Men: non serviva un film per far luce sulla condizione femminile. Ma Alex Garland ha fatto comunque un ottimo lavoro

Alex Garland torna alla regia, dopo Ex Machina e Annientamento, con il nuovo lungometraggio Men. Quando furono annunciate le prime proiezioni oltreoceano era prassi che si parlasse di questo film come scioccante, sconvolgente al punto da costringere gli spettatori ad abbandonare la sala nel bel mezzo della visione poiché incapaci di sopportare ciò che stavano guardando.

Mi sono approcciata dunque al film con una curiosità, lo ammetto, un po’ morbosa, pronta a trovarmi davanti a un film gratuitamente scioccante come A Serbian Film o Irréversible. Il terzo lungometraggio di Alex Garland non offre invece una violenza sfacciata, ma gioca con lo spettatore e lo guida lungo un percorso che ok, per molti può sembrare sconvolgente, ma per le donne non è altro che la scoperta dell’acqua calda.

Attenzione: non sto dicendo che sia un brutto film, o scontato – affatto. C’è da dire però che se le persone che sono scappate dalla sala durante la visione sono a loro volta dei men, uomini, allora si spiega perché il film possa essere risultato loro scioccante. E il motivo sta nel fatto che è la realtà stessa a esserlo. E quando la realtà la conosciamo ma ne neghiamo l’esistenza e la credibilità, il fatto che ci venga ripetutamente sbattuta in faccia senza troppe cerimonie diventa davvero pesante da sopportare.

Harper Marlowe (Jessie Buckley) sta convivendo con il trauma in seguito alla morte del marito, avvenuta davanti ai suoi occhi in seguito a una lite furibonda. Per aiutarsi a guarire e a stare meglio decide di trascorrere una vacanza da sola in una villa in campagna, nel villaggio di Cotson. Al suo arrivo viene accolta dal proprietario Geoffrey, un uomo singolare ma all’apparenza innocuo. Harper comincia ad ambientarsi nella casa, nel villaggio e nei boschi attorno a esso, quando accade un episodio spiacevole: durante una delle sue passeggiate giunge presso un tunnel ferroviario in disuso, dove viene inseguita da un uomo che arriva addirittura ad appostarsi all’esterno della casa. La polizia accorsa sul posto arresta un individuo nudo e sporco, spiacevolmente selvaggio. Harper è scossa ma non per questo intenzionata ad andarsene, per tornare in quella casa in cui l’ultimo ricordo che ha è lo sguardo del marito che la fissava mentre cadeva giù dal tetto del palazzo – e per cui cova un estremo senso di colpa. La situazione tuttavia comincia a precipitare quando il poliziotto occupatosi dell’arresto dello la avvisa della sua scarcerazione, in quanto considerato innocuo e quasi catatonico. Da quel momento l’esperienza di Harper si tramuta in un incubo in cui è impossibile distinguere la realtà dalle allucinazioni.

Non si può non parlare di Men senza partire dal didascalico titolo e, quindi, senza individuare dei parallelismi con la società attuale. Il film di Alex Garland è infatti una forte critica all’universo maschile e a tutti i meccanismi socio-antropologici che gli uomini adoperano nei confronti delle donne; tra questi abbiamo in primis il gaslighting, impersonato principalmente da James, il marito di Harper, un uomo violento e sospettoso che incolpa esclusivamente la donna del fatto che il loro matrimonio sia arrivato ormai a un punto di non ritorno. Ma l’ostilità da parte degli uomini è continua e non accenna a diminuire durante il film, anzi aumenta a dismisura. Harper, da ben prima del suo arrivo a Cotson, si ritrova a vivere soltanto emozioni negative che sono a loro volta legate agli uomini: il senso di colpa nei confronti di James, che fino all’ultimo non saprà se si è suicidato come ultimo gesto per avere un malato controllo su di lei e la sua psiche o se è caduto dal tetto in seguito a un incidente; la paura di essere seguita; la frustrazione di non essere creduta e di essere considerata esageratamente paranoica.

Alex Garland aumenta l’inevitabile senso di solitudine di Harper rappresentandola come praticamente l’unica donna presente nel villaggio, ma soprattutto circondata da uomini che hanno tutti la stessa faccia – e cioè quella di Geoffrey, interpretato insieme a tutti gli altri abitanti del villaggio da Rory Kinnear. Long story short, il regista con questa scelta sta dicendo allo spettatore che gli uomini sono tutti uguali. Un messaggio che potrebbe sembrare semplicistico soprattutto se considerato soltanto in base a questa scelta, ma Garland osa e decide di andare a fondo, di scavare fin nelle viscere del mito misogino per eccellenza: Eva, la prima donna, che cede alla tentazione.

Il villaggio di Cotson può effettivamente rappresentare l’Eden: è un posto immerso nel verde delle campagne britanniche, dove tutti gli uomini presenti sono effettivamente uno solo; ma soprattutto la prima cosa da cui Harper è attratta al suo arrivo a casa di Geoffrey è un albero di mele presente nel giardino, e non resiste alla tentazione di assaggiarne una. Alex Garland ripercorre in Men la storia della misoginia occidentale, basata su una religione androcentrica che vede la donna soltanto come organo atto al proseguimento della specie e causa dei mali del mondo, quasi come un virus da estirpare e a cui togliere qualsiasi diritto – perfino quello generatore.

Alex Garland è riuscito a confezionare un bell’horror di atmosfera, fortemente suggestivo e inquietante, il cui messaggio colpisce dritto al punto e che rivedrei assolutamente volentieri per individuare nuovi sottotesti e spunti di analisi. Ma serviva davvero un film per far luce sulla condizione femminile?


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