Diabolik dei Manetti Bros.: tra furti, scambi di identità ed evasioni clamorose

Anni ’60, Clerville: Diabolik è il criminale, di cui nessuno conosce la reale identità, che sta spargendo il terrore in città. Sulle sue tracce, l’ispettore Ginko; fra i due, un prezioso diamante rosa, posseduto dall’ereditiera Eva Kant.

In breve. Colpi di scena, twist, azione e passione – proprio come nelle pagine del fumetto originale. Diabolik dei Manetti Bros. diverte, appassiona e soddisfa da ogni punto di vista.

Settimo lungometraggio dei Manetti Bros., da tempo desiderosi di proporre la propria versione del fumetto delle sorelle Giussani dopo essersi divertiti, peraltro, a sperimentare col fumetto anni ’60 nel loro ironico Zora la vampira, del 2000. La storia in questione, oggi, si ispira all’albo L’arresto di Diabolik, del 1963 (casa editrice Astorina), per quanto tanti elementi narrativi finiscano per ispirarsi a caratteristiche generali dei personaggi, quelle che li hanno resi, nel tempo, pienamente riconoscibili e naturalmente iconici. La sceneggiatura parte da questo, con qualche inevitabile punto di contatto (a livello narrativo, se non altro) con il pluricitato Diabolik di Mario Bava (1968), sia pur con stilemi e scelte differenti (anche considerando i due contesti, l’uno contemporaneo dell’epoca, l’altro di puro recupero in chiave di genere, non risultano neanche troppo paragonabili).

Fumetto che, è il caso di ricordarlo anche a costo di risultare didascalici, è uno dei più celebri emblemi della letteratura popolare nostrana, tant’è che nacque come fumetto tascabile, dalle storie snelle ed auto-conclusive. L’apparato allusivo e concettuale di Diabolik, con i suoi continui riferimenti al “brivido”, al “terrore”, al “diabolico” nonchè alla visione romanticizzata delle relazioni, funziona bene ancora oggi, tanto da prefigurarsi come un autentico evergreen. Il tutto a patto di accettare un consueto, esplicito “patto” tra spettatori e regista, nel voler “credere” alla storia raccontata, sforzandosi di attenuare l’ipercriticismo innato che sembra essersi esteso, da quello di comuni spettatori “esigenti” (qualsiasi cosa significhi esserlo, verrebbe da scrivere) a quello, ad oggi, di tutti (!) gli ambiti delle nostre vite.

Funziona praticamente tutto, in questo film: la regia, il ritmo, le ambientazioni, le interpretazioni, anche la trama stessa è articolata, completa e naturalmente auto-conclusiva. Del resto l’unica critica lecita a questo Diabolik, o elemento di vaga anomalia, potrebbe essere ricondotto al tipo di dialoghi utilizzati, a volte leziosi, didascalici o naive che dir si voglia, quanto sostanzialmente in linea con quelli del fumetto originale. Per cui, se non era nemmeno lecito aspettarsi dialoghi filosofici modello Izo, emerge che ciò che conta in un film del genere è l’apparato narrativo in sè, che si incastra a meraviglia (incluso il bilanciamento sapiente degli effetti speciali, delle caratterizzazioni e dei colpi di scena). Come a dire, se deve essere letteratura popolare, che lo sia davvero.

La scelta registica di questo personaggio ed annessa saga, del resto (già si parla di un paio di sequel in corso di preparazione), vale il prezzo del biglietto, il senso di novità e di richiamo alla cultura pop e forma, a mio avviso, l’equilibrio perfetto per un film di successo. In un mondo in cui spopolano le solite commedie banalotte, del resto, incentrate su una comicità spesso vacua e fatta solo di tormentoni,  vale la pena dare una possibilità a opere di questo tipo (dove “tipo” è sinonimo di “genere”, e dove “genere” è riferito ai film di genere, quindi Bava, Craven, Carpenter e compagnia, o se preferite riferirli con un nome che sia più familiare alla Generazione Z, Quentin Tarantino). Vale anche la pena evocare, a questo punto, la capacità dei Manetti di trattare qualsiasi sottogenere cinematografico con lucidità, senza dimenticare la devozione per fantascienza e thriller-horror emersa in film (oggi, secondo noi, da riscoprire) quali Paura e L’arrivo di Wang. La devozione che qui, ovviamente, è sopravvissuta, tanto da far immaginare i due registi sul set a sfogliare i fumetti delle Giussani da loro tanto amati.

Il mix perfetto, a quel punto, è servito: letteratura pop da una parte, cinematografia di genere dall’altra (alcuni film analoghi come riferimento generare potrebbero andare da The guest a Giorni contati, ovviamente contestualizzando all’idea di filmare un fumetto decisamente più sobrio, molto più orientato sull’idea di anti-eroe che risulta simpatico al grande pubblico). Diabolik funziona e diverte, pur non essendo affatto paragonabile ad alcun cinecomic moderno (cosa che, per inciso, certa critica un po’ pretenziosa ha impropriamente sostenuto). E se è vero che la soggettività della visione di un film è uno dei pochissimi baluardi di soggettività “sostenibile” che ci sono rimasti oggi, da questo Diabolik trasuda amore autentico per il cinema di genere. Ma anche per il contesto, per l’ambientazione anni 60 (accuratissima e rigorosamente elegante), per i travestimenti clamorosi che caratterizzano il personaggio (realizzato mediante maschere perfettamente somiglianti agli originali), per il suo modo fantasioso di trovare costantemente vie di fuga, senza dimenticare l’aplomb e la calma atavica di Luca Marinelli nell’interpretarne i tratti fondamentali, creando un villain monolitico in cui il pubblico non faticherà ad identificarsi. Senza dimenticare neanche il personaggio di Eva Kant di Miriam Leone, algida e quasi sinistra nel proprio incedere, in grado di creare un personaggio, anche qui, talmente completo che potrebbe essere oggetto di uno spinoff a parte. Sarebbe un torto trascurare anche l’interpretazione di Valerio Mastrandrea dell’ispettore Ginko (sì, abbiamo pensato varie volte all’armadillo di Strappare lungo i bordi, non possiamo farci nulla), senza dimenticare le doppie interpretazioni, plausibili e compatte, a cui sono stati “costretti” molti attori, tesi ad interpretare sia il personaggio reale che il rispettivo travestimento di Diabolik/Eva (special guest Claudia Gerini).

È lo stesso cinema di genere di sempre, a ben vedere, quello che si ama o si odia, quello che comunque ha il merito di suscitare reazioni, per quanto a volte scomposte. Ad esempio nei commenti sui social, che sono l’espressione delle reazioni di pancia, anche per un evento relativamente innocuo come la semplice visione di un film. Vengono in mente, per pura associazione di idee, le lamentele di alcuni utenti su Facebook all’uscita di Green Inferno, in quel caso film di genere “per intenditori”, il che portò a critiche di natura pseudo-sociologica: erano basate sull’assunto che ci fosse già abbastanza orrore nella realtà, e che quel film “non servisse“. Se è vero, a questo punto, che non ha molto senso pensare ai film in termini “utilitaristici” (a meno di possedere una mentalità totalitaria dietro cui molti, soprattutto in questi tempi incerti, tendono a trovare rifugio), resta vero che Diabolik dei Manetti Bros. “serve”, perchè diventa un meccanismo di evasione non da poco (dallo stile retrò, ma tant’è), e perchè risponde ad un’esigenza diffusa: quella di riscoprire un anti-eroe che non sia semplicemente muscoloso e desiderabile, ma che sia dotato dell’arma dell’ingegno, e riesca a farla franca ricorrendo ai propri mezzi e, qualora mancassero, a quelli della fidata compagna. Un Diabolik dotato della non banale capacità di coinvolgere anche chi, come il sottoscritto, il fumetto lo conosce relativamente poco, e che finisce per suggerire che le vie di fuga, alla fine, si possono sempre trovare – anche senza essere Walter Dorian.

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