I tre volti della paura (M. Bava, 1963)

Tre episodi legati al filo conduttore della paura con tre ambientazioni differenti, colpi di scena e recitazione convincente e teatrale: un classico dei primi anni 60, da antologia del terrore.

In breve. Di per sè Mario Bava e Boris Karloff danno un senso al detto “un nome, una garanzia“. Tre episodi che hanno fatto scuola, e che richiamano abbastanza da vicino lo stile di un altro classico del genere quale “Incubi notturni”. Nonostante il miglior episodio sia il secondo, globalmente si tratta di un must, un classico imperdibile dotato di una forte teatralità e con una accuratissima scelta di colori vividi e suggestivi, per un modo di fare horror che sarebbe declinato definitivamente (o quasi) qualche anno dopo.

Il film viene introdotto da Karloff in persona, e ci trasporta in tre differenti scenari che sono accomunati da tre differenti sfaccettature della paura: a quanto vediamo, nel primo caso viene introdotta quella forse più classica (il maniaco al telefono) che poi sarà ampiamente sfruttata da Argento come dal primo Avati. Nel secondo episodio viene affrontato un mito ben noto (quello dei vampiri) con stile ed ambientazione puramente gotici, nell’ultimo si presenta una vicenda agghiacciante legata allo spiritismo ed alla vendetta dall’aldilà (writing credits: IMDB). I tre episodi sono accomunati da un eccellente livello interpretativo da parte di tutti gli attori, mentre la recitazione è quella “teatrale” che venne ereditata, nei suoi ultimi sprazzi, con grande convinzione dalla “maciara” di “Non si sevizia un paperino”. Bellissime la fotografia e la scelta di luci, ovvero dei meravigliosi cromatismi virati su tonalità verdi e viola, che conferiscono alla pellicola un fascino notevole nonostante si tratti di un lavoro piuttosto datato (1963).

Il Telefono” è tratto da un racconto di F. G. Snyder, ed è probabilmente il più semplice dei tre a livello di impianto scenografico: giocando esclusivamente sulle paure trasmesse dalla protagonista (la sensuale Michèle Mercier) e facendo squillare ossessivamente un telefono rosso, Bava presenta la storia di una donna alle prese con una minacciosa voce. A quanto pare il suo ex è appena evaso dalla galera ed è già sulle sue tracce: barricata in casa, Rosy attende l’arrivo dell’amica Mary, ma le cose non sono come sembrano e in poco tempo si materializzerà uno dei più celebri doppi finali del cinema di genere italiano. “I Wurdalack” è invece più legato all’orrore classico (ed è tratto da un racconto di Tolstoj), e presenta una storia di vampiri a tinte gotiche che porterà ad una situazione estrema, sviluppando il “rituale” che inesorabilmente finisce per trasformare in “morti viventi” tutte le persone, tanto caro in seguito al grande George Romero. Forse il miglior episodio del film, arricchito dalla presenza di un immenso Karloff e dalla bellezza nordica dell’italiana Susy Andersen (Maria Antonella Golgi), episodio che – con la sua ambientazione oscura ed una sceneggiatura avvolgente – vale da solo il prezzo di copertina. L’ultimo episodio è invece tratto da “La goccia d’acqua” di Cechov, e riguarda il classico tema del defunto che torna sulla terra per vendicare un furto subito; sospeso ambiguamente tra fantasia e realtà, presenta la vicenda di un’infermiera chiamata di notte dopo la morte di un’anziana. Il suo ghigno grottesco passerà definitivamente nella storia del cinema dell’orrore, mentre la bionda Jacqueline Pierreux pagherà le conseguenze dei suoi errori in modo del tutto inatteso. Conclude il film un Boris Karloff questa volta a cavallo, mentre un progressivo campo lungo ci rivela la verità più grande riguardo l’intera opera…

A quanto sappiamo, per la cronaca, Butler dei Black Sabbath prese l’idea del nome della sua band dopo aver visionato questo capolavoro, mentre la forma di film a episodi indipendenti (accomunati più che altro dal tipo di atmosfera) è stata ripresa in tempi più recenti da Hooper e Carpenter in Body Bags, o anche da Stivaletti ne “I tre volti del terrore”.

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