Tunìn è un contadino lombardo che assiste alla morte di un amico fidato per mano dei carabinieri: avvertendo un profondo senso di ingiustizia, prende contatto con una prostituta vicina agli ambienti anarchici per organizzare un attentato a Mussolini.

In breve. Girato con uno stile felliniano e a tratti grottesco, viene costruito su tre personaggi delineati magistralmente (due prostitute dagli ideali contrapposti ed un contadino che si trova immerso in un qualcosa di più grande di lui). Segue gli stilemi di gran parte del cinema anni settanta e si fa amare ancora oggi, con nostalgia ed una punta di amarezza.

Prodotto tra Italia e Francia da Euro International Films e Labrador Films, fu scritto e diretto da Lina Wertmüller; nel 1973 e fu noto con il titolo completo Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…, adeguandosi alla moda dell’epoca (per tanti film più o meno politicamente impegnati) dei titoli chilometrici. Recitato in svariati dialetti (se ne contano almeno quattro o cinque diversi, tra siciliano, toscano, romano e milanese) si basa essenzialmente sullo stile recitativo derivato dal neorealismo, con cui condivide l’ambientazione localizzata ovviamente in Italia (in gran parte nella Roma del 1932).

Film d’amore e d’anarchia venne presentato al 26° festival di Cannes, dove vinse il premio Miglior Attore Giancarlo Giannini, artefice di un’interpretazione memorabile (Tunin è un semplice contadino dal carattere umano e animato da nobili ideali, senza che si renda conto di trovarsi in un qualcosa di più grande di lui), per poi ricevere un nastro d’argento grazie all’esordiente Lina Polito l’anno successivo, come migliore attrice (la prostituta Tripolina, di cui Tunin si innamorerà). Ne avrebbe meritato uno, a questo punto, anche Mariangela Melato, l’altra prostituta Salomè, che poi costituisce il terzo vertice del triangolo di personaggi intorno a cui si sviluppa gran parte della storia raccontata.

La Roma dell’epoca è quella fascista, ovviamente, permeata da un ambiguo clima: da un lato clima marziale, repressione e violenza contro i dissidenti politici, dall’altro una società che ostenta eleganza e benessere mentre gran parte delle autorità si scoprono assidui frequentatori di un bordello. Ed è proprio qui, un po’ come avviene anche in Salon Kitty, che prende il via la storia. La casa di tolleranza, come nel film di Brass, è il luogo in cui ogni uomo tende a mostrarsi per quello che è, tra poche virtù e mille vizi, ma è anche un covo di dissidenti politici in cui, come al solito, si consumano mille contraddizioni.

Varrebbe anche la pena di notare, peraltro, che è quasi riduttivo vedere questo lavoro della Wertmuller come un solo “film sull’anarchia”, un po’ per lo stesso motivo per cui La proprietà non è più un furto non è “solo” un film sull’ideologia marxista. Sono più i potenziali spunti di discussione che le certezze, a ben vedere, in un’oscillazione narrativa che si trova perennemente in bilico tra amore (quello tra Tunin e le due donne, paradossalmente entrambi impossibili dato che l’una è accecata dalla politica e l’altra di politica non vuole saperne) e anarchia, quell’ideale così spesso travisato e mal interpretato che richiama alla memoria un altro capisaldo del cinema non di fiction, questa volta, ma legato alla cronaca come Sacco e Vanzetti. Se fosse un film “cronachistico”, per così dire, racconterebbe ascesa e caduta dell’anarchico Tunin, sfruttando eventuali pseudonimi o seguendo la falsariga di opere teatrali come Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo. Si sceglie, diversamente, di orientare la narrazione sui caratteri umani, delineando con poche battute ogni personaggio ed esasperandone la caratterizzazione grazie a numerose inflessioni dialettali (il protagonista lombardo, la tenutaria del bordello dall’accento napoletano, il fascista toscano e via dicendo).

Ce ne sono tanti di disperati! E i disperati… son matti!

Me ne frego!

Una narrazione filmica che, per la verità, è stata fin troppo semplificata in gran parte delle sinossi disponibili sul web: tanto per cominciare, il protagonista non è propriamente un anarchico, ma è un semplice contadino lombardo (Tunìn, Giancarlo Giannini) molto amico di un anarchico militante, ucciso dai carabinieri e a cui ha giurato di compiere l’opera che avrebbe dovuto eseguire prima di morire: un attentato a Mussolini. Tunìn in questa veste è l’espressione del popolo, evidentemente, ma non è un militante, ha caratteri profondamente umani (a vederlo, nelle sue espressioni perennemente stranite e con la testa tra le nuvole, non si crederebbe che possa uccidere nemmeno un tafano), e si trova a vivere la politica militante: lo fa in un periodo in cui, peraltro, era molto probabile che ciò costasse la vita.

In altri termini vive la politica “di riflesso”, tant’è che – come ammette ad un certo punto del film, parlando con la complice/compagna Salomè – non avrebbe mai pensato di fare una cosa del genere di sua iniziativa. Anzi, ad un certo punto, è anche Salomè a nutrire dubbi sul fatto che l’uomo sia davvero in grado di compiere la pericolosa missione, mentre si adombra anche il sospetto che i compagni lo vedano, in fondo, come una pedina sacrificale qualsiasi. In effetti la citazione di Errico Malatesta a fine della pellicola (amarissima nella sua conclusione, sia per l’esplosione di violenza fascista nei confronti di un dissidente neanche troppo convinto, animato da uno spirito di rivalsa personale contraddittorio e facilmente strumentalizzabile, sia perchè, con grande disillusione, il Potere non si batte), quella pluri-citata citazione, dicevamo, sembra accompagnare alla perfezione queste considerazioni:

voglio ripetere il mio orrore per attentati che oltre che essere cattivi in sè sono stupidi, perchè nuocciono alla causa che dovrebbero servire… Ma quegli assassini sono anche dei santi e degli eroi… e saranno celebrati il giorno in cui si dimenticherà il fatto brutale per ricordare solo l’idea che li illuminò e il martirio che li rese sacri.

La Canzone arrabbiata che conclude il film, a questo punto, è il più degno coronamento dell’idea della regista su potere, ingiustizie e anarchia, a cominciare dai versi

Penso a tanta gente nell’oscurità, Alla solitudine della città, Penso all’illusioni dell’umanità

E a quel punto tutto è in discussione, e chiunque (ancora oggi, nel rivedere il film) potrebbe ritrovarsi a fare più di una riflessione sull’argomento oppure, addirittura, a ritrovarsi commosso da una storia bellissima e struggente.

Vale la pena di ricordare almeno alcune delle belle location che caratterizzano il film: la casa di tolleranza nel rione Monti, Piazza del Campidoglio con la famosa statua di Marco Aurelio, il Gianicolo in cui Tunin si esercita a sparare, il Tempio di Saturno, il Pincio dove è ambientata la scena della gelateria all’aperto. Visto oggi, Film d’amore e d’anarchia evoca tempi bui ed è probabile che tocchi meno le corde emotive dello spettatore rispetto a quando uscì: del resto viviamo nell’epoca della post-verità e di un modernismo ostentato, confuso e contradditorio, in cui sembra che alla fine vinca sempre il qualunquismo. Ma il fascino della pellicola e del suo stile recitativo grottesco, dai toni felliniani e in bilico tra tragico e divertente non passerà indifferente a nessuno, a mio avviso, nemmeno oggi.

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