“Drive” di Refn è un film tutto sommato interessante

“Drive” di Refn è un film tutto sommato interessante

Meccanico e stuntman di giorno, autista esperto di fughe di notte, un uomo si troverà invischiato in una storia di crimini e ritorsioni senza volerlo.

In breve. Uno dei film più accessibili e “pop” di Refn, non esattamente un lavoro dai tratti “autoriali”. Ma l’omaggio all’action movie anni 80 è esplicito, tanto basta e vale la pena buttare un occhio.

Driver si basa sull’omonimo romanzo di James Sallis, e si muove sui territori del revival anni 80 di quelli nudi e crudi: a cominciare dallo scenario connivente con la criminalità locale, a finire alla “doppia vita” che caratterizza l’esistenza del protagonista. Personaggio che non viene mai chiamato per nome, come avviene per quelli di Madre!, per intenderci, e come avviene in genere quando si vuole caratterizzare un personaggio come emblema o simbolo di qualcosa. Come leggere questo film, del resto, è un lavoro da non affidare tassativamente al critico trombone di turno, perchè la semplicità della storia impone un patto registico di quelli facili: godersi la storia e, al limite, interrogarsi sul senso del finale.

Ryan Gosling interpreta un protagonista criptico, silenzioso, che parla lo stretto necessario e dai tratti quasi sinistri; per come viene presentato, è una specie di supereroe suburbano (ad un certo punto, per esempio, indossa una maschera della SPFX Masks, il che lo rende simile per certi versi a Michael Myers). Il suo “superpotere” è figurato dalle esagerate capacità di stuntman: abilità che lo rendono praticamente imbattibile quanto simile, per certi versi, al protagonista de Lo chiamavano Jeeg Robot, senza disdegnare una strizzata d’occhio a film di culto come Taxi Driver (ovviamente) ma anche come Cobra, a cui il regista ha dichiarato apertamente di essere stato ispirato. Un personaggio che, a conti fatti (fonte IMDB) pronuncia meno di 1000 parole in tutto il film: e tutto il resto sono sguardi di ghiaccio, silenzi e forza sovrumana – di quella che potresti avere solo come Chuck Norris de noantri.

Driver nasce da un singolare mix di sensazioni: da un lato l’amore del regista per i toni spensierati alla John Hughes (artefice di varie commedie ed autore, peraltro, della sceneggiatura di Mamma ho perso l’aereo), dall’altro per le virate splatter ed estreme tipiche dei noir più cupi, anni 70 ed 80. Ed in effetti la forza del film risiede proprio in questo equilibrio: da un lato la dolcezza della narrazione di un amore dai tratti impossibili, dall’altro un’esplosione di violenza che si nasconde in modo infido, imprevedibile, quasi come diretta conseguenza. Se Driver è pop, lo è molto meno che non ne sia stato tratto un sequel: proprio per via di quel finale dai tratti imperfetti, reali (per citare le parole del regista: “No, there will never be a second Drive movie. It ends too imperfectly. And that’s why it works.“). Questo dualismo sarebbe stato ispirato a Refn, per inciso, dalla favole dei fratelli Grimm, ed il senso del film andrebbe ricercato nell’idea di un amore idealistico, puro e romanzato quanto (almeno in parte) credibile.

Imperfezione forse è la parola chiave giusta per descrivere Driver: film che non è nemmeno chiaro se si tratti di un lavoro “leggero” da TV (forse, ma anche no – per via dello splatter), se sia un film di genere (forse, dato che in certi passaggi sembra di vedere Rambo e di sentirne gli stessi, scarni dialoghi) o arthouse (meno che mai, perchè la storia è lineare che più non si può). Per certi versi Driver è esattamente quello che sembra: un buon film con molta azione, quasi sulla falsariga di The guest, in cui si parte da una situazione di normalità che degenera, quasi come sotto l’influsso di una nemesi esterna, insensata e maligna.

Ed infine c’è un altro aspetto interessante: sono le motivazioni che muovono il protagonista a rimanere in buona parte oscure. Diversamente dalla media del genere in cui, per intenderci, l’eroe è mosso dal desiderio di vendetta, in questo caso il driver si trova suo malgrado coinvolto nella storia, e questo per via di una relazione che nasce male e finisce in modo imprecisato. Pur essendo chiara (e malcelata) l’attrazione verso la vicina di casa, infatti, non si capisce perchè accetti di aiutare il marito in un’impresa rischiosissima, senza peraltro guadagnarci nulla. Soprattutto, non è chiaro perchè non sembri volere nulla, e perchè non riesca a legarsi realmente alla donna: tutto è ammantato da un mistero di quelli epocali, inframezzati da pochi dialoghi (lo script fu ridotto dal regista da 80 e passa a sole 60 paginette) ed in cui la cosa più importante, in fin dei conti, sembra proprio quella Mustang.

E dire che Refn non è neanche un appassionato di motori come si potrebbe pensare: misteri della fede.

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