Oldboy: Oh Dae-Su torna nelle sale


Nel giorno del quarto compleanno della figlia, Oh Dae-Su viene rapito e rinchiuso per 15 anni in un appartamento. Nessuno gli spiega il perchè: l’uomo, per non impazzire, cerca mille modi per continuare a sopravvivere, rimuginando sul proprio passato. Una volta finita la propria prigionia, si rende conto di essere seguito da un misterioso personaggio.

In breve. Un thriller feroce e diretto, che fa dell’imprevedibilità il suo marchio di fabbrica. Tenebroso e pesantissimo nelle sue conclusioni, da non perdere anche se, ovviamente, non per tutti.

Diretto, impetuoso, violento e “tarantiniano” quanto basta, Oldboy del sudcoreano Chan-wook Park è uno dei film più significativi per questo sottogenere, oltre ad essere uno dei più citati. Park è uno di quei registi che, con questo lavoro, ha consolidato la propria fama a ragione, ma sarebbe riduttivo elogiarlo senza citare il suo contributo da profondo conoscitore del genere che sfoggiò anche l’anno successivo con Three… Extremes. Un film che oggi, da letterale buon Oldboy, è addirittura tornato nelle sale, ben 18 anni dopo la sua uscita ufficiale.

La storia, tratta dal manga omonimo di Nobuaki Minegishi, è ispirata alle dinamiche narrative del revenge movie classico: una storia di vendetta narrata in modo anti-causale, che accattiva lo spettatore nel tentativo, assieme al protagonista, del capire il “perché” di tanta violenza. Tutto nasce in un appartamento blindato in cui Oh Dae-su viene imprigionato: destino ancora più atroce, perchè nessuno gli racconta cosa abbia fatto per meritare quel trattamento. Il resto è un climax narrativo che, se sulle prime stenta a decollare, prende il volo dopo neanche mezz’ora, e si declina in una serie di ripetuti colpi di scena, azione, violenza e gore.

In Oldboy di Chan-wook Park è un po’ come se la narrazione vivesse una sorta di big bang, migrando lo spettatore da un angusto appartamento nel quale non si può uscire ad una “prigione più grande” (il mondo in cui viviamo) e la perenne domanda del protagonista, incentrata sul perchè sia sopravvissuto in quei termini (al di là del noto mantraRidi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo“). Un destino peggiore della morte, quell’attesa infinita, dato che prefigura guai più grandi di quelli che si possano immaginare e, soprattutto, fa malignamente dimenticare anche allo spettatore l’esistenza di disegno preciso da parte del villain. La regia è abile a seguire quest’ultimo punto di vista – non tanto quello di Oh, quanto del suo feroce antagonista: il mai troppo celebrato Lee Woo-jin, probabilmente tra i villain più complessi, diabolici e realistici mai concepiti su uno schermo (almeno in tempi recenti).

È importante analizzare l’idea del regista che decide, in modo implicito (quanto fondamentale da considerare) di immedesimarsi nel punto di vista di Woo-jin, non in quello di Dae-su come si potrebbe pensare all’inizio. Aanche se la locandina è dedicata a quest’ultimo, il film sembra quasi “diretto” dal crudele Woo-jin in persona, che fa immedesimare lo spettatore nella visione forzata dei tormenti che infligge al protagonista, mostrandosi inizialmente come un’ombra o un fantasma. Da un certo punto di vista la regia strizza l’occhio, prima che a qualsiasi revenge movie, a quello che un po’ di anni fa tutti definivano torture porn, che poi erano gli horror espliciti, realistici, voyeuristici e grotteschi sulla falsariga di certa exploitation anni 70 (dal primo Wes Craven in poi). E le tematiche di Oldboy , al di là delle abusate apparenze e parallelismi visuali, non possono fare a meno di ricordare le omologhe situazioni di Moebius o Strange circus.

È anche vero che in Oldboy tante cose sono dirette “alla Tarantino”, più che altro quello cinico dei primi film (non certo quello più “hollywoodaro” degli ultimi), a cui si aggiunge il fatto che storia possiede un che di inaspettatamente morboso e, come se non bastasse, ci sono scene parecchio forti. A cominciare da quella pluri-citata dei denti (che cita a sua volta, evidentemente, Il maratoneta di John Schlesinger) passando per altri episodi più grotteschi che altro (il polpo divorato vivo a mo’ di allegoria, una pratica peraltro realmente in voga in Corea sulla quale le polemiche non sono mancate, e dati i tempi post-pandemici che viviamo, potrebbero addirittura riprendere quota).

È anche vero, pero’, che sarebbe un errore ignorare che il grosso della pellicola sia sviluppato sul tema della manipolazione: c’è di mezzo anche l’ipnosi come trigger, ma l’aspetto psicologico-manipolativo la fa da padrone, quasi prima dell’idea di violenta rivalsa da parte dei personaggi. Tutta la narrazione di Oldboy è infatti stabilita subdolamente da un crudele regista, che si insinua nel disperato tentativo di rifarsi una vita da parte di Oh Dae-su, accecato da una vendetta meno “pura” di quella che si potrebbe immaginare a prima vist. In questo va dato atto di come il film corra su un binario primario apparente (la storia della vendetta di Oh, tutt’altro che eroica e anzi, in certi momenti, quasi goffa), ed un secondario denso di tenaci tentativi di induzione del senso di colpa. Sul senso di colpa, a conti fatti, verte gran parte della storia: se Oh Dae-Su avverte rimorso per aver perso la propria famiglia, non è sicuramente il solo a provare quel sentimento, ed è significativo come questo feeling venga rimbalzato e rinfacciato tra i vari personaggi, neanche fosse un’arma vera e propria.

Sicuramente l’idea di rinchiudere il protagonista per 15 anni in un appartamento e manipolarne il comportamento è molto torturepornesca quanto, a conti fatti, solo in parte realistica: realizzarla richiederebbe una capacità di concentrazione e focalizzazione al di là di ogni immaginazione, tant’è che (ad esempio) nel manga gli anni di attesa erano “solo” dieci. Sono quelle esagerazioni romanzesche che ci stanno, per carità, e fanno parte del canonico “patto” tra regista e pubblico, tant’è che questa parte occupa solo qualche minuto della narrazione.

Il personaggio di Oh Dae-su, del resto, è meno scontato (e forse anche meno positivo) di quello che potrebbe sembrare: in fondo, seppur in un contesto romanzato e grottesco, è tragicamente ed inconsciamente quasi causa del suo mal (nei block notes che gli hanno fornito stila una lista di persone a cui potrebbe aver fatto del male… di diverse pagine, il che appare come evidente esagerazione funzionale ad un mood di questo tipo). Al tempo stesso Lee Woo-jin , crudele e beffardo come non mai, evoca furia vendicativa con un’etica da samurai, focalizzato sul vendicare l’onore (proprio e di un altro personaggio). E da villain detestabile e crudele diventa, in un gioco di inversione dei ruoli, quasi il personaggio con cui provare ad empatizzare (per quanto l’universo di Oldboy sia popolato quasi esclusivamente da anti-eroi classici, se non vere e proprie marionette nelle mani del fato).

L’attesa dei succitati 15 anni, come si accennava prima, è funzionale allo sviluppo narrativo stesso, proprio perchè crea il presupposto per la rivelazione shock finale la quale, obiettivamente, sarebbe quasi più prevedibile della media: ma la cosa che fa funzionare quel finale è l’hype con cui siamo stati fuoriviati, quasi a volerci costruire un decorso della vicenda che poi, a conti fatti, tanto prevedibile non è (ed è per questo che ho ravvisato un vago parallelismo con Hard candy, ad esempio, che è un film che tende a portare il pubblico a determinate conclusioni che poi, di fatto, sono rimesse in discussione alla fine). Sarebbe scontato, insomma, se non fosse che siamo letteralmente distratti dal protagonista e dalla sua orgogliosa hybris: attendiamo la sua prossima mossa, ci “godiamo” la sua forza fisica e decisione, siamo calati nel suo personaggio, dopo un po’ empatizziamo con lui, ammiriamo la sua furia distruttrice tragico-teatrale, ad esempio mentre demolisce più avversari come un novello Van Damme, con tanto di coltello infilato nella schiena di cui nemmeno si accorge. L’empatia del pubblico ha contribuito grandemente, di fatto, al successo della pellicola, ma non bisogna fare l’errore di considerarlo l’ennesimo clone simil-Machete.

Questo perchè Oldboy è qualcosa in più di un buon film, accattivante quanto anti-sociale nella sua narrazione, risultando quasi detestabile per parte del pubblico dato che, per estremo paradosso (e anche qui, gusto da exploitation pura) gioca sull’effetto traumatico, riesce a “fregare” lo spettatore, fa sentire lo stesso quasi “sporco”(echeggiando, in questo, l’effetto prodotto da moltissimi film estremi anche d’epoca, di varie nazionalità). La stessa fregatura diabolica che viene inflitta a Oh Dae-su, a conti fatti, quella che evoca un mondo malvagio, subdolo e senza cuore in cui, di fatto, anche la stessa ricerca dell’amore è minata da presupposti forzatamente morbosi (ed è, neanche a dirlo, ancora una volta di natura manipolatoria).

L’idea dell’uso dell’ipnosi, per altri versi, in un contesto del genere convince meno il pubblico più scettico, ma nel contesto da fumetto sporco & cattivo in cui ci troviamo, si annovera tra i difetti tutto sommato perdonabili. In definitiva Oldboy è un film forte, non per tutti i palati e sicuramente diretto in modo scorrevole e insostenibile “quanto basta”. Sicuramente da riscoprire per chi non l’avesse mai visto; vale la pena ricorda che di questo film esiste una ulteriore versione del 2013, girata da Spike Lee.


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