“Buio” di Emanuela Rossi è suggestivo, ma non convince

“Buio” di Emanuela Rossi è suggestivo, ma non convince

Tre sorelle vivono rinchiuse in casa con un padre apprensivo e prevaricatore: secondo lui, infatti, lì fuori c’è l’Apocalisse, si lotta per sopravvivere, ed il sole è un astro infido e aggressivo in grado di bruciare le donne.

In breve. Film suggestivo quanto, alla lunga, didascalico e vagamente inverosimile per alcuni dettagli finali. Il messaggio di fondo è lapidario, ma l’intreccio sembra troppo diluito rispetto alla sostanza.

Buio appartiene all’universo del cinema indie italiano che, storicamente, fa dell’altalenanza uno dei propri tratti tipici: è sicuramente un film originale, denotato da un singolare equilibrio tra la parte più cupa (quello che, a grandi linee, veniva delineato in tempi relativamente recenti in film come The divide), e quella più fiabesca. Finisce anche per essere orientato sui lidi del dramma cupo a carattere familiare (Profondo rosso e Shining restano riferimenti più teorici che sostanziali). Il tutto miscelando componenti di più generi, tra cui il dramma del disadattamento dell’individuo dopo un periodo di isolamento, lo stesso che vivono oggi molte persone in era post-Covid 19 – e che moltissimi, in tal senso, ha fatto riflettere. Buio sa costruire un’atmosfera oscura e surreale, grazie ad un pregevole lavoro di fotografia: si distacca, nel farlo, anche dalla componente brutale ed esplicita di certo cinema di genere, e preferisce accarezzare i lidi del poetico-idealistico a trazione introspettiva, quel genere che piace al pubblico meno avvezzo alle banalità (o almeno, ad una parte di esso).

Va subito notato che, in prima istanza, la qualità delle prove attoriali è superiore alle più rosee aspettative: i personaggi sono credibili e riusciti, in particolare il personaggio di Stella e quello del padre, a crearnee una contrapposizione lacerante, che lo spettatore avvertirà fin da subito. Chiunque guardi regolarmente le produzioni italiane del genere (questa è stata finanziata da un bando della regione Piemonte, per inciso), dovrebbe sapere che è raro trovare produzioni indipendenti con attori realmente convincenti; e lo è davvero, tanto più in un genere difficile come questo, dove è necessario che ognuno sia calato completamente nel contesto. Se non lo si fa, l’atmosfera cupa diventerebbe risibile. Da questo punto di vista Buio è molto ben attrezzato, e si nota una cura incredibile nell’illuminazione, nella fotografia e nella caratterizzazione degli scenari.

Dio non vuole le tue preghiere: Dio è buono.

Non mancano, pero’, i difetti: nonostante le ottime premesse, Buio si fa guardare con una certa fatica, trascinando la storia in modo concettuale e didascalico – il che, in un certo senso, cozza vagamente con la pretesa di rappresentare un messaggio realistico-femminista importante (esplicitato poi dalla scritta conclusiva dedicata “alle ragazze che resistono“). Del resto Buio sembra volersi concentrare, fin dai primi dialoghi, più sul messaggio che sullo stile: scelta lecita, di suo – che pero’ deve fare i conti, secondo me, con un certo genere di cinema (il post apocalittico, il thriller “familiare” ed annessi), figlio di una tradizione in cui, spesso e volentieri, l’eccesso c’era sempre, anzi rappresentava una sorta di simbolismo rivoluzionario e, di fatto, la forma travalicava sempre la sostanza. Tanti film di questo tipo, nella storia del cinema, erano considerati capolavori o trashate, senza vie di mezzo; se un film del genere si richiama a quella tradizione, lo fa ignorando completamente (e, credo, volutamente) il mood di quei lavori spesso insostenibili, violentissimi e/o profondamente simbolici, col risultato di ottenere un lavoro focalizzato solo a metà.

Senza scomodare trattazioni teoriche sul genere (che risulterebbero indigeste al 90% del pubblico a cui è rivolto questo film), Buio omaggia un certo cinema che pero’ dovrebbe, idealmente, giocare anche sulla rielaborazione del canone visuale, sulla riproposizione esplicita di ciò che è stato avvenuto di orribile – che in fondo si capisce quasi subito, e viene mostrato in modo un po’ sbrigativo. In tal senso, Buio si concentra più sul “cosa pensano” i protagonisti che sul “cosa hanno fatto“, rendolo un atipico thriller introspettivo in cui pero’, tutto sommato, è facile mollare la presa, distogliere l’attenzione, anche per via della sua lunghezza. Il messaggio è focalizzato sulla figura di un padre incestuoso, autoritario e apparentemente mansueto, oltre che in crisi mistico-devota: siamo comunque lontani dai predicatori-villain teatrali e violenti che caratterizzavano, ad esempio, i lavori di John Carpenter, e che in questo contesto sarebbe stato lecito aspettarsi. Il padre-padrone, di conseguenza, ne esce fuori quasi sminuito, inquietante solo in parte e, anche qui, lasciato più all’immaginazione che al mood esplicito sopracitato – mood che non sembra, in questo caso, avere avuto dimora.

La narrazione è lenta e inesorabile, viene affidata ad immagini isolate, sconnesse, spesso surreali (e questo è un bene), più o meno accennate (e questo, forse, alla lunga non è un bene), oltre ad un finale vagamente sbrigativo, telefonato, inverosimile quanto necessario a veicolare il messaggio di fondo. Iil film rimane comunque parzialmente interessante perchè possiede un ottimo potenziale, ma sembra che il feeling generale viva troppo di sottintesi, e sia più interessato a guidare l’happy end che a far ragionare sulla sostanza. Narrando la storia di un padre con le sue tre figlie (la madre è formalmente scomparsa, anche se non è difficile immaginare il suo destino) in seguito ad una presunta apocalisse dovuta all’esplosione del sole, il che ha reso i suoi raggi letali (si dice nel film) soprattutto per le donne, il film si svolge in situazioni surreali e, in egual misura, relativamente ordinarie, forse poco clamorose rispetto al narrato.

Questo vale soprattutto per la sequenza nel centro commerciale, simbolo di consumismo e di inganno quanto l’unico luogo di socializzazione utilizzabile da una ragazzina che non esce mai di casa. La figura paterna, del resto, opprime le tre figure femminili e le segrega in casa, terrorizzandole ferocemente pur di averne il controllo, ma – come si diceva prima – è un villain quanto riuscito solo a metà, proprio perchè non vediamo quasi mai cosa, come e quanto abbia fatto: ci limitiamo a sentirne parlare. Buio sceglie anche di sovvertire il climax di tensione: già a metà film l’arcano sembra essere scoperto, e l’effetto “palloncino che si sgonfia” è dietro l’angolo.

Al tempo stesso, vengono ricalcati i principali tòpos del cinema di genere, e solo alcuni: su tutti, la famiglia vista come istituto oppressivo, caratterizzato da un padre-padrone devoto quanto ipocrita, tendente a usare il senso di colpa come arma impropria per difendersi dallo spirito critico delle figlie. In genere i film a carattere distopico-incestuoso finivano per essere fin troppo espliciti (e spesso si fanno “prendere la mano” dalla exploitation – penso a Strange circus), per cui bisognerà quantomeno riconoscere la capacità della regista di trovare un equilibrio in tal senso. Viene in mente, durante la visione, anche The nest, che presenta alcuni punti di contatto con questo lavoro, per quanto quest’ultimo si caratterizzi per un feeling molto più nichilista (e mi verrebbe da scrivere “efficace“, anche se mi rendo conto che potrebbe essere un aspetto soggettivo).

Buio fa la scelta di non essere praticamente quasi mai esplicito, e la cosa meno gradevole di questa scelta è che il film risulta, per molti aspetti, troppo concentrato su se stesso, difficile da seguire per lo spettatore. Non voglio certo intendere che l’unica forma espressiva accettabile debba essere lo splatter: dico soltanto che, in questi casi, la ricercatezza d’essai rischia di farlo diventare un film “sproporzionato”, fuori focus rispetto all’intreccio. In un’atmosfera ancora più asfissiante come quella di Pontypool, per intenderci, succedeva quasi la stessa cosa: funzionava tutto, sulla carta ma alcuni dettagli erano puramente auto-referenziali, per via di un non meglio specificato “vezzo” artistico.

L’aspetto di critica femminista, del resto, in Buio sembra essere affidato esclusivamente alla parola, come se fossimo a teatro e come se, in qualche modo, si sforasse un po’ nel divulgativo; oppure, forse, come se mostrare troppo violasse quel senso di intimità un po’ ambigua che la regista ha voluto costruire. Scelta anch’essa parzialmente efficace che non riesce a costruire mai una vera situazione accattivante, di quelle che tengono incollate lo spettatore alla poltrona, dandogli occasione di ragionare sul topic del film nell’attesa di scoprire cosa succederà. Anzi, succede il contrario: dopo una prima parte del film ben costruita, inizia inesorabilmente la parte più ordinaria (quando in realtà dovrebbe essere shockante), e diventa quasi una produzione TV in prima serata, un lido vagamente banalizzante tanto più per via di certe scelte ricercate (le canzoni intonate in solitudine, i dialoghi tra ragazzi “ribbelli” e ovviamente amanti dell’hip hop, i brevi monologhi introspettivi e quasi beckettiani) – scelte che, alla lunga, sembrano crogiolarsi su se stesse.

Buio è una discreta produzione, in definitiva, con un fondamentale messaggio di fondo: ma la scelta di non esplicitare e di semplificare i mostri da esorcizzare (probabilmente più “filosofica” che stilistica) fa diventare il film stesso un prodotto meno interessante di quanto sembri e, alla prova della visione, quasi sopravvalutabile. Questo nonostante si ispiri a storie realmente accadute (il che di solito, per un film del genere, è la scelta migliore): ragazze tenute segregate per anni dalla propria famiglia, in nome di un isolamento egoista o sessista, e successivamente quasi incapaci di conoscere il mondo esterno. In questo frangente viene in mente un altro film analogo come The girl next door, tratto dal libro omonimo di Jack Ketchum (a dirla tutta, decisamente un’altra storia).

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