Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997)

Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997)

Stando al libro Film Facts di Patrick Robertson, le più vecchie forme di cinema porno risalirebbero ad almeno tre titoli: A L’Ecu d’Or ou la bonne auberge, un corto francese del 1908, l’argentino El Satario di datazione incerta ed il tedesco Am Abend del 1910. Tanta strada è stata percorsa da allora: la rappresentazione del sesso esplicito in un film, privo di fronzoli, senza trama e con primi piani ben scanditi e dettagliati, è stata spesso bandita dalle autorità e relegata all’underground. Motivo per cui, di fatto, i cinefili più incalliti e shameless ne parlano di rado con serietà, dato che difficilmente l’hardcore è stata associato al cinema vero e proprio; se non altro, le pochissime volte che ciò è successo il risultato è stato memorabile, e basterebbe pensare a Thriller – En grim film per convincersene.

Nonostante il film sia incentrato sul cinema porno, la sua lettura dovrebbe essere meno superficiale di così: Anderson racconta infatti in un’intervista di un film sulla ricerca della dignità da parte delle persone, oltre che sulla focalizzazione degli affetti e dei legami veri legami (“the thing that I really liked most and really focused on is, that it’s about a lot of people searching for their dignity“, Cinemattractions, 1998), per quanto abbia ironicamente riassunto la trama in altra sede (Empire Magazine) con un lapidario “It’s about a guy with a big dick“.

Basato su un corto dello stesso regista dal titolo The Dirk Diggler Story (1988), Boogie Nights è un film sul mondo della pornografia anni ’70 negli Stati Uniti, vista come mezzo di guadagni milionari per pochi e di sfruttamento di corpi maschili e femminili usa-e-getta: in questo Anderson, autore anche del soggetto, sembra volersi richiamare ai toni di Hardcore di Schrader, delineando non tanto il clima orgiastico e festaiolo in cui quel cinema veniva prodotto, quanto le successive reazioni della società, le conseguenze della normalizzazione di quelle produzioni e le discriminazioni vissute da quegli attori. Per fare questo, il regista focalizza la storia sulla figura di Dirk Diggler, ex lavapiatti aiutante e muscoloso con un talento particolare: è un attore di strada superdotato, da cui il regista Jack Horner vorrebbe tirare non soltanto dei semplici porno, ma qualcosa che abbia una storia, un senso, un motivo per inchiodare lo spettatore alla poltrona.

Per quanto possa sembrare un discorso utopico, è proprio la speranza di realizzazione la chiave di lettura del film, dato che Anderson mostra ogni personaggio con un’ambizione: chi rivorrebbe rivedere il figlio dopo il divorzio, chi vorrebbe aprirsi un negozio di hi-fi in proprio, chi semplicemente vorrebbe veder riconosciuto il proprio talento – tutti saranno respinti da una società moralista e ipocrita, che i loro film li ha sempre visti di nascosto ma che, lontani dai cinema e dalle videocassette, si pone in modo ostile verso qualsiasi loro richiesta, desiderio o sogno di realizzazione. Al tempo stesso, quello de L’altra Hollywood sembra essere meta-cinema, perché racconta la speranza di farsi prendere sul serio da parte di vari registi e produzioni borderline, a volte giustamente bistrattate – altre un po’ meno.

Boogie Nights è probabilmente ancora oggi uno dei migliori film sull’argomento cinema per adulti, costruito su contrapposizioni efficaci e focalizzate: ma è anche un film che vive su eccessi, azzardi e conseguenze pagate anche nella vita reale. Burt Reynolds ad esempio, senza mezzi termini, licenziò il proprio agente per avergli trovato un ruolo del genere, del quale raccontò di essersi pentito in seguito. A quanto pare, peraltro, arrivò anche allo scontro fisico con Anderson per motivi ignoti, anche in considerazione della giovane età del regista all’epoca. Heather Graham, dal canto suo, riuscì a girare la scena di nudo integrale che la vede protagonista già nel primo giorno di riprese, mentre molte scene più esplicite a quanto pare furono rimosse dal primo cut (il sesso che si vede nel film non è mai esplicito come lo sarebbe in un film porno, ovviamente). Sul realismo della storia, invece, ci sono pareri contrastanti: secondo il prolifico attore pornografico Paul Thomas, ad esempio, il film è credibile nell’impianto, mentre secondo altri attori del periodo non sarebbe mai potuto succede in quei termini dato che girare quei film, negli USA dell’epoca, sarebbe stato considerato illegale.

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Per inciso il fim non racconta fatti davvero accaduti, ma si ispira alle vicende dell’attore porno John Holmes e di vari colleghi dell’epoca (tra cui Veronica Hart, che ebbe realmente difficoltà per l’affidamento del figlio), protagonisti e “carne da macello” di un mercato che stava esplodendo: Horner è il regista all’avanguardia che cerca di inventarsi soluzioni sempre nuove, facendo interpretare ai suoi attori una coppia di agenti segreti, inventandosi il porno girato in auto (una sorta di profetico pre-Fake Taxi: siamo nel 1997!). Insomma, in un mondo di eccessi di ogni genere e di squali pronti a cavalcare l’onda in nome del Dollaro, il suo personaggio cerca (forse un po’ goffamente o in modo ingenuo) di rendere il genere qualcosa in più dello stantìo stereotipo dell’idraulico che va a casa della casalinga, o delle due ragazze in piscina che fanno partire effusioni erotiche senza un perché. Non riuscirà ad uscire dal ghetto: perché il mercato del porno non può, nemmeno ad oggi, realmente farlo. Rimane anche una considerazione ulteriore da specificare: Dirk Diggler, per quanto si ispiri ad Holmes e al suo vissuto (la scena della sparatoria nellla villa, ad esempio, sembra quasi tratta da Scarface e sarebbe ispirata agli omicidi di Wonderland Avenue), non sembra davvero il suo alter ego: questo si deduce da una frase specifica che pronuncia si chiarisce che ne sia, semmai, un “rivale” ideale (“I don’t want to do stuff like Holmes is doing with his Johnny Wadd character, hitting women and stuff. That just ain’t right.“).

Alcuni hanno rilevato somiglianze e parallelismi tra questo film ed il recente Once upon a time in Hoolywood di Tarantino, e da qui quest’ultimo regista si è fatto certamente ispirare: c’è in entrambi l’omaggio sincero al b-movie di ogni ordine e grado, la rappresentazione di un mondo attraente, decadente e ricco di sesso e droga, la decostruzione di personaggi che sembrano invidiabili o invincibili e che, alla prova dei fatti, si sfaldano e si auto-distruggono. Ma la differenza di prospettiva più rilevante è che, a differenza di Tarantino che si richiama al tono superomistico dei b-movie d’azione anni ’80, Anderson si immedesima soprattutto nei reietti, mostrandone le lacerazioni e la sofferenza. Lo vediamo nella figura della madre che non riesce ad ottenere l’affidamento del figlio, di un attore che sogna di aprirsi un negozio, di una ragazza che non è mai riuscita a diplomarsi, di un uomo perennemente tradito dalla moglie, di un ex-protagonista sovrappeso escluso dal set che tenta inutilmente delle avances col protagonista, di un protagonista che partirà come star per adulti e finirà a prostituirsi per vivere. Tutti sono accomunati da un problema di fondo: sono attori porno, per la società sono solo carne da macello e, forse, neanche esseri umani. Hanno iniziato a farlo, e dovranno continuare probabilmente per sempre. L’intento di denuncia è chiaro: in tal senso il sesso, che assume inizialmente una valenza giocosa e goliardica, diventa progressivamente un motivo di discriminazione da parte di una società perbenista, che stava mutando ed evolvendo tra gli anni ’70 e gli ’80. Il ritratto che ne esce è impietoso: il mondo del cinema porno è quello in cui varie “rockstar”  nascono, producono e crepano, manovrate da produttori e finanziatori privi di scrupoli. Anderson sembra comunque voler omaggiare Le iene, con la breve scena dello stallo alla messicana all’interno della pasticceria.

Boogie Nights, al di là delle somiglianze e dei parallelismi, è uno dei quei film di culto assoluto che ogni cinefilo, semplicemente, dovrebbe vedere almeno una volta nella vita.

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