Creepshow (G. Romero, 1982)

Un ragazzino viene rimproverato dal padre per via di un fumetto dell’orrore; le storie a episodi sono quelle lì contenute …

In breve. Squisita perla di teenage horror anni ’80 puro e semplice, semplice quanto innovativo nella sua forma: in tutto 5 episodi più uno “di contorno”, dalla qualità buona, ricci di humour nero e gustosi quanto basta.

Sulla falsariga dei classici del periodo (cito Venerdì 13, Nightmare e Natale di sangue, ma l’elenco potrebbe continuare), Creepshow di George Romero ci introduce alle storie raccontate da zio Creepy, corrispondente all’italianizzato Zio Tibia, durante la sporadica stagione 1989-1990 su Italia 1 dello Zio Tibia Picture Show. Quello originale è romeriano, più precisamente kinghiano, che in questo film si ritaglia una parte da protagonista e scrive la totalità delle storie raccontate. Certo da un connubio del genere (il padre dell’horror scritto e quello dell’horror sui morti viventi) non poteva che nascere un film dai tratti tipici del genere americano, quello a cavallo tra la paura e la tensione più autentica ed un senso di grottesco, quando non di vero e proprio humour nero, sempre in perfetto equilibrio. Insomma Creepshow è un horror a episodi forse non al top nel suo genere, ma pur sempre archetipico (siamo nel 1982).

Se ha poco senso raccontare le singole storie in questa sede, ha senso narrare qualcosa sullo spirito del film: chiunque sia cresciuto con l’horror negli anni 80 e 90 deve qualcosa a zio Creepy, compagno ideale per la fantasia ipersviluppata dei teenager (a cui il film finiva per rivolgersi, per larga parte), per cui le trovate sono quelle meta-favolistiche (e spesso prevedibili) tipiche del fantasy-horror. Gli zombi sono quasi onnipresenti, il conflitto generazionale pure, le trovate sono brutali ma si rileva, di fondo, un tono più da storia per ragazzi amanti dell’horror che altro: gli adulti non potranno che rimanere perplessi, farsi entusiasmare o – alla peggio – reagire malamente, esattamente come… il padre di Billy. In questo va riscontrato un tocco di genialità, a mio avviso, nel saper riprodurre in modo quasi meta-filmico la reazione che mediamente avrebbe un adulto (o presunto tale) che proprio non tolleri nè concepisca l’horror.

Va segnalato quello che considero il miglior episodio (oltre che probabilmente il più “maturo”) in assoluto, ovvero Alta marea, con un incredibile Leslie Nielsen nel ruolo atipico, per lui, del ricco psicopatico, che si vendica nel modo più atroce possibile della moglie e dell’amante di lei. Decisamente cult anche l’episodio con King protagonista: un sempliciotto che abita in campagna e si imbatte casualmente in un meteorite, pagandone conseguenze imprevedibili. Il penultimo episodio, They’re Creeping Up on You!, – quello degli scarafaggi, simbolo disgustoso, amaro quanto efficace degli umili dipendenti del protagonista – è il più grottesco in assoluto, anche a livello di effetti speciali.

Tutti episodi più o meno nella media, ricchi delle esagerazioni e degli stereotipi classici dell’horror (entomofobia, necrofilia, …), insomma da film-fumetto anni 80 ricco di mashup di vario genere, godibili quanto – ribadisco – giovanilistiche (zombie e sovrannaturale non andrebbero troppo d’accordo in generale, eppure qui sono memorabili). Alla base di tutto, peraltro, vi è un rapporto conflittuale padre-figlio, che si ripete in più tratti degli episodi e che King risolve ovviamente a modo proprio, il quale peraltro sembra simboleggiare il rapporto battagliero tra censura e pubblico horror. I fumetti censurati negli anni ’50 in USA furono tantissimi, e molti dovettero chiudere i battenti: cito House of Mystery, House of Secrets, Tales from the Crypt, The Vault of Horror, The Haunt of Fear.

Così come è memorabile il fatto che si tratti di un cine-comics ante litteram, con tanto di baloon e scene “ritagliate”, in vari passaggi, come se fossero gabbie; storie appartenenti ad un fumetto e fatte film, per cui è chiaro che le idee saranno semplici ed efficaci, e piaceranno soprattutto a chi ricordi lo zio Tibia ed abbia voglia di rivedere le scene che all’epoca ci terrorizzarono, e che oggi potrebbero ancora, tutto sommato, farci divertire.

Magari i film generazionali fossero questi.

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Creepshow (G. Romero, 1982)
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