Recensione

Manifest: la serie TV di Netflix sui paradossi spazio-temporali-emotivi

Un aereo di linea riappare improvvisamente dopo essere scomparso per cinque anni, mentre per le persone a bordo sembrano trascorse soltanto poche ore. Mentre passeggeri e personale di linea provano a reintegrarsi (in una società che sembra non avere più tempo e spazio per loro), alcuni iniziano a provare allucinazioni, a sentire voci e avvertire vere e proprie premonizioni.

Il volo 828 della Montego Air Flight attraversa una turbolenza imprevista, e si prepara per l’atterraggio. Ma sulla terra il tempo sembra aver proceduto più velocemente, dato che l’aereo era stato dato per disperso da quasi 6 anni. L’idea di MANIFEST procede fondamentalmente sulla falsariga de Langolieri di Stephen King, racconto e serie TV di metà anni 90 del re dell’orrore il quale, forse non a caso, si è pubblicamente esposto a favore della serie e contro la volontà produttiva di chiudere Manifest prima del tempo. Cosa che non è mai successa: siamo a cavallo tra il 2019 e il 2021, la serie è già arrivata in Italia ed ha in genere riscosso un discreto successo, e per molti mesi sembrava dominante la volontà di chiuderla (da parte della FNC): possibilità smentita dai fatti, finchè non rimarranno i diritti alla Warner Bros che concederà a Netflix, finalmente, di trasmetterne ulteriori episodi.

Nel mezzo della tempesta il re dell’orrore aveva invitato a metà del 2021 la produzione a ripensare la scelta, ma per quanto queste vicende restino interessanti per i fan è impossibile non sottolineare la qualità dell’idea di fondo, anche se sviluppata forse in modo non proprio ottimale. Una serie ben pensata, convincente sulle prime quanto “polpettonizzata” forse proprio perchè in preda di calcoli tutt’altro che artistici, nel mentre. A fronte peraltro di un episodio pilota francamente molto ben realizzato, rimane più in generale una considerazione quasi desolante: prima di pensare a parallelismi con la pluricitata serie LOST di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, sarebbe il caso di chiedersi cosa ci sia di davvero nuovo in una serie piuttosto ispirata alla storia dei Langolieri (di metà anni novanta).

Langolieri che, per la verità, erano sicuramente curiosi a livello di genesi, almeno per l’epoca, ma non furono mai un’epitomo del genere, soprattutto in quella mini-serie TV omonima di circa tre ore complessive. Per quanto diluita fosse e per quanto i villain sembrassero artigianali (o tratti grottescamente dal videogame sparatutto Quake), sì, forse erano poco spaventosi e fatti (maluccio) con la CGI, ma almeno in tre ore ti toglievi il pensiero. Manifest, al contrario, sembra adagiarsi sulla volontà sempiterna del pubblico di continuare all’infinito. Chiaro, in un certo senso è cambiato il format, e per questo verso (e per via della scelta di fare quasi sempre serie TV di n-mila puntate, al contrario del vecchio IT e dei succitati che, bontà loro, erano al massimo assimilabili a mega-film di durata ragionevole) si procede in una direzione continuativa, ormai diremmo quasi ossessiva. Più personaggi – otto in tutto, quelli principali – le cui vicende sono intrecciate dal singolare episodio iniziale, che li ha visti casualmente passeggeri di un aereo di linea che potrebbero aver viaggiato nel tempo. Personaggi dalle vite fin troppo piene di parentesi aperte e segreti, pure, ma su cui la noia, in definitiva, rischia di aleggiare in più occasioni.

MANIFEST è una serie TV drammatica a tema sovrannaturale, puramente americana nel mood e decisamente nella media di qualsiasi altro prodotto seriale a tema sia stato concepito negli ultimi anni: creata da Jeff Rake, in circolazione dal 2018, con cast di relativi sconosciuti in cui, peraltro, non sembra spiccare nessuno in particolare, per quanto resti innegabile (e tutt’altro che da sminuire) l’amore di parte del pubblico per la storia raccontata. Tra i personaggi troviamo le discrete interpretazioni di Melissa Roxburgh, Josh Dallas, Athena Karkanis, J. R. Ramirez e Luna Blaise, ma nulla che riesca realmente a far gridare al miracolo.

Questo nonostante il fatto sia una delle serie più viste su Netflix degli ultimi giorni, a cui va riconosciuto il merito di aver creato, se non altro, una storia accattivante e creativa, che indaga a livello inconscio sul comportamento dei personaggi. Personaggi che sembrano comunicare telepaticamente tra loro, o “sentire” una voce interiore che gli suggerisce cosa fare (quasi sempre a fin di bene, s’intende, essendo una serie USA). Nulla che non sia riconducibile, anche qui, a ben vedere, a tanti romanzi kinghiani classici, ad esempio alle vicende a cui assistiamo in Doctor Sleep (la narrazione sovrannaturale o “incantata” non è dissimile da quella di Manifest) oppure nello stesso IT (la condivisione di un destino comune da parte dei protagonisti).

Al tempo stesso, i toni sono quelli del dramma familiare più classico e canonizzato, della serie: nulla sembra essere cambiato dopo circa cinque anni, se ne fossero passati 200 avremmo magari visto scene (più divertenti, forse) del genere I pronipoti che incontrano Gli antenati. Le dinamiche sociali e familiari restano desolatamente quelle di sempre, per non dire che sono tremendamente prevedibili, su vari frangenti: il ragazzino che sfrutta indirettamente gli anni “guadagnati” per curarsi la leucemia con una terapia appena inventata, la sempiterna poliziotta modello Medium o The listener, le multinazionali del farmaco rigorosamente ciniche, i partner dei viaggiatori nel tempo che non hanno esitato a trovarsi un’altra (o un altro), alla faccia del romanticismo modello Futurama o, se preferite, “io ti aspetterò per sempre“.

L’idea della storia sarebbe di per sè straordinaria, e si presterebbe a divulgazioni e narrativa cinematografica sulla falsariga quantomeno di Nolan: ma come accade in molte pellicole del regista, e solo da questo frangente, sembra puntarsi maggiore attenzione alle vicende personali, su personaggi ultra-egocentrici che cercano affannosamente un senso nella loro pluri-citata “seconda possibilità“. Chiaro, non bisognava certo rifare i Langolieri (cosa che difficilmente King avrebbe accettato, ci verrebbe da scrivere), ma a fronte di un evento del genere forse inserire una chiave narrativa diversa, più universale, più nerdistica forse, certamente meno intenta a fissare l’ombelico del già visto. La soggettivizzazione esasperata della storia, peraltro, tende a rendere la serie stessa un po’ stantìa, un po’ troppo melodrammatica in alcuni passaggi, pure – per lo parlare di quella diluizione temporale eccessiva di cui sopra, dove realmente fatichi a vedere la fine della vicenda o a renderti conto se gli episodi siano 10 o 10 mila. Restiamo dell’idea, per farla breve, che possano esistere paradossi temporali più accattivanti del classico topos 1) compagno/a dato/a per morto/a, 2) mi rifaccio una vita col suo migliore amico/a, 3) il presunto morto ritorna, 4) e-adesso-come-si-fa!!1

Scritta e diretto Jeff Rake, con la collaborazione di MW Cartozian Wilson, è interpretato primariamente da Melissa Roxburgh, Josh Dallas e J.R. Ramirez, ed è disponibile su Netflix.


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