La dimensione del porno in rete è, per definizione, intima: tutti lo guardano, quasi nessuno ne parla. A meno che non ti ritrovi a farci battute tra amici. Sì, perchè in fondo il porno fa ridere: di riflesso, il più delle volte, o come forma di protezione della nostra intimità, ma è proprio così. Woody Allen aveva ragione quando, anni fa, sosteneva che il sesso è stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere. Al tempo stesso, le ultimissime su Pornhub sono tutt’altro che da ridere: in seguito alla scoperta di alcuni video illegali, caricati da utenti anonimi, ed al successivo pressing di alcune associazioni (sia per la tutela dei sex worker che per la moralità pubblica), Pornhub si è trovata a dover cancellare due terzi dei video che erano presenti nel sito.

Le stime del sito Vice – il primo a dare la news – non sembrano troppo scientifiche, anche perchè il ritmo di aggiornamento del sito è difficile da controllare e stimare nel breve periodo, ma si parla di un qualcosa tipo 29 milioni di visualizzazioni in meno – dovute prevalentemente alla visione di video amatoriali – per un totale di circa 7 milioni di video cancellati, o comunque messi “in pausa” per una successiva revisione. Il punto è: non sappiamo cosa sia legale e cosa non lo sia, per cui lo faremo il prossimo anno un po’ per volta e, nel frattempo, congeliamo la maggiorparte dei contenuti (inclusi, per forza di cose, quelli che non sono illegali).

Sotto un fuoco incrociato

Pornhub si è ritrovato sotto scacco: da un lato video pubblicati direttamente dalle pornostar e dagli studios, sui quali lucrava in maniera secondo mondo eccessiva, concedendosi generose fee su ognuno degli stessi (65%, per intenderci, se spendi 100€ per la sezione premium di un/una qualsiasi pornostar, quest’ultima si prenderà 35€ lasciando il resto a Pornhub), attirando un primo vespaio di critiche.

Dall’altro, un marasma associazioni di tutela dei diritti – più o meno disinteressate e, secondo alcuni, semplicemente moraliste – che cavalcano l’onda per sferrare un secondo attacco, capitanati dal giornalista due volte Premio Pulitzer il quale, sul New York Times, ha pubblicato un articolo devastante dal titolo “The children of PornHub” che accusa, senza mezzi termini, il sito di favorire pornografia illegale e infantile.

Articolo che un po’ tutti hanno preso con la necessaria considerazione, ovviamente, senza considerare che due premi Pulitzer non garantiscono sull’autorevolezza, la completezza e l’obiettività del contenuto esposto, tant’è che – sempre con rispetto parlando – anche un giornalista come George Knapp ha vinto un premio dalla United Press International negli anni 80, per un’inchiesta rigorosa quanto contestatissima sull’ufologia (!). L’articolo in questione, nonostante sia online sul sito del New York Times e sia firmato in modo autorevole, afferma qualche inesattezza tecnologica (non si può, ad esempio, impedire il download dei video perchè internet, di fatto, non permette di farlo, ed i blocchi tipo DRM sono sempre aggirabili o, alla peggio, allontanano del tutto gli utenti), e tende ad assumere una posizione di attacco frontale al sito clou di Mindgeek, la multinazionale che gestisce Pornhub, neanche fosse l’unica e sola causa della pornografia illegale su internet.

Pornhub ne esce distrutto (forse)

Sono i dati a parlare e a suggerirci la popolarità di Pornhub: uno dei siti meno citati e talmente popolari al mondo da produrre, ogni anno, una divertita e divertente statistica ufficiale delle cose più cercate al suo interno (l’anno scorso in Italia, per intenderci, sembravano andare di moda “amatoriali” e “MILF“, per un pubblico più o meno equamente suddiviso tra uomini e donne). Di fatto, questa mossa è stata sicuramente un colpo pesante sulla sua popolarità e sull’immagine, prevalentemente giocosa, promossa sui social network (chi ricorda il video-meme con cui offrivano la propria “compagnia” durante le fasi di lockdown più pesanti che abbiamo vissuto nel 2020?), arrivando a far ipotizzare la possibilità di una chiusura definitiva del sito: sì, perchè con VISA e Mastercard che hanno preso posizione netta distaccandosi dal sito, diffidando Pornhub (e la società che lo gestisce, Mindgeek) a fare uso dei loro circuiti di pagamento per gli account a pagamento premium (che offrono, in breve, filmati in HD e full HD non disponibili nella parte free), viene indirettamente demolita gran parte del suo modello di business che ne garantiva l’esistenza.

Come a dire: non vogliamo avere nulla a che fare con attività illegali, ed infatti su PornHub premium ad oggi è possibile soltanto pagare con criptovaluta bitcoin. E questo sicuramente pone dei dubbi sulla possibilità di continuare a sostenere la baracca in modo accettabile e conveniente economicamente.

Come la pensa l’utente medio di Pornhub?

Sulla carta, le reazioni alla questione sono state tiepidine: nessuno effettivamente se la sente di prendere le difese di Pornhub, sia perchè il senso di colpa per aver visto video eccitanti quanto potenzialmente illegali ha sempre attanagliato un po’ tutti i visitatori con un briciolo di etica o morale, sia perchè la politica fin troppo open o sregolata del sito è ben nota: fino a qualche tempo fa permettevano di caricare di tutto e di più, senza troppi controlli: nelle tendenze del sito spesso comparivano video legati a fatti di cronaca di revenge porn anche italiano, a volte, che poi venivano cancellati periodicamente, e insomma prendere le difese di un sito del genere, dal quale potevi cancellare i video che eventualmente ti ritraevano seguendo una procedura obiettivamente abbastanza contorta, appare un azzardo ed una posizione talmente impopolare che nessuno, in tutta coscienza, farebbe – quantomeno mettendoci la faccia.

I punti da focalizzare sono altri: in primo luogo, la diffusione di video illegali pornografici o violenti o comunque privi di persone consenzienti è chiaramente inumana, non si discute su questo, ma non è semplicisticamente colpa di Pornhub, tanto che – pure in Italia – di recente anche alcuni gruppi segreti su Facebook e Telegram venivano usati a tale scopo. Bisognerebbe anche capire l’entità delle accuse, infine: un conto è che ci fossero video illegali gratuiti, decisamente un altro è che quei video fossero nella parte premium, cosa che ad oggi non sembra chiara e che è stata banalizzata con un’accusa generalista.

Eppure quello che accade oggi a PornHub potrebbe accadere a qualsiasi altro sito che faccia genericamente “incazzare” VISA o Mastercard, ed è questo secondo me il punto su cui riflettere. Tanto più che la potenziale chiusura sarebbe una beffa che calmerebbe forse gli istinti di pancia di certa società moralista, ma non risolverebbe il problema che comunque dipende da internet, non da singoli siti: periodicamente Reddit, 4chan, Telegram, Facebook, Twitter e Whatsapp sono finiti e finiranno ancora in un tornado mediatico del genere, e la questione non si risolverà semplicemente imponendo di chiudere tutto o sopprimendo contenuti (che si potranno comunque ricaricare all’infinito, tanto è vero che quello che finisce su internet ci rimane, come sanno gli esperti, per sempre), bensì applicando policy più funzionali ed evitando, forse, di rendere la piattaforma troppo anarcoide. Se il problema è la diffusione di video intimi o illegali forse bisognerebbe entrare nella testa di chi certe cose le fa all’inizio, ed è lì che va risolto il problema; il tutto, a prescindere dal mezzo – che è neutro per definizione, in fondo – che utilizzi per farlo. Se non è pornhub, potrà essere in futuro l’ennesimo uncensored-pornhub, o ancora un ipotetico pornhub-2 e così via.

I bordelli di Lenny Bruce

Nella sua biografia ufficiale Come parlare sporco ed influenzare la gente, il comico Lenny Bruce (al secolo Leonard Alfred Schneider, deceduto a soli 40 anni per un’overdose di morfina) stabilisce e racconta i canoni di una comicità allora nascente, e che fu destinata ad influenzare generazioni di stand up comedian successivi: non solo far ridere di riflesso mediante gag e tormentoni, ma anche evidenziando le palesi contraddizioni di una società sempre più caotica e grossolanamente moralista. Lo fa assumendo un atteggiamento consono ad un vero satirico – e forse anche ad un qualsiasi essere umano, per estensione: dando per scontato che le sue critiche non siano assolutistiche, per quanto dirette, e che lui stesso non sia mai migliore dei bersagli che colpisce. Una posizione elastica che, tutto sommato, potremmo provare ad assumere anche noi nell’affrontare questo caso, in cui non esistono torti o ragioni in assoluto (i video illegali sono un reato, ma al tempo stesso la sessualità anche auto-erotica rientra nella piramide dei bisogni di Maslow, per chiunque: e di sicuro la pornografia è un coadiuvante utile per molti di noi, non serve andare a piazza per manifestarlo e non vale solo nel caso si tratti di persone single).

La posizione di chi pensa che, tutto sommato, sia giusto ridimensionare o chiudere o addirittura far arrestare quelli di Pornhub, è in genere falsata da una sensazione di orrido suscitata da alcuni tipi di video, generici, che spesso fanno inorridire per via dei contenuti o del realismo degli stessi. Video di cui “si è sentito parlare”, ma che per carità, signora mia, io non li ho visto mai (eppure ne conosco i dettagli, in certi casi…). OK, è vero che tanti video porno sono privi di finzione, e che molti videoamatori si sono fatti prendere la mano – per non dire peggio – divulgando anche video privati che mai sarebbero dovuti finire in rete; ma la rappresentazione – anche estrema – del porno, se fatta via persone consenzienti, non dovrebbe avere nulla di scandaloso in sè. Il problema è anche che molti di quei video fanno lo sforzo di sembrare realistici perchè il realismo, per ovvie ragioni, viene visto come accattivante dagli spettatori: è un porno che sta cambiando e che considera, ad oggi, il solito filmino dell’idraulico stantìo e poco eccitante, ed è anche difficile ad un certo punto dargli torto. Uniti ai porno “reali”, il marasma di contenuti rende una valutazione assoluta molto complicata, per non dire poco consona.

Cosa c’entra la biografia di Lenny Bruce? C’è un episodio molto significativo a riguardo nel libro appena citato, e che si lega alla controversa questione delle “sfumature di moralità” della pornogrofia: Bruce scrive dell’irreprensibile presidente di un’associazione per la “tutela della salute mentale” che, all’epoca, venne colto in flagrante con una prostituta, alla quale aveva confessato di amare follemente il sado-masochismo (contraddizione palese e grottesca, chiaramente).

L’autore racconta anche che, durante il servizio militare (dal quale si fece anche radiare per via di un’esibizione grottesca improvvisata coi commilitoni, vestito da donna, che fece inferocire i suoi superiori), era solito frequentare i bordelli di varie nazioni al mondo (il comico satirico che, come dicevamo, non si erge a moralizzatore, nè ritiene di essere superiore a nessuno). Affascinato dalle modalità “immediata” con cui riusciva ad avere rapporti intimi in quel modo – consideriamo che fu un uomo americano negli irreprensibili e facili-allo-scandalo anni 50 – l’autore racconta di alcuni bordelli da lui visitati con la presenza di “stanze” in cui, le prostitute inscenavano su richiesta veri e propri film porno on demand, con protagonisti ovviamente i clienti che ne facevano richiesta.

Riportiamo integralmente quelli che vengono citati nel libro.

  1. La massaia nel suo nido. La ragazza in questo caso fingeva di essere la matrigna del cliente, a cui si rivolgeva con fare amorevole massaggiandolo, ed invitandolo a non allungare le mani. Su PornHub, sarebbe un qualsiasi video con stepmom al suo interno, video che – ancora oggi – suscita le reazioni sdegnate dell’opinione pubblica, quali potenziali video realmente incestuosi: tant’è che molte case di produzione sono state indotte ad inserire un avviso, all’inizio di ogni filmato, che giura e spergiura che si tratta di finzione, che gli attori erano tutti maggiorenni e che, soprattutto, non c’è davvero alcun rapporto di parentela tra gli stessi. A leggerla così, didascalicamente, fa quasi sorridere, ma è un fatto noto che periodicamente – soprattutto negli USA – si pongano problemi etici e morali di questo ordine e grado, che implicitamente suggeriscono il paradosso che qualcuno, quei video, li abbia quantomeno visti con attenzione per potersene scandalizzare.
  2. Il monastero. All’interno di uno scenario austero, una prostituta vestita da suora entrava in scena. Bruce si fece raccontare chi fosse il suo cliente tipico (il più delle volte, secondo l’autore, si trattava di preti o rabbini), e considerò la cosa talmente incredibile da aver paura di raccontarla nel proprio paese, per paura di essere internato in manicomio. Su Pornhub, i video di questo genere spopolano anch’essi da anni, e sono una delle nicchie più richieste del genere oltre che parte del genere noto come nunsploitation.
  3. La stanza dei bambini. Questa è sicuramente una delle scene, per quanto finte, più inquietanti: la prostituta vestiva i panni di una pre-adolescente e, da quello che gli hanno raccontato, molti clienti trovavano eccitante il feticcio che la donna opponesse resistenza o, quantomeno, facesse finta di opporne. Un’immagine tremenda che Bruce sfrutta per sottolineare il doppogiochismo dell’opinione pubblica dell’epoca, a cui questa singolare offerta finiva per rivolgersi sottobanco. Al centro delle polemiche che hanno portato alla cancellazione di molti più video del necessario da Pornhub, di fatto, vi erano molti casi di revenge porn, video non consensuali e/o video di violenze autentiche o estremamente realistiche. Ma il punto è: quei video sarebbero stati diffusi anche altrove, proprio perchè il problema è alla base, consiste nelle persone che decidono di metterli online o diffonderli. Ma anche, a questo punto, è in gioco anche il labile confine tra il porno realistico e quello reale – rappresentante autentici atti sessuali –  ed il primo, quantomeno, non ha nulla di sbagliato se ovviamente le persone, nella loro totalità, sono consenzienti e consapevoli che sarà diffuso ed usato in pubblico. Si dibatte di queste cose fin dai primissimi tempi di Gola Profonda (il porno vintage che alla lunga ha sdoganato il genere), ed un film come ad esempio Hardcore di Paul Schrader sottolinea nettamente queste contraddizioni: all’epoca sembrava quasi che fossero le videoteche la vera causa del problema, tanto per dire, senza citare il giro di sfruttamenti nell’ombra che poi, in realtà, finivano per alimentare analoghi circuiti undergound già all’epoca, per dire, illegali.
  4. La camera di tortura. Una scenetta finale che deve parecchio all’immaginario gotico che spesso, nel cinema, è stato miscelato con la pornografia. Con il sottofondo di una musica tratta da “La danza macabra“, Bruce racconta che il cliente veniva introdotto in uno scenario oscuro e macabro, a leggerlo quasi tratto da un film di Joe D’Amato o Jess Franco. Una ragazza vestita da vampiro con un lungo mantello nero, slip e reggiseno neri, stivaletti con tacchi a spillo, frustino e guanti lunghi fino al gomito gli urlò una minaccia in francese, digrignando i denti. La cosa suscitò istintivamente l’ilarità di Bruce, sul posto esclusivamente per curiosare (ed avere episodi da raccontare nel libro): così le rise in faccia, scatenando a quanto pare l’ira funesta della donna. Anche in questo caso la quantità incacolabile di video sado-maso presenti su Pornhub, veri o simulati che fossero, pongono limiti labili e indefinibili tra quello che è consentito e quello che non lo è.

Morale della favola (di Bruce): d’accordo criticare anche aspramente, ma non dimentichiamo che nessuno è mai davvero migliore dei bersagli che elegge come “colpevoli”, che la sessualità è un bisogno umano e che, per quanto spesso sia declinata in modo discutibile o illegale, non andrebbe mai colpita in modo indiscriminato, magari sulla falsariga di associazioni o gruppi religiosi che, non si capisce bene con quale diritto, si arrogano il ruolo di moralizzatori della società. Anche se il problema degli stupri, dei porno illegali e via dicendo è indiscutibile, non si può pretendere di risolverlo abrogando il “mezzo”, che è ovviamente parte integrante del problema, ma non certo l’unica.

Sentirsi liberi, ma anche di non abusare degli altri

Il comunicato ufficiale di Pornhub ribadisce in effetti la propria trasparenza (magari un po’ fuori tempo massimo: era meglio pensarci prima) assume una posizione indignata nei confronti delle associazioni che hanno pressato di più (Morality in Media ed Exodus Cry/TraffickingHub, associazioni non solo contro la pornografia illegale e gli abusi bensì, più estensivamente, per l’abolizione della pornografia in toto), e non le manda a dire: è chiaro che PornHub è presa di mira non per via delle nostre policy o per le relazioni che abbiamo con altri portali per adulti, ma soltanto perchè siamo una piattaforma di contenuti per adulti.

Sembra una questione di lana caprina, ma effettivamente non lo è: PornHub è un sito che offre la possibilità di distinguere tra utenti verificati (pornografi di professione, diciamo) e semplici visitatori, cosa che risolverebbe tutti i problemi ab ovo ma, di fatto, come spesso accade le policy da sole non bastano a limitare potenziali abusi, che nessuno intende negare nè sminuire in questa sede.

Il problema è che così facendo hanno definito e “legalizzato” implicitamente la figura del sex worker, senza che dall’esterno ci fosse effettivamente una definizione tale di questo ruolo: in molti paesi essere una pornostar è quasi come prostituirsi, ed internet ha sostanzialmente consentito (sia pur in modo puramente virtuale, non dimentichiamo) di superare e varcare in modo anarcoide qualsiasi limite. Ed i risultati sono stati quelli che abbiamo visto.

Società di pagamento monopolistiche che decidono “chi fa cosa”

È emersa la capacità devastante dei principali monopolisti dei pagamenti online, che hanno chiuso i rubinetti a Pornhub intaccando così il suo modello di business. Vero, esiste bitcoin come pagamento alternativo, ma è ancora troppo difficile da usare per la maggiorparte degli utenti, che difficilmente inizieranno a farne uso solo per questo motivo (o forse sì, difficile dirlo con certezza.

Due società di pagamento che dovrebbero essere neutre per definizione, hanno certamente il diritto di esprimere la propria posizione e di prendere le distanze da chi vogliono, o decidere di chiudere i famosi rubinetti quando voglio. Dare per buono questo, senza alternative possibili, fa emergere una posizione monopolistica e significa anche accettare bellamente che, in futuro, possano fare lo stesso con altri siti non pornografici. Ad esempio Ebay (a volte gli utenti vendono oggetti illegali, o rivendono a prezzi spropositati l’usato), idem per Amazon o con qualsiasi altro sito di cui si possa abusare o vendere materiale illegale, esattamente come viene accusato oggi PornHub.

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