Recensione

La notte: il tramonto dell’uomo al nascere del boom economico

Giovanni è uno scrittore di successo e vive un rapporto ambiguo con la moglie Lidia, in bilico tra conformismo e noia. In un momento di acutizzazione dello sconforto, la donna inizia a girovagare per Milano, apparentemente senza meta. Per un motivo per nulla evidente, sia Lidia che Giovanni sembrano rapiti da ricordi di cui non vogliono parlare apertamente, vivendo il presente in una imprecisabile alienazione e sconforto.

Ha vinto un Leone d’Oro (prima volta per un film italiano) e un David di Donatello nel 1961, incassando complessivamente 470 milioni di lire. La Notte di Michelangelo Antonioni è un film da amare e contemplare, ma non sarà certamente ricordato come una delle sue opere più accessibili. Rientra in quei film ormai fuori dal tempo, ambientato in una Milano (con tanto di Pirellone in costruzione) dei primi anni Sessanta.

L’ambientazione urbana è uno degli elementi cardine del film e ne costituisce parte integrante, in cui all’esistenzialismo perbenista di borghesi colti e annoiati (tra night club ambigui e party vacui in cui, grottescamente, si festeggia la vittoria di un cavallo ad una gara) finiscono per fare da contraltare qualche siparietto-lampo imprevedibilmente popolare (la donna del chiosco che suggerisce a Lidia di trovarsi una pensione per incontrare qualcuno) così come il disvelamento progressivo di vizi e manie (Giovanni è tanto composto negli atteggiamenti quanto infedele, Lidia è mite e misurata quanto evitante e depressa: Jeanne Moreau ricorda quasi Catherine Deneuve/Carol in Repulsione). E soprattutto spicca, per bellezza, intensità e caratterizzazione, l’interpretazione di Monica Vitti nei panni della figlia anticonformista e affascinante dell’industriale Gherardini, personaggio chiave per rendere esplicita la crisi relazionale tra i due protagonista. Fino a quel finale celebre, localizzato nel cielo plumbeo di un campo da golf, in cui i due coniugi si preparano al sesso dopo essersi appena detti di non amarsi più.

È plausibile che già all’epoca non tutti capissero quel linguaggio: per un misterioso (oggi incomprensibile) contrappasso, La notte fu anche uno dei film colpiti dalla censura dell’epoca, dato che furono anche imposti tre tagli (tra cui una scena contenente la parola puttana, risaputamente) e venne vietato ai minori di 16 anni (se uscisse oggi un film del genere, per intenderci è improbabile che si porrebbe il problema). Eppure Antonioni scardinò certezze, convenzioni e fece discutere, per quanto fosse più un vezzo della critica che del pubblico (che probabilmente non capì del tutto, o solo in parte, il messaggio dell’opera).

Ogni miliardario vuole il suo intellettuale.

La notte rientra nei film d’autore e di concetto in cui non è agevole, neanche oggi, decifrare il valore di ogni sequenza, tanto più che gran parte della narrazione sembra affidata a un criptico flusso di coscienza. Vediamo personaggi senza soluzione di continuità scambiarsi sguardi, scherzare, abbracciarsi senza un antefatto, immaginare storie drammatiche in astratto solo perchè “pensarci è commovente“, drammatizzare la propria vera storia, aggirarsi in una città caotica da cui cercano (forse) di trarre un significato. Il senso di straniamento è concreto e vivido, del resto, fin dalla colonna sonora minimalista: note spurie e rumori della città e dalle riprese della maestosità delle architetture meneghine, mentre lo spettatore è posto di fronte ad un evento traumatico: uno scrittore malato, praticamente in fin di vita, ricoverato in ospedale mentre si chiede “Che devo fare? Che devo fare?“.

È forse questo l’interrogativo universale di tutti i personaggi de La notte, alla ricerca di un qualcosa che non sanno ritrovare e che forse nemmeno sanno di aver perso, probabile simbolo di una borghesia fin troppo appagata economicamente quanto, alla prova dei fatti, smarrita. Il tutto mediante la storia di uno scrittore tentato dalla proposta di un ricchissimo industriale della zona, che lo vorrebbe autore di un libro sulla propria azienda: la dimensione mercenaria o da “intellettuali di corte” finisce così per diventare una delle allegorie più potenti dell’opera.

Io non ho più idee: soltanto memoria.

È altresì chiara la dimensione esistenzialista e, per certi versi, brechtiana del dramma firmato Antonioni, che scrive soggetto e sceneggiatura del film (assieme a Ennio Flaiano e Tonino Guerra, che cito anche per inquadrare lo spessore letterario dell’opera). La regia è intricata quanto distaccata, quasi algida, mai cinica. Troviamo dialoghi introspettivi e intimisti, atteggiamenti che sembrano vacui, un andamento narrativo costantemente da decifrare, parole che scorrono e che potrebbero avere un senso immediato (come non averlo), il tutto a mio parere sulla falsariga di certe opere di tutto il teatro dell’assurdo che già esisteva da metà anni Cinquanta.

Città enormi, vuoti esistenziali, night club con ballerini acrobatici quanto sessualizzati, flirt accennati e naturalmente amori impossibili, cercati male e finiti peggio. La notte ci consegna un lavoro compatto, impegnativi e pregno di riferimenti, in cui lo spettatore sembra quasi lasciato solo di fronte alla trama, sostanzialmente focalizzata su una crisi matrimoniale e le sue conseguenze. La regia di Antonioni (che fa da apripista, in qualche modo, a successivi lavori di altri registi ancora più sperimentali, sulla falsariga di Metti, una sera a cena) potremmo definirla industriale, in qualche modo, proprio perchè i drammi esistenziali dei personaggi (che appaiono svuotati e senz’anima, a più riprese) finiscono per fare da chiaroscuro al caos della città, al suo vacuo industrialismo e all’alienazione indotta dal progresso e dal boom economico. Antonioni sembra collocarli in un universo realistico, freddo e senza cuore, evidenziando spesso e volentieri architetture evolutissime, che quasi opprimono i singoli personaggi e ne mostrano, a più riprese, la piccolezza. Durante il girovagare di Lidia, esce fuori una Milano periferica inaspettata, in cui si assiste ad una rissa tra sconosciuti (quasi un’anticipazione della filosofia di Fight Club, in cui si combatte  grottescamente solo per provare a recuperare la dimensione umana) che viene disperatamente interrotta dalla donna.

Un modo di dirigere che oggi è riservato a opere di “nicchia” (indicazione puramente di comodo, s’intende), nell’era del cinema di distribuzione di massa, in cui il massimo che puoi proporre al pubblico è un paradosso temporale, e se “osi” metterla sul filosofico ti guardano male, è chiaro che un film del genere potrebbe diventare un’esperienza pià che significativa, da rivivere ancora una volta. Nonostante il bianco e nero e l’ambientazione d’epoca, infatti, La notte è ancora oggi moderno e attuale nella forma, nonostante i sottintesi non siano certamente virati su toni pop.

La notte è il secondo film della trilogia di Antonioni che include L’Avventura (1960) e L’Eclisse (1962), ed è stato uno dei film più amati da Stanley Kubrick.

Monica Vitti, scomparsa il 2 febbraio di quest’anno, è stata una delle più grandi interpreti del cinema italiano, lavorando (tra gli altri) con Antonioni, Buñuel, Monicelli, Brass, Scola e Festa Campanile.


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