Recensione

Tenet: viaggio tra le inversioni temporali di Christopher Nolan

Un agente della CIA ha il compito di sfruttare lo scorrere del tempo per prevenire una catastrofe mondiale: per farlo, si dovrà scontrare con gli interessi di un trafficante di armi.

In breve. Diretto splendidamente, per quanto criptico in alcune sotto-narrazioni. Non il miglior Nolan della storia, ma fa una figura più che dignitosa. Curiosamente tra spionaggio, romanticismo e paradossi temporali.

Anzitutto c’è un eroe, chiamato didascalicamente (e forse con una certa dose di auto-ironia) Il Protagonista (sic): è John David Washington, figlio di Denzel Washington nonchè interprete intrepido, convincente, tutto d’un pezzo. Forse addirittura simbolo politico della lotta e della riscossa dei Black Lives Matters contro i più cinici cattivi di sempre, che questa volta non trafficano solo armi ma addirittura il Tempo. Sì, il Tempo visto come entità generale, astratta, su cui i personaggi danno via ad una serie di speculazioni che ricalcano teorie realmente esistenti afferenti al campo della fisica teorica (viene citato, ovviamente, il paradosso del Nonno). Per girarlo, Nolan è partito anche da una delle sue più grandi passioni, ovvero i film di spionaggio con James Bond – tanto che l’aura di quello stile si avverte, in Tenet, a più riprese.

La trama di Tenet, di suo, risulta peraltro un orpello di cui disfarsi quanto prima per dare il via alla questione, perchè ciò che conta è la tecnica registica, qui esasperata all’ennesima potenza – che il regista obbliga il pubblico a seguire seguendo il suo consueto flusso di coscienza. Con il risultato che, come pubblico e critica hanno osservato a più riprese, la bellezza delle immagini non compenserebbe del tutto la comprensibilità della storia, in cui è abbastanza facile perdere il filo a più riprese (a meno, probabilmente, di avere un dottorato in fisica fresco di conseguimento).

Come ispirazione del film vale la pena di citare il famoso Quadrato del Sator, una misteriosa iscrizione ricorrente in varie località archeologiche, che ha caratteristica di essere un quadrato palindromo (in cui le parole si leggono in entrambi i versi, esattamente come il tempo si può percorrere, nel film, in un verso e in quello opposto). Le cinque parole che vi compaiono, SATOR, AREPO, TENET, OPERA e ROTAS compaiono variamente all’interno del film: la prima scena è girata ad un teatro dell’OPERA, l’artista falsario citato si chiama AREPO, TENET è il nome dell’organizzazione che deve salvare l’umanità, SATOR è l’antagonista e ROTAS è il nome della sua azienda. Un possibile significato della frase è Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote, dal probabile senso mistico-religioso, ma le teorie e le congetture in merito sono decisamente numerose.

Di G.steph.rocket – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61955189

Tenet, quindi, di suo, è un film sul Tempo in quanto tale. Sulle prima sembrano presupposti d’essai, ma il pregio più autentico della regia nolaniana risiede, come già in Inception e in Interstellar, nella capacità di rendere pop temi complicati di fisica e di filosofia. Cos’è il tempo, si può viaggiare nel tempo, cosa succederebbe se una linea temporale anti-causale si potesse combinare con la medesima in ordine causale (sic)?

La possibilità di invertire e correggere gli eventi non sarebbe forse, a questo punto, un’arma militare più potente di qualsiasi altra sia mai stata inventata dall’uomo? Il target sembra peraltro incentrato solo su questa dottrina, ed è un piano ben riuscito, senza dubbio. Il che va bene e ci piace, con il solito patto regista-pubblico da non violare (e tenere in conto) prima della visione: accettando, soprattutto, che Nolan non è Lynch e non è Cronenberg, che non è un regista propriamente di concetto e che gran parte dei suoi pregi risiedono più nelle scelte visivo-registiche che nella storia o nel suo significato.

Narrazione che – e qui viene la parte “dolorosa” della recensione – è fin troppo essenziale e stereotipata: c’è un lui umano, c’è un amico di lui leggermente più scaltro, c’è una lei alla riscossa, c’è il Cattivo sadico che si comporta da padre-padrone, c’è un mondo da salvare. Sono chiari i presupposti e dove si andrà a parare, con tanto di prevedibile gesto eroico del Protagonista nel salvare l’amata, l’idealizzata, la madre di un figlio (etteparèva), la personificazione di madre Terra (ci sembra lecito scriverlo), una ennesima Regine Olsen più idealizzata che mai, ben raffigurata dalla bellezza algida di Elizabeth Debicki. Sono chiari ma va bene così, alla fine, perchè l’imprevedibilità è garantita dal continuum spazio-tempo che viene più volte intrecciato, stravolto e violato.

Che poi il Protagonista sia un filosofo vero e proprio è in parte una forzatura, in effetti, perchè Nolan sempre più interessato a girare memorabile scaena che a giganteggiare come teorico, ma resta lecito (se non altro) associarvi una valenza da Eroe puro, che non solo salva il mondo dall’apocalisse ma pone presupposti e da’ suggerimenti, idee e indicazioni perchè la nostra specie possa preservarsi a lungo. Messaggio che, nei tempi che corrono e con gli spettri bellici che viviamo, appare molto profondo e quasi profetico se si considera che il film è del 2020, tragliatissimo nella sua uscita – causa pandemia, s’intende –  e rinviato per ben tre volte.

C’è comunque quel tono didascalico nolaniano che sale in cattedra e propina gli “spiegoni” al pubblico, gli strizza l’occhio in modo ripetitivo, che come al solito farà impazzire i fan infastidendo una parte del pubblico, e che finisce ironicamente per concretizzare ciò che Mel Brooks, in Balle spaziali, aveva affidato a una battuta leggendaria di Lord Casco: quando spiega mezza trama del suo stesso film film, e poi si rivolge alla telecamera, chiedendo: “…è chiaro per tutti?”.

Il tempo è l’oggetto principale della narrazione di Tenet e, come prevedibile, in Nolan presuppone la capacità di guardare gli eventi dall’esterno. Siamo calati nella narrazione, ma siamo altrettanto interessati a prenderne le distanze: siamo costretti a farlo, proprio perchè molte scene sono girate su una curiosa doppia linea temporale, in cui lo stesso evento avviene nel verso giusto e al contrario. Un tempo palindromo, letteralmente, come da tradizione archeologica di cui sopra, su cui si sprecheranno e si sono sprecate riflessioni, interpretazioni e simbologie.

Il funzionamento di questa logica temporale resta affascinante, coivolgente, tricky, mind-blowing quanto vogliamo, ma rimane avvolta da un alone un po’ troppo misterico, in cui sembra che sia più importante trasmettere amore che spiegare come girano le cose. Cosa che, come già in altri lavori nolaniani, è in un certo schrödingeriana: infastidisce e intriga al tempo stesso, si ama e si odia, piace e non piace, rischia di oscillare in eterno tra sincera genialità e vezzo da nerd. Insomma, il Nolan di sempre, che ci piace immaginare impegnato a filmare la teoria della relatività, la prossima volte, e che qui si conferma talentuoso e coraggioso nelle scelte registiche quanto, alla prova dei fatti, forse un po’ confuso o confondente da quelle scelte narrative.

Il Tempo è il vero Protagonista, o – se preferite – il Protagonista è il tempo, sia nel senso di personificazione temporale che di concetto generale, con tutto ciò che ne consegue e con un’ampissima interpretazione socio-politica a nostra disposizione. Nulla vieta, infatti, di considerare Kat come il pianeta Terra, Sator come il Male che alberga nell’uomo, Protagonista e Neil come lumi della ragione e della razionalità. Di sicuro, poi, il tempo è ciò in cui si svolgono gli eventi, e non serve rileggere l’opera di Martin Heidegger per capacitarsene: la semplicità di questa affermazione vuole solo testimoniare il solido presupposto di Nolan nel girare Tenet, che ambisce ad essere un semi-kolossal mainstream sul Tempo. Meno ovvio, a questo punto, è provare a conciliare la narrazione nolaniana con quella possibilità quasi illogica, sicuramente poco intuitiva: ovvero che possano esistere dei varchi temporali attivabili a comando mediante “tornelli”, in cui una volta dentro si debbano prendere le dovute accortezze per sopravvivere, ed in cui soprattutto gli eventi possono avvenire ed essere “rivissuti” al contrario (backwards).

È un’idea geniale (cit.), certo, e accattiva il fatto stesso di capacitarsene durante la narrazione, soprattutto per via della nitidezza con cui tale passaggio viene mostrato: al tempo stesso, rischia di sembrare un virtuosismo in cui sentirsi sballottati, soli (neanche a dirlo), abbandonati a qualsiasi spiegazione da un regista che sembra a volte rimuginare narcisisticamente sui propri mindblow, con parte del pubblico che potrebbe (comprensibilmente, oltre una certa soglia) stancarsene. Del resto, se vivo al contrario l’evento che dallo stato B mi riporterà verso A, dovrò “posticipare” (anticipare, se preferite) ogni mossa atta a salvarmi la pelle, e l’idea è talmente brillante che viene quasi in mente Memento, il Nolan della prima ora, che si dibatteva in una narrazione ancora più frammentata (i frame di massimo 15 minuti di memoria che poteva avere il protagonista).

Del resto, più che viaggiare nel futuro (che al giorno d’oggi sembra poco attrattivo, per certi versi, anche solo per l’altissimo grado di frenesia che viviamo nella società), molti di noi preferirebbero cambiare il passato, facendo i conti con le complessità del caso e con i paradossi che ne seguirebbero. Perchè allora non provare ad attraversare il tempo al contrario, partendo dalle ore 21:24 per poi procedere alle 21:23 e così via?

Il vantaggio di questa possibilità è implicitamente legato alla possibilità di conoscere già il futuro, oltre a poter coordinare, di conseguenza, un diverso destino per il tempo che verrà. Più che un film sul Tempo, a questo punto, si potrebbe trattare di un film sull’Uomo nel tempo, inteso in senso heideggeriano, ovvero legato alla condizione di ciò che il filosofo austriaco chiama “essere nel mondo“, esserci, fare la nostra parte, essere presenti a se stessi e agli altri – e anche, significativamente, prendendoci cura di qualcuno o qualcosa. Con la possibilità di rifarlo, e di riparare, secondo la rassicurante poetica nolaniana che anche qui, anche stavolta, non deluderà.


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