Canepazzo (D. Petrucci, 2012)

Cane Pazzo è un serial killer romano degli anni ’80, così chiamato per come usa “firmare” i corpi delle vittime; dato per morto suicida, 20 anni dopo il figlio di una delle stesse decide di indagare per conto proprio.

In breve. Discreto thriller all’italiana low cost, leggermente al di sopra della media per il tipo di intreccio. Da riscoprire.

Basato su una sceneggiatura di Igor Maltagliati, fin dalle prime immagini “Canepazzo” di Petrucci esalta una forte pretesa di realismo, di aderenza a fatti di cronaca realmente accaduti: a questo, si aggiunge una evidente influenza argentiana, in particolare legata al Dario Argento più cruento (il primo omicidio con l’inesorabile primo piano sulla vittima).

Sappiamo – o crediamo di sapere – che l’assassino sia morto  da tempo, e viene posto l’accento soprattutto sul modus operandi delle sue brutali esecuzioni, caratterizzate da interventi cruenti e “chirurgici” al tempo stesso. Canepazzo colpisce senza una logica apparente (anche se, come sempre in questi casi, una logica uscirà fuori), ed il feeling più rilevante del film viene espresso attraverso le ossessioni del giornalista David Moiraghi, disposto a tutto (e assoldato da un boss locale) pur di venire a capo della vicenda. Una figura che, anche qui, evoca le indagini dei protagonisti argentiani, seppure in forma più sintetica (e se vogliamo moderna) tanto da evocare frammenti di videoclip.

La figura dell’assassino si presenta fin dall’inizio come una sorta di giustiziere o moralizzatore, che uccide per far espiare dei peccati alle proprie vittime; compare pertanto come ombra senza volto per la maggiorparte del film stesso, per un lavoro certamente ambizioso, girato con pochi mezzi oltre che ispirato alla figura di un omonimo serial killer americano (Crazy Dog), su cui non ho trovato ulteriore materiale – a parte questo articolo di horrornews.net – ma che sembrerebbe una figura realmente esistita negli USA anni ’80. La sua identità sarà forse fin troppo evidente evidente al pubblico più navigato nel genere, ma resta comunque intrigante per come viene presentato il tutto. Per conferire una minore riconoscibilità, l’ombra senza volto che uccide è interpretata da quattro attori differenti.

Il serial killer inizialmente insospettabile, apparentemente pacifico e di buona cultura non è certo una novità: è più interessante averlo calato nel contesto romano anni ’80, riconoscibile dai luoghi e dal modo di esprimersi dei personaggi. Un contesto in cui il cinema italiano – da Thomas Milian a Mario Adorf – ha fatto scuola negli anni ’60 e ’70, ed a cui Petrucci sembra essersi ispirato senza troppi complimenti, aggiungendovi in certi passaggi un tocco di visionarietà.

Come in altre produzioni indipendenti analoghe, c’è da rilevare che, nonostante una regia di tutto rispetto, le interpretazioni dei singoli attori sono piuttosto altalenanti, e questa semi-amatorialità rischia – se vogliamo – di minare il carattere di per sè impegnativo del film (un classico thriller italiano che richiede, un po’ per definizione, tutte interpretazioni di livello). Al di là delle nicchie dei vari festival e dei “cercatori” incalliti di DVD, sarà il pubblico generalista a dare il giudizio finale su una storia interessante e apparentemente già sentita che presenta, progressivamente, un cerchio che si stringe inesorabile: si tratta senza dubbio di un low cost al di sopra della media (spesso deprimente) nel genere thriller.

Da segnalare i cameo di Franco Nero nelle vesti di un sedicente pittore, e di Tinto Brass (con tanto di sigaro d’ordinanza) nelle vesti del singolare Michele Pisaro “Er Dottore”.