Quando dire sequel è riduttivo: “Fuga da Los Angeles” è quasi meglio del suo predecessore

Quando dire sequel è riduttivo: “Fuga da Los Angeles” è quasi meglio del suo predecessore

Los Angeles, 2013: 16 anni dopo la fuga da New York di Jena Plinskeen: a Fire Base 7 si deportano prigionieri per crimini morali contro gli Stati Uniti, così come le aquile presenti sulle divise dell’esercito suggeriscono un esplicito richiamo al periodo nazista. Tra i prigionieri vi è anche l’eroe del film precedente, catturato dopo una guerriglia e – similmente a quanto avvenutogli in precedenza – costretto con l’inganno ad agire per conto degli Stati Uniti.

In breve. Sequel carpenteriano D.O.C. di uno dei più celebri post-apocalittici mai realizzati. A tratti anche migliore dell’originale.

“Ti predìco il futuro”

“Il mio futuro è adesso”

Fuga da Los Angeles viene stranamente snobbato da moltissimi cinefili, non fosse altro che gli viene preferita la versione newyorkese per motivi che, peraltro, appaiono poco chiari: forse si accetta passivamente che “il primo è sempre il migliore“? Eppure Fuga da Los Angeles è un film di grande livello e tutt’altro che un remake: peraltro presenta delle trovate e delle migliorìe tangibili rispetto al suo precedessore, a cui ovviamente si deve moltissimo ma che, a mio parere, rimane una spanna più in basso rispetto a questo lavoro.

La narrazione del film, del resto, è tra le migliori mai realizzate da Carpenter, a ben vedere: Utopia (nomen omen), figlia del Presidente, dirotta l’aereo presidenziale sopra Los Angeles ed entra in possesso di un prototipo militare top secret, ovvero un comando remoto per allineare i satelliti artificiali della terra e rendere inutilizzabili i congegni elettronici. Poco dopo entra in contatto con Cuervo Jones, figura losca di rivoluzionario arricchito che vorrebbe guidare l’intero Sud America contro gli oppressori del Nord. Carpenter ha da subito un occhio estreamennte critico: Cuervo è infatti una figura di pseudo-rivoluzionario che aizza le masse per i propri interessi, e non sarebbe sfigurato (per intenderci) in The Green Inferno.

Il protagonista Plinski (“chiamami iena” è il suo tormentone, per quanto nell’originale fosse “Snake“, il serpente) viene inviato/costretto a recarsi in quella che è diventata, similmente all’episodio precedente, una prigione-città sorvegliata a vista. Los Angeles viene rappresentata come un’isola distaccata dal resto dell’America, sommersa sott’acqua per buona metà, ed in preda alle razzie delle consuete bande criminali. Dopo un primo incontro con i gorilla di Cuervo ed una evocativa scena da western del futuro con alcuni di essi, Jena si imbatte in Taslima (Valeria Golino) ed i due vengono catturati dai “Fallimenti chirurgici” (feroce satira anti-hollywoodiana, in cui il primario chirurgo di Bevery Hills e vari “rifatti” effettuano trapianti di parti del corpo di viventi per poter sopravvivere).

Fuga da Los Angeles ha un gigantesco numero di personaggi ed avrebbe potuto, forse, inaugurare una vera e propria saga: dopo l’ennesima improbabile fuga di Jena e la morte di Taslima che gli ha appena indicato dove trovare il feroce capo, si delineano ulteriori personaggi: il cinico arrampicatore Eddie “Mappa delle Star”, la sua improbabile amante, il surfista Pipeline (Peter Fonda) – suo unico alleato durante tutta la vicenda. Dopo varie vicissitudini tra cui sparatorie e scazzottate varie, sfide da gladiatore-guerriglia urbana all’ultimo respiro ed atterraggi in deltaplano in extremis, Jena riporta il telecomando come stabilito ed il film finisce, paradossalmente, nel modo migliore possibile. Ovvero, decide che per l’umanità è finita: si deve spegnere il mondo e ripartire da zero, senza elettricità. Un finale da brivido che, visto oggi in tempi di post-Covid 19, di brividi ne provoca forse più del dovuto.

“Nessuno è mai uscito vivo da Beverly Hills”

Lo scenario da guerra nucleare, nel quale per forza di cose una superpotenza avrebbe preso il sopravvento con la violenza sull’altra, appare ancora più distopico rispetto alla decisione di un singolo soldato – che non perde occasione di rimarcare quanto si senta estraneo a questo mondo, sottolineando l’importanza delle scelte dei singoli – che decide per tutti di terminare la follia collettiva. Eppure il pessimismo di “Fuga da Los Angeles” non lo rende un’opera vuotamente cupa: tanti e tali sono i riferimenti e le caratterizzazioni da film di genere dei protagonisti che qualcuno ha azzardato l’idea che si tratti di un remake-parodia di Fuga da New York (Cinemah, ad esempio). Ma a ben vedere, è un film davvero riuscito, per quanto il mood sia sicuramente più lineare del suo predecessore e, soprattutto, sia abbastanza importante vedere prima l’altro episodio.

Tra le chicche del film, la grafica da videogame 3D “prima maniera” del piccolo sommergibile usato per arrivare a destinazione (ed il tocco trash-kitsch dello squalo che cerca di morderlo!), l’uso massiccio di ologrammi (decisivi per l’intreccio) ed un incredibile riferimento al cyber-spazio, nel quale Utopia si rifugia (si racconta nel film) alla ricerca della “comprensione umana”. Un celebre errore, inoltre, è rappresentato dal basket tiro-al-bersaglio: chi sbaglia il canestro viene mitragliato da killer tutti attorno al campo, ma nella realtà questi finirebbero per spararsi tra loro.

Carpenter sottolinea, più che la cattiveria umana,  l’immoralità delle varie autorità, e non importa che stiano dalla parte del “bene” o del “male”. I militari americani sono opportunisti e cinici (oltre che plagiati dalla logica integralista del “disegno divino”), di contro Cuervo Jones è l’archetipo del dittatore sudamericano che si rifugia dietro nobili ideali per poi mostrare manie di onnipotenza e colpire a tradimento. Ma il pessimismo del regista si spinge oltre, se possibile, visto che i margini di speranza verso qualsiasi personaggio vengono smorzati dall’evidenza dell’intreccio e, alla fine, ad avere la meglio è l’avidità umana e la sua voglia di dominare gli altri.

Al tal punto amava il Suo Paese,

da sacrificarVi la sua unica e sovversiva figlia.

Addirittura Utopia si rivela in fondo una calcolatrice, che si piega ai voleri del più forte a seconda delle circostanze e della convenienza: così come accadeva ne “La cosa”, le alleanze si stringono e si abbandonano a convenienza, la slealtà è all’ordine del giorno e la giustizia sommaria ha definitivamente preso il sopravvento. In un mondo del genere non puo’ esistere alcuna vita ma soltanto sopravvivenza, ed è forse per questo che Jena Plinski decide, dopo l’abile scambio di telecomandi di fine film, di farla finita “spegnendo” l’intero mondo e non soltanto una parte di esso.

Questo porrà i presupposti di una sorta di apocalisse nella quale la tecnologia non avrà più ragione di essere, nessuno potrà più eseguire esecuzioni sommarie mediante sedia elettrica e bisognerà letteralmente ricominciare da zero, proprio come suggerisce l’anti-eroe Plinski come ultima frase del film:

benvenuti nel regno della razza umana

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