Fuga da Los Angeles (J. Carpenter, 1996)

Los Angeles, 2013. Esattamente 16 anni dopo la fuga da New York di Jena Plinskeen: a Fire Base 7 si deportano prigionieri per crimini morali contro gli Stati Uniti, così come le aquile presenti sulle divise dell’esercito suggeriscono un esplicito richiamo al periodo nazista. Tra i prigionieri vi è anche l’eroe del film precedente, catturato dopo una guerriglia e – similmente a quanto avvenutogli in precedenza – costretto con l’inganno ad agire per conto degli Stati Uniti.

Utopia (nomen omen), figlia del Presidente, dirotta l’aereo presidenziale sopra Los Angeles ed entra in possesso di un prototipo militare top secret, ovvero un comando remoto per allineare i satelliti artificiali della terra e rendere inutilizzabili tutti i congegni elettronici. Poco dopo entra in contatto con Cuervo Jones, figura losca di rivoluzionario arricchito che vorrebbe guidare l’intero Sud America contro gli oppressori del Nord.

Il protagonista viene inviato (o meglio costretto) a recarsi in quella che è diventata, similmente all’episodio precedente, una prigione-città sorvegliata a vista. Los Angeles viene rappresentata come un’isola distaccata dal resto dell’America, sommersa sott’acqua per buona metà ed in preda alle razzie delle solite bande criminali. Dopo un primo incontro con i gorilla di Cuervo e la mitica scena western dell’incontro con alcuni di essi, Jena si imbatte in Taslima (Valeria Golino) ed i due vengono catturati dai “Fallimenti chirurgici” (feroce satira anti-hollywoodiana, in cui il primario chirurgo di Bevery Hills e vari “rifatti” effettuano trapianti di parti del corpo di viventi per poter sopravvivere).

“Ti predìco il futuro”

“Il mio futuro è adesso”

Dopo l’ennesima improbabile fuga di Jena, e la morte di Taslima che gli ha appena indicato dove trovare il feroce capo, si delineano i principali personaggi: il cinico arrampicatore Eddie “Mappa delle Star”, l’improbabile amante, oltre al surfista Pipeline (Peter Fonda) – suo unico alleato durante tutta la vicenda. Dopo varie vicissitudini tra cui sparatorie e scazzottate varie, sfide da gladiatore-guerriglia urbana all’ultimo respiro ed atterraggi in deltaplano in extremis, Jena riporta il telecomando come stabilito ed il film finisce, paradossalmente, nel modo “migliore” possibile.

Lo scenario da guerra nucleare, nel quale per forza di cose una superpotenza avrebbe preso il sopravvento con la violenza sull’altra, appare ancora più distopico rispetto alla decisione di un singolo soldato – che non perde occasione di rimarcare quanto si senta estraneo a questo mondo – che decide per tutti di terminare la follia collettiva. Eppure il pessimismo di “Fuga da Los Angeles” non lo rende affatto un’opera cupa: tanti e tali sono i riferimenti e le caratterizzazioni da film di genere dei protagonisti che qualcuno ha azzardato l’idea che si tratti di un remake-parodia di Fuga da New York (Cinemah, ad esempio).

“Nessuno è mai uscito vivo da Beverly Hills”

Tra le chicche del film, la grafica da videogame 3D “prima maniera” del piccolo sommergibile usato per arrivare a destinazione (ed il tocco trash-kitsch dello squalo che cerca di morderlo!), l’uso massiccio di ologrammi (decisivi per l’intreccio) ed un quasi incredibile riferimento al cyber-spazio, nel quale Utopia si rifugia (si racconta) alla ricerca di comprensione umana. Il celebre errore del film, inoltre, è rappresentato dal basket tiro-al-bersaglio (chi sbaglia il canestro viene mitragliato da killer tutti attorni al campo… che hanno calcolato in modo ultra-preciso ogni direzione, evidentemente!), ma appare tutto sommato trascurabile rispetto al resto.

Carpenter sottolinea, più che la cattiveria umana,  l’immoralità delle varie autorità, e non importa che stiano dalla parte del “bene” o del “male”. I militari americani sono opportunisti e cinici (oltre che plagiati dalla logica integralista del “disegno divino”), di contro Cuervo Jones è l’archetipo del dittatore sudamericano che si rifugia dietro nobili ideali per poi mostrare manie di onnipotenza e colpire a tradimento. Ma il pessimismo del regista si spinge oltre, se possibile, visto che i margini di speranza verso qualsiasi personaggio vengono smorzati dall’evidenza dell’intreccio e, alla fine, ad avere la meglio è l’avidità umana e la sua voglia di dominare gli altri.

Addirittura Utopia si rivela in fondo una calcolatrice, che si piega ai voleri del più forte a seconda delle circostanze e della convenienza: così come accadeva ne “La cosa”, le alleanze si stringono e si abbandonano a convenienza, la slealtà è all’ordine del giorno e la giustizia sommaria ha definitivamente preso il sopravvento. In un mondo del genere non puo’ esistere alcuna vita ma soltanto sopravvivenza, ed è forse per questo che Jena Plinski decide, dopo l’abile scambio di telecomandi di fine film, di farla finita “spegnendo” l’intero mondo e non soltanto una parte di esso. Questo porrà i presupposti di una sorta di apocalisse nella quale la tecnologia  non avrà più ragione di essere, nessuno potrà più eseguire esecuzioni sommarie mediante sedia elettrica e bisognerà letteralmente ricominciare daccapo, proprio come suggerisce l’anti-eroe Plinski come ultima frase del film: “benvenuti nella razza umana” (tradotto “benvenuti nel regno della razza umana” nella versione italiana).

Al tal punto amava il Suo Paese,

da sacrificarVi la sua unica e sovversiva figlia.