Cruising (W. Friedkin, 1980)

La polizia di New York indaga su un misterioso serial killer che sembra colpire ripetutamente l’ambiente omosessuale della città: per farlo, infiltra un agente (interpretato da Al Pacino) che rispecchia la corporatura media della vittima…

In breve. Film controverso, brutale e girato senza mezzi termini (la versione italiana è tagliata in alcune sequenze considerate scabrose) oltre che boicottato al momento dell’uscita, possiede elementi tipici dello slasher, e li assembla in un poliziesco classico al fine di introspettare la personalità contraddittoria del protagonista, un “buono” che rimane ambiguo e che, per questo motivo, risulta ancora più spaventoso del killer stesso. Un discreto saggio sull’omofobia che, ancora oggi, mantiene intatta la sua carica ed un messaggio, per certi versi, frainteso dai più; più opportuno vederlo in lingua originale uncut che nella nostra lingua.

Cruising (in italiano “battere“) si apre sul ritrovamento di un arto umano nelle acque del fiume Hudson, in una New York anni 70 dominata dal degrado e dalla violenza: molti elementi sono comuni, ad esempio, con Lo squartatore di New York che uscirà due anni dopo (anche lì, per inciso, il sesso e la violenza sono gli ingredienti principali).

La polizia indaga su un caso di serial killer che colpisce una particolare fisionomia di vittima, e partendo da questo dato decide di infiltrare un agente nell’ambiente, nella speranza di avvicinare e catturare l’assassino. Le conseguenze saranno terribili: l’agente Burns proverà un costante disagio nel vestire quei panni, andrà in crisi esistenziale e mostrerà lati insospettabili della propria personalità.

Il tributo che nel seguito sarà dato a questo film, censuratissimo in Italia (specialmente le sequenze, molto esplicite e solo di sfuggita pornografiche, nei locali), è senza dubbio enorme: la dinamica dell’infiltrazione, filtrata dal punto di vista del protagonista e della sua paura costante di essere scoperto sembra che sia stata ripresa pari pari in Pulp Fiction. Ma il vero parallelismo risiede tra quest’opera singolare di Friedkin ed il solito “L’esorcista” (lo ribadisco ancora una volta, uno dei film più sopravvalutati della storia), perchè qui le doti registiche si vedono anche di più, soprattutto nella scelta accurata di mostrare sequenze rigorosamente sporche, crudeli e simbolo di un degrado assoluto.

Se da un lato le esigenze narrative imponevano questa rappresentazione, giustificata (solo in parte) dal voler spiattellare l’omofobia latente delle autorità e la progressiva (e mai dichiarata) mutazione del protagonista, dall’altro c’è da dire che le accuse di sessismo erano, in parte, fondate: il mondo omosessuale si riduce ad un insieme di individui aggressivi e senza cuore, che bazzicano postacci, quasi sempre a caccia di avventure a buon mercato e punite, apparentemente per questo motivo, dall’insospettabile killer (uno di loro, peraltro). Se pensate alle dinamiche del poliziesco classico, con le sue licenze narrative audaci, i soliti poliziotti brutali e dalla vita complicata, e sostituite la criminalità organizzata con il mondo omosessuale, potete forse avere un’idea del perchè Cruising sia tanto unico quanto criticabile.

Figura del killer che, paradossalmente, passa quasi in secondo piano, perchè quello che conta è la figura dell’agente Steve Burns, una sublime interpretazione di Al Pacino, capace di calarsi completamente nel personaggio e di avere, infine, l’abilità di stanare il colpevole, in uno scontro finale senza mezzi termini che evoca in parte il regolamento di conti di Milano odia (tanto per citare un esempio analogo italiano). Anche lì, in effetti, la regia sembra farsi prendere la mano dal vortice di violenza, e per quanto lo spirito di film del genere sia da ricondurre alla filosofia di Kubrick in Arancia Meccanica – ovvero: si mostra una violenza insostenibile dei “cattivi” al principale scopo di far capire allo spettatore perchè il protagonista cambi, e soprattutto come rimanga vittima di se stesso – e per quanto Al Pacino sia straordinario, come sempre, nella sua interpretazione, resta una nota stonata legata alla regia che, nella maggioranza delle scene, sembra compiacersi vuotamente del proprio voler scandalizzare.

C’è da specificare, comunque, che molti elementi narrativi sono stati arbitrariamente trascurati o sottovalutati: le motivazioni del killer sono, in realtà, legate alla figura autoritaria del padre (uno scenario archetipico di molti film di Dario Argento, per intenderci), personaggio dipinto solo di sfuggita che probabilmente non ha mai accettato l’omosessualità del figlio, tanto che lo stesso ne è rimasto ossessionato, e continua a ripetere la frase clousai quello che devi fare” (You know what you have to do). È proprio l’omicidio, per certi versi, a simboleggiare la brutale omofobia di molti personaggi, ed è probabilmente qui la reale chiave di lettura del film, al di là di una violenza sempre esplicita e, ripeto, a mio avviso molte volte “arroccata”.

A questo punto sono costretto a dedicare un paragrafo ad un inevitabile spoiler: lo faccio soltanto perchè a molti sono sfuggiti (a mio avviso, ovviamente) degli elementi essenziali del film, e questo serve a capire meglio il senso dell’opera e a rigettare, almeno in parte, le accuse di omofobia e violenza “a buon mercato”. Parlo della sequenza chiave, onirica e quasi impercettibile, girata nel parco, in cui il killer parla in modo supplichevole col padre (probabilmente deceduto, e consapevole dell’omosessualità del figlio), che come dicevo è passata inosservata ai più, e che spiega solo in parte le motivazioni dello stesso. Egli è spinto ad uccidere quasi a voler rimarcare una certa “mascolinità” che servirebbe, per assurdo, a farsi amare dal genitore. In quest’ottica tragica ed irrisolvibile, in effetti, si consuma quel finale ambiguo ed indigesto, in cui un ennesimo brutale omicidio è stato commesso nonostante l’arresto del killer, e gli indizi portano (anche se non viene detto apertamente) proprio all’agente Burns, vittima forse della mancata accettazione di se stesso e di inclinazioni che non riesce ad accogliere (e che lo avevano portato in crisi con la compagna).

Cruising non è per tutti, disturba nel proprio divenire, ma il problema risiede nelle tematiche che cerca di sollevare ancora oggi: far riflettere su una violenza che, purtroppo, potrebbe travolgere chiunque.

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