben cinque giorni con i candidati repubblicani Jerry Holleman e Jim Russell, a quanto pare senza mai uscire dal personaggio. Impossibile non citare la causa intentata al film (in seguito archiviata per inconsistenza) dagli eredi di Judith Dim Evans, intervistata e sopravvissuta agli stermini nazisti, oggetto di una gag contro i negazionisti dell’Olocausto. Il film è stato dedicato, per inciso, alla sua memoria.

Borat 2 è disponibile in streaming su Prime Video.


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