Interstellar: la fantascienza di Nolan che si sforza di piacere a tutti


In un futuro prossimo, la Terra sta per diventare inabitabile: le risorse naturali sono in esaurimento, e delle violente tempeste di sabbia rendono la vita difficile agli esseri umani. In una società che da’ più peso all’agricoltura che all’ingegneria, il protagonista Cooper scopre qualcosa di insolito – a casa propria – assieme alla figlia Murphy…

In breve. Un film di fantascienza corposo, parzialmente indebolito dai suoi stessi presupposti: Nolan sembra interessato più a piacere al maggior numero di persone possibili che a rendere la storia memorabile. Nonostante questo, ed alcuni dialoghi ed elementi discutibili, Interstellar è un discreto film al netto di qualche forzatura.

Non sorprende che il film di Christopher Nolan Interstellar abbia diviso, all’epoca della sua uscita, così nettamente il pubblico: in fondo, la sua più grande forza risiede nell’immenso potere espressivo di cui ha dotato, come già in altri casi, i suoi personaggi. Di contro, l’implausibilità scientifica di un lavoro annunciato come impeccabile da questo punto di vista – il soggetto si basa su un libro del fisico teorico Kip Stephen Thorne – rischia di abbattere senza pietà, a suon di martellate razionaliste, l’intero concept. Ma è giusto questo il problema di Interstellar?

Mi fa sorridere chi lo ha criticato ferocemente in questa prospettiva, in effetti, anche se posso capirlo: a queste persone suggerisco comunque di dare uno sguardo allo stato attuale della fantascienza. È penoso, sotto certi aspetti: scoprirete altri film, quelli sì, davvero discutibili sotto tutti i punti di vista, da piantagioni spaziali ad aliene che sposano umani e sbrigano faccende domestiche (e non sto scherzando). Questa manìa di umanizzare e rapportare in modo antropomorfo qualsiasi cosa compaia sullo schermo, di cui l’esempio più noto è la manìa di rappresentare gli alieni come umanoidi (grazie a Dan O’ Bannon e John Carpenter, tra gli altri, per aver definitivamente abbattuto quest’idea scellerata), non manca per certi versi in Interstellar, che così facendo prova più volte a strizzare l’occhio al pubblico. Ma, sia detto in suo favore, in Interstellar lo fa, in modo ammiccante sostanzialmente coinvolgente. Questo perchè Nolan sa farlo, ha sempre saputo farlo anche quando, ad esempio, sconvolgeva la scala cronologica ed innesteva varie realtà, con personaggi che rivestivano tre o quattro ruoli diversi (Inception).

Riuscire a discutere di Interstellar senza fare spoiler è praticamente impossibile (ehi, questo è un avviso: da qui in poi troverete spoiler): la storia è quella di una generazione di padri-figli che filtrano coi propri occhi il destino di un’intera umanità (e dov’è la novità, in effetti?). Un po’ come se diventassero gli onnipresenti eroi di una saga epica trasposta sullo schermo, i cui caratteri umani finiscono per mettere in ombra quelli di un’intera umanità: questa mania di protagonismo sulle prime mi ha lasciato un po’ interdetto. Paradossale, nonostante tutto, se si decide di restare scettici ad oltranza, ed assumere un atteggiamento aprioristicamente distaccato. Ma potete sempre pensare di fare i simpatici coi vostri amici dicendo che Interstellar si incentra sulla singolarità gravitazionale (in modo molto freestyle, ovviamente) ed ha pure il coraggio di buttare nella mischia un bel tesseratto (che non è un roditore militante di partito, bensì una forma di ipercubo).

La storia di Interstellar si sviluppa secondo linee decisamente accattivanti: e questo vale soprattutto nella seconda parte del film, in cui l’isolamento di certi fattori (tra cui la constatazione della nostra nullità a confronto dello spazio-tempo) mettono da parte le tentazioni da “lacrime facili” ed elementi forzatamente commoventi (di cui Interstellar è letteralmente cosparso) e varie pretenziose romanticherie (evitabili quanto necessarie ad accattivarsi i favori delle masse) mescolate all’interno teorie scientifiche rigorose.

Sentire cose come “Amore! Il mio legame è quantificabile!” fa venire i brividi (in senso negativo), probabilmente, ma rende l’idea del tipo dialoghi, che sono a mio avviso uno dei punti critici di debolezza della storia. Una via di mezzo, questi ultimi, tra le commedie più melense (ovviamente americane), i film TV più scontati ed alcuni inserti alla Chuck Norris in versione nerd (non saprei definire diversamente cose tipo gli astronauti che parlano di “probabilità del 50%” di sopravvivere… durante una feroce collutazione). Altre cose che ho trovato fastidiose, inoltre, sono legate alla versione “for dummies” di certi elementi: esempio eclatante, la legge di Murphy, che dall’ironico “se qualcosa può andar male, andrà male” diventa, in versione “volemosebbene“, tutto ciò che potrà accadere, accadrà (in originale era un caustico Anything that can go wrong, will go wrong, mentre il film opera un sostanziale ammorbidimento, al limite del revisionismo: “Murphy’s law does’t mean that something bad will happen. What it means is that whatever can happen, will happen”. Ammorbidire sembra quasi una delle leggi-non-scritte di questo, e forse di molti altri, intrecci nolaniani).

Al di là di questioni del genere che secondo alcuni sono di lana caprina (ma che sono fondamentali per inquadrare il feeling del film), il sostanziale e grossolano difetto di Interstellar è subito detto: andando oltre le analisi attente, scientifiche  sulla plausibilità scientifica delle sue teorie (analisi che rischiano di risultare prive di significato, visto che non si tratta di un documentario) risiede nella “prepotenza” egocentrica dei suoi personaggi. I tipi umani di Nolan sono come sempre affascinanti, dalle mille facce e dai contorni umani, ma finiscono per mettere in ombra la trama, il destino stesso dell’umanità, presi come sono dalla voglia di apparire, commuovere ed emozionare ad ogni costo.

Ed è così che la micro-storia di una famiglia americana (mica poteva essere di Cosenza) prende il sopravvento su tutto il resto (che è, non dimentichiamo, un mondo che sta cambiando irreversibilmente, o è già profondamente cambiato), con la stessa grazia di un bullo di quartiere che durante un funerale accende l’autoradio al massimo volume. Evitando questa, evitabilissima, forzatura famiglia-centrica, sarebbe uscito fuori un film più bello, forse addirittura più memorabile e meno pretenzioso: ma Nolan, abbastanza evidentemente, è rimasto fedele alla sua poetica di massima.

Resta comunque inutile dare dello pseudo-scientifico a Interstellar perchè significa, tra l’altro, ignorare deliberatamente la breve, ma efficace, frecciata alla pseudo-scienza che esso contiene, che sicuramente lo rende un po’ più apprezzabile. Per quanto sia rimasto più scettico che soddisfatto dalla sua visione, voglio ribadire fermamente una cosa: è sbagliato, secondo me, farne una questione di realismo. Andare a confutare la credibilità fisica di certi elementi è, in certa misura, come contestare a Dario Argento l’apparizione del pupazzo meccanico in Profondo Rosso. Va bene che i presupposti di questo film rimangono piuttosto “furbi” nel cercare di accaparrarsi i favori di chiunque, ma credo non abbia senso metterla sul piano razionale. Perchè significa voler trovare difetti per forza, quando i difetti sostanziali sono esclusivamente sul piano “comportamentale” della sceneggiatura: Interstellar resta un film originale, a suo modo emozionante (specie negli ultimi 30 minuti) ma, di sicuro, non è esente da difetti.

E credo anche riesca a centrare l’obiettivo risultando, in definitiva, un discreto film di fantascienza, che riesce comunque a superare la media. Se non ci credete, date uno sguardo alla media di produzioni fantascientifiche – di cui sopra – degli ultimi anni, e fatevi due conti.