The divide (X. Gens, 2011)

In un futuro prossimo New York è devastata dal nucleare, ed otto persone si ritrovano nel sotterraneo di un palazzo, allestito a mo’ di rifugio antiatomico. Poco dopo qualcuno inizia a forzare l’ingresso…

In breve. Ottimo saggio di Gens (dopo il deludente, e vagamente pretenzioso, Frontiers) sul genere post-apocalittico, visto in un’ottica introspettiva – insolita, ed apprezzabile – e soprattutto molto concreta e poco spettacolarizzata. Merita, senza dubbio, una visione: molto probabilmente tra i migliori del genere degli ultimi anni.

Con questo “The divide” Xavier Gens, dopo aver scomodato la critica a blaterare di new horror francese contemporaneo, vira quasi completamente genere, e si dedica al post-apocalittico: un genere spinoso e storicamente difficile da rappresentare sullo schermo, che raramente ha visto prodotti di reale qualità – se non per le notissime eccezioni (Carpenter in primis: Fuga da New York, e soprattutto Fuga da Los Angeles).

Se è vero che di esempi del genere non ne mancano, neanche nei mai troppo osannati anni ottanta italiani (dove era soprattutto l’artigianalità a farla da padrone), resta un dato di fatto che gli sceneggiatori Karl Mueller e Eron Sheean hanno prodotto un intreccio decisamente avvicente, soprattutto perchè coglie nel segno, mostrando quel tanto che basta a fare un buon film. Niente spettacolarizzazione delle trama, niente effetti speciali o eccessi di digital art (se non negli splendidi attimi conclusivi), ed un’idea fissa in mente: mescolare le dinamiche del cinema di genere claustrofobico (alla Wes Craven degli esordi, per capirci) e tirare fuori un nuovo lavoro originale. Originale perchè, alla fine, “The divide” porta una ventata di aria fresca al genere, nonostante le varie esalazioni tossiche di cui è disseminato il film.

Non era agevole farlo, vista la sovraabbondanza di emuli che, alla fine dei conti, puntano quasi sempre un nemico preciso (si veda Cloverfield, o il più recente The Gerber Syndrome), e quasi sempre – aggiungerei – inserendo qualche morto vivente e/o un novello Godzilla a guastare i piani dei protagonisti. La prevedibilità di certi post apocalittici è cosa ben nota, ma “The divide” è diverso da questi film per una varietà di ragioni: la più importante è legata al fatto che è incentrato sui caratteri dei protagonisti, a formare un campionario di esseri umani tra cui sarà difficile non immedesimarsi. Questo film è in fondo la storia di un viaggio estremo che rappresenta l’evoluzione dei caratteri, delle condizioni (fisiche e psicologiche) vissuto sulla pelle degli otto tipi: personaggi che lottano per la sopravvivenza, con le consuete speranze malriposte e le immancabili conseguenze negative, degne degli esperimenti sociali visti in The experiment (Hirschbiegel, 2001).

Gens è comunque un fan dell’horror e non risparmia neanche sulla dose di terrore del film, inserendo innesti che sembrano ispirati a veri e propri snuff e, soprattutto, costruendo sapientemente un crescendo che culmina in un finale memorabile, che per forza di cose potrà non piacere a tutti. La claustrofobia diventa la sintesi del vero orrore di “The divide“: essere costretti in una cantina angusta, razionando cibo e aria, mentre il mondo attorno finisce per andare letteralmente a rotoli. Certo, “The divide” non è privo di difetti: il ritmo del film non è uniforme, ed il voler indagare sui cambiamenti dei protagonisti (o della natura umana, se vogliamo) in presenza di condizioni estreme rischia di sconfinare in quel cinema “da intellettuali” interessante, magari, ma a forte rischio di appensantire la visione, anche per via degli eccessi presenti in più parti del film. Gens è stato piuttosto attento sia alla forma che alla sostanza, per cui il rischio di restare insoddisfatti dalla visione è decisamente limitato rispetto alla media.

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The divide (X. Gens, 2011)
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