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Dal corpo senza organi fino al cyberspazio

Il cyberspazio è un concetto che viene reso popolare dallo scrittore William Gibson nel suo romanzo “Neuromante” del 1984. Rappresenta uno spazio immateriale, virtuale, una realtà digitale non fisica dove le persone possono interagire, comunicare e scambiare informazioni attraverso reti di computer e sistemi digitalizzati in genere. Le sue origini, tuttavia, sono un po’ più antiche, e si tratta di un termine che non aveva il significato che ha assunto oggi, almeno non intenzionalmente.

Origini del cyberspazio

William Gibson – Alcuni diritti sono riservati a Frédéric Poirot

Per la verità le origini del cyberspazio sono più antiche di Gibson: il termine “cyberspazio” compare per la prima volta nelle arti visive alla fine degli anni Sessanta, quando Susanne Ussing e Carsten Hoff fondano l’Atelier Cyberspace. Con questo nome i due artisti realizzano una serie di installazioni e immagini, veri e propri spazi sensoriali che si basavano sul principio dei sistemi aperti adattabili a varie influenze, come il movimento umano e il comportamento dei nuovi materiali. Alcuni esempi di installazioni con la scritta cyberspace sono reperibili in rete e vengono riportate di seguito.

Nonostante gli studi avvenieristici di Alan Turing sull’intelligenza artificiale e sulle macchine pensanti, nessuno dei due aveva pensato ad un qualcosa di tecnologico, in quel contesto: “si trattava semplicemente di gestire gli spazi. Non c’era nulla di esoterico a riguardo. Nulla di digitale. Era solo uno strumento per concretizzare lo spazio, renderlo fisico“, ebbero a dire anni dopo. Il corpo immateriale per eccellenza, il cyberspazio che ha fondato la virtualità in cui viviamo non nasceva con queste intenzioni. Un po’ come internet, per il quale abbiamo creduto per anni che fosse nata per scopi militari – quando poi, in realtà, le cose non stanno proprio così (a qualcuno è venuto in mente di farlo quando già esisteva, ma inizialmente serviva a condividere risorse tra computer distanti: un uso tanto semplice che dovremmo riprendercelo anche oggi).

Cyberspazio. Eppure qualcosa, a livello inconscio, suggeriva già allora, in quegli anni Sessanta di rinascita e riformulazione della realtà, l’idea di una interconnessione spaziale che andasse al di là delle apparenze e della fisicità.

Il Cyberspazio in William Gibson

Il termine “cyberspazio” appare in seguito nella narrativa degli anni Ottanta nell’opera dell’autore di fantascienza cyberpunk William Gibson, prima nel racconto La notte che bruciammo Chrome del 1982 e poi nel romanzo Neuromante del 1984. Negli anni successivi, il termine è stato istintivamente identificato in modo preminente come una metafora per internet (la rete delle reti o meglio ancora, la rete delle sotto-reti). La parte di Neuromante citata a questo proposito è la seguente:

Cyberspazio. Un’allucinazione consensuale vissuta quotidianamente da miliardi di operatori, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati concetti matematici… Una rappresentazione grafica di dati astratti dai banchi di ogni computer del sistema umano. Una complessità impensabile. Linee di luce che spaziano nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come luci di una città in dissolvenza.

Dopo molti anni (nel 2000) esce il documentario No Maps for These Territories di Mark Neale, e William Gibson stesso afferma come cyberspazio gli sembrasse, all’epoca, semplicemente una buzzword efficace (buzzword è intraducibile in italiano, ma è pressapoco qualcosa come “parola gergale”). “Sembrava evocativa, ma era sostanzialmente priva di significato“, dice ancora l’autore di Neuromante: “faceva pensare a qualcosa, ma non aveva un vero significato o una semantica, neanche per me, mentre la vedevo emergere sulla pagina“.

Nella foto: Nick Land
Nella foto: il filosofo Nick Land, i cui primi scritti ispirarono l’accelerazionismo

Il Cyberspazio “classico”

Non è difficile farsi travolgere dalle consuete e barbose definizioni accademiche di cyberspazio: l’insieme delle risorse informatiche e dei siti web che possono essere visitati simultaneamente da milioni di persone tramite reti di computer, e in cui avvengono scambi comunicativi di varia natura, o ancora: il dominio caratterizzato dall’uso dell’elettronica e dello spettro elettromagnetico per immagazzinare, modificare e scambiare informazioni attraverso le reti informatiche e le loro infrastrutture fisiche. Sappiamo tutti cos’è, del resto.

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Hispalois, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Hispalois, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Il Cyberspazio come terreno differenziale ipostasizzato

Come se fosse antani.

Più interessante ritornare al concetto fondante dello spazio cibernetico, ammesso che sia ancora possibile farlo.  In greco antico esiste il termine “ὑπόστᾱσις” (hypóstasis), in cui “ὑπό” (hypó) significa “sotto” e “ἵστημι” (hístēmi) significa “mettere in piedi”, “stabilire” o “costituire”. Il tutto per indicare la sostanza di qualcosa, la base reale o il fondamento di un concetto astratto come in effetti la rete, con le sue fitte e invisibili connessioni, crea ogni giorno. Nick Land, teorico dell’accelerazionismo, arriva a ridefinire il cyberspazio come un terreno differenziale ipostatizzato: il riferimento alle differenze è deleuziano, chiaramente, come richiamo ad una realtà composta da differenze, non da realtà monolitiche (Zizek parlerebbe in merito di parallasse, intesa come scivolamento tra due punti di vista difformi su uno stesso fenomeno). Un terreno arido o fertile, poco importa: è necessario che sia differenziale nella sua concezione, che si basi sulle note (e continue) tensioni e contrapposizioni tra punti di vista contrastanti, prefigurando il cyberspazio come una sorta di campo di forze, di interconnessioni e interrelazioni tra elementi diversi, in costante flusso e mutamento. È un terreno in cui le identità sono fluidificate, peraltro, non fissate in categorie rigide (da cui l’aspetto differenziale), e che grazie al concetto di ipostasi possiamo indicarne l’attribuzione di una sostanza reale a concetti astratti o idee.

Come ho scritto su Tecnocrazia, del resto, il reale è virtuale: non ha più senso contrapporli come si era portati a pensare per gran parte degli anni Novanta e dei Duemila. Il terreno differenziale ipostatizzato è tra noi, e prolifica in forma digitale sulla falsariga di un corpo senza organi.

L’idea di cyberspazio può essere infatti associata al concetto del corpo senza organi (il riferimento sono gli scritti cybergoth di Nick Land): il corpo senza organi è uno dei concetti più complessi dell’AntiEdipo, ed è definito da Deleuze e Guattari come un modello di corpo con capacità infinita di dispersione dei propri elementi, su cui è possibile costruire un calco del cyberspazio così come lo conosciamo. L’interpretazione Landiana del corpo senza organi sembra pertanto essere associata alla natura fluida, indeterminata e dispersiva dell’esperienza nel cyberspazio.

Il corpo senza organi si dice essere un’astrazione materiale poiché rappresenta un’idea astratta, una sorta di concetto concettuale o teorico. Allo stesso tempo, è descritto come un terreno differenziale ipostatizzato, cioè un’entità concreta che incarna o rappresenta concretamente una serie di differenze. Viene poi menzionato che il corpo senza organi è ciò che viene condiviso istantaneamente dalla differenza. Questo suggerisce che questa nozione di corpo senza organi è ciò che unisce o collega le diverse differenze, agendo come un punto di contatto o un terreno comune che esiste attraverso le differenze stesse. Si afferma anche che il corpo senza organi è pura superficie, poiché è la semplice coerenza di una rete differenziale. Questo sottolinea l’idea che il corpo senza organi è piatto, senza profondità, ma piuttosto una superficie su cui si dispiegano e si collegano le differenze. Tuttavia, nonostante sia descritto come pura superficie, si afferma anche che è la fonte di profondità. Questo suggerisce che, nonostante sembri superficiale, il corpo senza organi è la sorgente o la base da cui possono emergere complessità o stratificazioni più profonde.

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