Smiley: la chatroulette in salsa horror


Una timida matricola si affaccia sul mondo del campus, entrando in contatto con un inquietante serial killer: Smiley sembra operare attraverso una videochat anonima, mediante la ripetizione di una sorta di parola d’ordine (“l’ho fatto per divertimento“).

In breve. Horror low-budget incentrato sulla figura di un killer che vive all’interno di internet: con qualche sbavatura a livello di trama e qualche caratterizzazione troppo stereotipata, un buon horror moderno, con un finale sorprendente.

L’idea di Smiley è arrivata al regista Gallagher (classe 1986) direttamente da Chatroulette, la videochat anonima nella quale il tuo interlocutore viene scelto, sessione per sessione, casualmente. Il classico fenomeno in rete che quasi tutti hanno sbirciato, ma nessuno sarebbe disposto ad ammettere di avere utilizzato: un po’ come succedeva con le VHS porno negli anni 90, oppure ancora oggi con certi film dell’orrore. Al netto di esibizionisti e insicuri che frequentano quelle videochat, può una chatroulette essere un covo di un serial killer che, come l’alter ego di Cam, colpisce nella realtà e si nasconde nel dark web?

Il fatto che gli utenti delle chatroulette non siano rintracciabili in alcun modo (almeno non nei tempi e nei modi in cui l’app funziona, e sicuramente per l’utente medio non specializzato è così), unito alla constatazione che questo strumento sia spesso utilizzato da esibizionisti e persone annoiate, disposte a tutto o vagamente fuori di testa, fornisce un’idea molto potente per un horror moderno. Michael Gallagher è riuscito a confezionare un prodotto di discreta qualità, accattivante e con un certo stile, pur disponendo di pochi mezzi: nel realizzare “Smiley“, a ben vedere, ha giocato troppo sull’apparizione improvvisa del villain (più fastidiosa che spaventosa, alla lunga: certi jump scares asettici, a mio avviso, andrebbero banditi dagli horror mediante un trattato internazionale), ed è anche caduto in un paio di trappole che avrebbe dovuto scansare, tra cui l’aver delineato gli omicidi di Smiley (una inquietante maschera di simil-carne a forma di smile di internet, dove le tre linee sono rappresentate da cicatrici) quasi esclusivamente dentro una webcam del 2012. Dario Argento ne “Il cartaio” fece, a mio parere, lo stesso errore, e anche allora mi venne spontaneo chiedere perchè mai sacrificare completamente la componente visuale degli omicidi ritraendone invece, peraltro malamente, solo quella voyeuristica. Misteri della fede, lì come per questo “Smiley“, horror adolescenziale americano che deve anche moltissimo a Scream (e con cui condivide più di qualcosa, a livello di trama), e che poi riesce a presentarsi come lavoro originale. Smiley appare all’improvviso, stravolge la mente della protagonista ed inizia a farle dubitare cosa sia reale nella sua vita e cosa, invece, mera finzione.

L’ho fatto per divertimento”, mantra dell’intero film, diventa espressione di una ennesima generazione X che vive di nichilismo e svuotamento cerebrale, che pensa vaporosamente solo agli aspetti edonistici della vita: sesso, droga, alcool, feste universitarie e, per non farsi mancare nulla, omicidi evocati via internet. Al di là dei difetti tipici dei teen-horror (l’ambientazione è nel consueto campus USA popolato dai soliti caratteri: matricole strafottenti, bulli, professori parrucconi quanto ambigui, nerd socialmente emarginati, ragazze rigorosamente audaci – in sostanza, l’habitat di The social network) si tratta di un film che non riesce a suscitare troppo interesse in prima battuta ma che poi, col trascorrere dei minuti, diventa più interessante: probabilmente vale la pena seguirlo anche solo per i venti minuti finali, nei quali la realtà sembra disvelarsi per quello che è ma che poi, per ben due volte (visto che accennavamo prima, Argento docet), viene clamorosamente capovolta.

Gallagher sembra sapere quello che fa, probabilmente pecca un po’ di inesperienza ma riesce a confezionare un film dignitoso e degno di essere visto, anche dai fan dell’orrore più pignoli (per quanto ciò avvenga “con riserva”). Peccato perchè, a mio avviso, se ci fosse stato un collante più solido tra i presupposti e le incredibili conclusioni si sarebbe parlato – senza paura di esagerare – di una delle migliori uscite in ambito horror di quell’anno. Questo nonostante l’artigianalità ottanta/novantiana che si cela dietro al prodotto, e che forse oggi risulta fuori tempo massimo: un’idea in definitiva da non scartare a priori e che ha visto la luce in Italia ad Halloween del 2013.