Tre studenti scompaiono nel bosco; tempo dopo viene ritrovata una videocassetta che hanno girato, che costituisce il film che andremo a vedere (espediente narrativo scopiazzato, secondo alcuni in malafede e certamente senza citarlo, da Cannibal Holocaust). All’epoca alcuni ci cascarono (“è una storia vera“), ma fu esclusivamente “merito” di un’efficace campagna di web marketing: una mitologia da urban legend per un film poveristico e, a suo modo, parzialmente intrigante.

In breve: icona pop del cinema mockumentary, strombazzato fino alla nausea sui media. Capace di generare discussioni interminabili da parte del pubblico: fama meritata solo in parte, e non esattamente per meriti creativi.

Relativamente all’epoca in cui uscì, The Blair Witch Project fu un colpaccio (per quanto volutamente poveristico nei mezzi): una legnata brutale al cinema “perbene”, con parziale abolizione della trama, devastazione della scenografia e cast di attori che sembrano i primi tre tizi incontrati per strada. Un colpo di coda infido, malizioso e velenoso alle pellicole girate in widescreen, con attori rassicuranti che combattono il Male a colpi di Bene, sicuramente oggetto di una quantità inqualificabile di “pipponi” sul vero / falso cinema. Venghino siori, venghino: più gente entra, più mockumentary si vedono!

Capolavoro indiscusso? Non proprio: “The Blair Witch Project“, ovvero il mistero della strega di Blair, nella sua messa a punto essenziale e fin troppo scarna, si nasconde fin da subito nel non classificato. Una pseudo-leggenda inventata dai due scaltri registi Myrick e Sànchez, con buona pace di Ruggero Deodato che, quantomeno, riuscì a filmare meglio l’idea del “nastro ritrovato”. E non ci sono dubbi che gli incassi stratosferici della “strega di Blair” facciano un po’ a pugni con la reale qualità della stessa, senza contare che il tutto fece populisticamente leva sul voler scatenare una reazione del pubblico: intrigare con il formato amatoriale, tipico dei presunti snuff, di alcuni porno e via dicendo, riprendere le sequenze violente per accenni, raccontare una leggenda metropolitana dai tratti parzialmente verosimili.

Pregi del film: tensione reale, certo, ma spesso impalpabile (tante persone furono turbate dalla visione del film o comunque dal suo mood morboso, ma molte altre evocarono il glorioso parere di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin); la trama semplice e “furba” quanto basta nel suo svolgersi, e furono anche presenti astuti espedienti borderline per favorire il realismo della recitazione (del tipo: non dire agli attori quello che sarebbe successo nel seguito, lasciarli recitare da soli al buio con la troupe ben distante, e così via). Sostanzialmente “The Blair Witch Project“, che puoi quasi goderti almeno una volta nella vita, ti lascia un vuoto: finisci di vederlo, tra una ripresa tremolante e l’altra, e pensi di esserti perso qualcosa, hai paura di aver sbadigliato nel momento sbagliato. Il problema reale è che non c’è davvero nulla da perdersi, ed ho dovuto guardarlo tre volte per esserne sicuro: si vede sempre un cenno di quello che dovrebbe succedere, si intuisce qualcosa, e probabilmente la scena finale è piuttosto suggestiva (è la migliore di tutto il film, senza dubbio), ma finisce per confinarsi in una sorta di masturbazione visiva (degna di un “so what?” di dimensioni bibliche). Pero’ ammettiamolo, l’idea era buona, anche se  sarebbe stato meglio citare la fonte originari; filologia a parte,fu  il primo horror noto al grande pubblico a suonare in termini mockumentary (un esempio più recente è stato ad esempio Cloverfield, senza contare il recente Antrum), risultando alla prova dei fatti inevitabilmente sopravvalutato. Nulla a che vedere, insomma, con le nicchie in cui si annidavano lavori del genere già da molti anni: penso a Der Todesking oppure Nekromantic, roba girata probabilmente con un budget non dissimile e con risultati più convincenti (e sensati per il pubblico).

The Blair Witch Project” è, alla fine dei conti, solo parzialmente valido: la reazione che provoca più probabilmente non è la paura ma la perplessità, cosa che finisce per accomunarlo con i b-movie tipo “La croce delle sette pietre“. Se amate il genere shockumentary questo è uno dei suoi più popolari esponenti, ma nel dubbio – e non lo dico con compiacimento, tutt’altro – lasciate perdere: vi risparmierete una quasi certa delusione. Si può fare paura con la confusione, le suggestioni fantasmagorico-demoniache, l’effetto improvviso e la handycam, ma in questo caso ha vinto esclusivamente una campagna promozionale studiata a tavolino per shockare, senza che poi ci sia motivo perchè ciò avvenga.

Esiste anche un seguito (sostanzialmente apocrifo, ed affidato ad un altro regista) di “Blair Witch Project” (Il libro segreto delle streghe – Blair Witch 2, di Joe Berlinger), nel quale si cambia stile, si vira sull’horror adolescenziale classico, peraltro provando ad emulare un mix tra La casa di Raimi e le atmosfere slasher classiche: ma la formula, già barcollante dall’inizio, aveva smesso di funzionare da un po’.