Il pasto nudo (D. Cronenberg, 1991)

Ispirandosi all’opera omnia ed alla poetica di Burroughs, Cronenberg costruisce uno dei film più allucinati e complessi della sua carriera.

In breve. Una delle opere più criptiche di David Cronenberg, altrettanto suggestiva e probabilmente meno contorta di quello che si racconta in giro. Più adatta ai fan del regista (oltre che dello scrittore Burroughs) e al pubblico più “ricettivo” dei riferimenti letterari presenti.

Il pasto nudo” è un sostanziale marasma di riferimenti ad altrettante culture, con l’ovvia rilevanza del beat di Borroughs: in esso Cronenberg riesce nell’impresa di rimiscelare riferimenti già caotici nell’originale, e così, in una circostanza più unica che rara, si sovrappongono decine di strati differenti, tratti dai racconti “Sterminatore!” e “Interzona”, oltre che riferimenti alle “Lettere da Tangeri” dello scrittore, di cui William Lee (Peter Weller) non è che un alter-ego. Scrittore ormai in pre-pensionamento (ha smesso di scrivere all’età di 10 anni, racconta), si guadagna da vivere facendo lo sterminatore di scarafaggi: sia lui che che moglie sono pero’ tossico-dipendenti, e da quello che vediamo nel film sembra che la loro sostanza preferita sia proprio il pesticida che l’uomo utilizza nel proprio lavoro “ufficiale”. Nonostante la parvenza surreale molti episodi (il celebre Guglielmo Tell, ad esempio), sono ispirati a tragedie che hanno segnato la vita dello scrittore. Si trova comunque il tempo per fare considerazioni sparse sul mestiere della scrittura, e soprattutto sui suoi pericoli: ciò è innescato dai dialoghi iniziali dei suoi due amici Hank e Martin. La trama è effettivamente molto complessa ma, al tempo stesso, è altrettanto diffuso il pregiudizio secondo cui tale film non sarebbe descrivibile o sarebbe impossibile da seguire: ad ogni modo la storia è stata descritta in modo molto completo dal sito Cinemah.

Uno dei sottotesti principali è relativo quindi ai pericoli di chi scrive, il che secondo Cronenberg (Burroughs?) sembra essere annesso alla capacità di rielaborare liberamente il mondo reale, ricostruendolo a proprio piacere e sovvertendo così l’ordine dogmatico delle cose. La stessa capacità liberatoria di scoverchiare tabù, tra cui quello della sessualità repressa e dell’omosessualità – che è da sempre vista con interesse dal regista canadese, sarà analizzata con maggiore chiarezza otto anni dopo, all’interno di uno dei migliori cyberpunk visti sullo schermo (eXistenZ). La “creazione di nuovi mondi”, classicamente attraverso carta e penna ed in chiave moderna mediante un videogioco molto realistico, è quindi uno dei temi portanti: ma in questo contesto ciò che conta è la parola scritta, battuta a macchina, in bilico tra un flusso di lettere istintivo e senza filtri ed una continua rielaborazione pensosa. Pur essendo un film sul potere della scrittura, William Lee (pseudonimo di Burroughs ne “La scimmia sulla schiena“) si auto-esilia dal mondo esterno, rifiuta la stessa professione di scrittore e diventa, in un delirio di allucinazione, null’altro che un agente segreto che lavora per degli scarafaggi alieni, i quali complottano le trame più improbabili e per cui deve fare delle periodiche relazioni (i “rapporti“).

La stessa macchina da scrivere, che sembra mutare forma a seconda degli stati d’animo del protagonista (a volte sembra uno scarafaggio, altre un esplicito simbolo fallico) è la chiave di lettura principale del film, dato che “gode” letteralmente dell’essere utilizzata, quasi come in un rapporto sado-masochistico. C’è quindi fin troppa carne al fuoco, gli spunti non mancano e probabilmente si tratta di uno dei quei film più discussi e meno visti della storia recente del cinema: che “Il pasto nudo” sia un’opera liberatorio, anarchica e surreale non ci sono dubbi, e non poteva che essere così dato che in certi momenti sembra quasi che il Carpenter de “Il seme della follia” si sia “divertito” a prendere simbolismi in prestito da David Lynch. In definitiva una perfetta fusione fra l’universo del regista canadese e molti degli scritti di Burroughs, ma certamente non “digeribile” per tutti gli spettatori.

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