Due fratelli, tra cui un ex detenuto, architettano una serie di rapine per pagare un vecchio debito che riscatterebbe il ranch di famiglia. Due ranger si mettono sulle loro traccie…

Il mondo di Hell or high water è prettamente fictional, ma è investito di un’elevata dose di realismo. Ambientato formalmente in Texas (in realtà New Mexico), racconta prevalentemente una storia di rapine a mano armata, in aperto contrasto alla logica cinica e calcolatrice delle banche. Uno spettatore razionale, a quel punto, non potrebbe fare a meno di notare che non esistono banche senza metal detector all’ingresso, nonostante la totalità delle stesse sia presente nel film. La capacità di maneggiare armi senza essere per forza dei criminali matricolati, peraltro, è poco scontata anch’essa ma non è nuova del genere, così come il destino segnato di due rapinatori non “professionisti”, che decidono di darci dentro per saldare un debito di famiglia.

Ambientato ai giorni nostri con gusto vintage, scritto e sceneggiato da Taylor Sheridan con la regia di David Mackenzie, Hell or High Water è parte di una trilogia dello stesso regista, ma si gusta egualmente come film a sè stante. L’espressione gergale “come hell or high water“, per inciso, significa pressappoco “fa’ tutto ciò che deve essere fatto, a prescindere dalle circostanze“. E non solo: la clausola “hell or high“, nel gergo legale, indica che i pagamenti delle rate contrattualizzate devono avvenire a qualsiasi costo, chiarendo così le motivazioni che animano i due fratelli.

La logica narrativa del film è incentrata sulla contrapposizione tra gli anti-eroici protagonisti e due Texas Ranger, di cui uno prossimo alla pensione. La colonna sonora fatta di musica country, accompagnata dall’onnipresenza di cowboy sparsi in tutto il film, casinò gestiti da nativi americani e sarcasmo facile dei personaggi (a cominciare da Jeff Bridges) contribuiscono all’atmosfera, dei tempi nostri, sempre ben focalizzata. Atmosfera che poi riserva ben poco, a conti fatti, all’azione di cui avrebbe fame quel pubblico: a parte alcuni incisivi sprazzi, gran parte del film è più uno studio d’atmosfera sul western moderno che un caper movie vero e proprio.

Ci sarebbe del resto un archetipo western da evidenziare, che è stato quasi certamente sviluppato come canovaccio: in effetti non c’è tempo per farci caso, data la scorrevolezza del film che, da un certo punto in poi, sembra impostarsi quasi come dramma familiare. Si nota anche la contrapposizione tra i due fratelli: Toby (Chris Pine), dall’aria sostanzialmente irreprensibile ed istintivamente buono, e Tanner (Ben Foster) molto più anarcoide ed imprevedibile. L’attesa dei due ranger nella prossima banca che i due dovranno rapinare, è dotato di un senso di sospensione esemplare nel suo concepimento, a cui – come prevedibile – va ad aggiungersi il primo vero imprevisto della storia, che di solito sono la “benzina” del genere e che arriva per la prima volta solo a 40 minuti dalla fine del film.

Fondamentalmente Hell or High Water potrebbe anche nei caper movie a tutti gli effetti, un sottogenere che di suo è piuttosto anarcoide e difficile da catalogare (viene in mente uno strano ibrido di questo genere, The vault): questo film non fa eccezione, ma è qualcosa in più, soprattutto per via dell’ironia autocelebrativa che lo accompagna, una dote tutt’altro che scontata e che, alla lunga, lo rende promosso a pieni voti. Il film è disponibile su Netflix dopo non essere neanche passato nelle sale italiane, ed ha vinto quattro Oscar nel 2017: miglior film, miglior montaggio, miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista per Jeffrey Bridges.