In un paese semi-abbandonato, una ragazza viene scoperta ad assistere ad un misterioso rito satanico nel bosco circostante; poco dopo viene catturata e violentata. Rientrata a casa, il fratellino ed il nonno pensaranno di riprendersi una rivincita, con conseguenze imprevedibili.

In breve. A dispetto del titolo, un horror sul contagio indotto da un gruppo di hippie molto aggressivi, contaminati, a loro volta, dalla rabbia. Sarebbero presupposti originali ma il  film riserva la sostanza alla seconda parte e anche in quella, di fatto, manca di ritmo e sembra vagamente forzato in vari passaggi.

Pensare che “La rabbia dei morti viventi” abbia a che fare con gli zombi è fuorviante, ma probabilmente non è neanche sbagliato. I morti viventi, in realtà, sono un gruppo di hippies dediti al satanismo acido, che vengono a contatto con l’ambiente rurale di quelli che, in altri contesti, avremmo chiamato redneck. Conflitto massimo, ma con una differenza fondamentale: il focus non è quello di Easy Rider – con i biker trasgressivi espressione di libertà, e la “società” circostante che cerca di contrastarli – qui semmai è il contrario. La relazione tra buoni e cattivi (o presunti tali) viene invertita dallo script di David Durston, con da un lato una società ingenua, che non sa nulla del loro mondo (o quasi), e dall’altro gli insopportabili hippie devoti a Satana che, invece, la sanno fin troppo lunga. La caratterizzazione del gruppo è suggestiva ma, di per sè, molte cose sembrano quasi “buttate lì” ed abbastanza scollegate tra loro, caratteristica anche dello script (ad un certo punto, per dire, sembra che quanto visto all’inizio venga “dimenticato” da tutti).

Questo sembra anche sufficiente per caratterizzare con un vago conservatorismo la storia, che rappresenta in modo parossistico ed esasperato l’universo degli hippie, attribuendogli caratteristiche più che altro da biker o comuni assassini folli o senza movente. Un villain tipico, peraltro, degli horror anni 70 modello L’ultima casa a sinistra – o comunque li contrappone alla quotidianità dei personaggi ordinari, con i quali il pubblico si identifica. La storia degli hippie satanisti, peraltro, può sembrare anomala, ma si ispira abbastanza a quanto successo nell’eccidio di Cielo Drive e nell’omicidio di Leno LaBianca e della moglie, mediante il mandante Charles Manson. Se C’era una volta… a Hollywood è stato l’ultimo film che ha fatto riferimento a Manson, I drink your blood dovrebbe essere il primo.

Si tratta di uno dei sette film diretti da David E. Durston, che in questa circostanza scrive anche uno script abbastanza essenziale in cui non succede quasi nulla (se non scene di passaggio abbastanza insignificanti, specie se non si guarda la director’s cut), e buona parte del film è occupato da una teatralità ostentata che, alla lunga, rischia pure di stancare un po’. Notevole anche il numero di animali che appaiono uccisi (conigli, cani, topi, galli, capre), ma – prima che ad animalisti e vegani prenda un colpo – a quanto pare solo il gallo è morto sul serio nelle riprese, mentre gli altri cadaveri sarebbero frutto di effetti speciali. Ovviamente, trattandosi di un contagio da idrofobia – qualsiasi film sul contagio, visto dal 2020 in poi, assumerà una valenza più pesante – l’unico modo per fermarlo è proprio quello di fare uso dell’acqua, o alla peggio sparargli (l’assedio finale evoca vagamente quello analogo de La notte dei morti viventi). Meno male, verrebbe da dire, che a nessuno è venuto in mente di dotare i personaggi di pistole ad acqua.

Sulle prime il film sembra voler assumere le fattezze di un revenge movie dalle caratteristiche singolari, ma qualcosa non rientra nei canoni: la scena dello stupro è soltanto accennata (quando in queste genere, di solito, è lunga e insistita), ed in seguito la ragazza sembra anche assurdamente propensa a perdonare – o a dimenticare – quanto le hanno fatto gli amici del tipo che la corteggiava. La vendetta verrà elaborata da un ragazzino proto-nerd (il fratellino della vittima in questione) che non sa nulla di LSD (irresistibile quando guarda la camera, chiedendo retoricamente di cosa si tratti), ma ne sa abbastanza – per via del nonno medico – per concepire la “pensata del secolo”: offrire agli odiati hippie (che, nel frattempo, hanno pure occupato un hotel infestato dai topi) un po’ di tortini contaminati con il sangue di un cane affetto da rabbia. Qui il film si è caratterizzato come b-movie classico, anche se visto oggi genera più straniamento che paura e, soprattutto, sembra di assistere ad un qualcosa dal registro incerto, indeciso se rendere la cosa completamente demenziale e anarcoide oppure, al contrario, incupire definitivamente il tono (e purtroppo, c’è da aggiungere, il montaggio breve non aiuta affatto a far migliorare la valutazione). Restando in bilico, il film è praticamente riuscito a metà, nonostante presupposti considerevoli, qualche effettaccio interessante ed un remake modernizzato che avrebbe potuto rilanciarlo, ma che mai venne realizzato per l’improvvisa morte del regista David E. Durston in fase di realizzazione (parliamo dell’anno 2010).

Ecco come si spiega la rabbia del titolo (da intendersi come malattia infettiva) dei morti viventi (non zombi in senso stretto, ma solo il nome del gruppo che poi, in fondo, si comporterà un po’ come tanti zombi), per uno dei rarissimi casi di film internazionale dal titolo italiano forse più espressivo dell’originale (I drink your blood, “bevo il tuo sangue”, “berrò il tuo sangue”, avrebbe fuorviato e fatto pensare ad un film sui vampiri). Di fatto, il soggetto si ispira alla storia vera dell’assalto di un gruppo di lupi, infetti da rabbia, ai danni della popolazione di un villaggio iraniano. Nonostante presupposti di tutto rispetto, il film si guarda con la stessa facilità con cui si dimentica, al netto di alcune trovate azzeccate ed altre decisamente improbabili. Se è chiaro che il riferimento a come vengano visti i “figli dei fiori” da certa società americana, è meno chiaro capire come la pensasse il regista a riguardo: poco importa, probabilmente, mentre sta di fatto che il film è considerato uno degli horror a basso costo che più spesso si guardavano nei drive-in.

Tanto che, ad esempio, la sequenza introduttiva con la scritta GRINDHOUSE RELEASING è proprio quella che anche Quentin Tarantino ha entusiasticamente riciclato o evocato più volte nei suoi film.

Le due versioni del film

Esistono due versioni del film: la Uncut Theatrical Version (più corta, di 1:23 minuti complessivi, che è quella disponibile su piattaforma Chili) e la Director’s Cut (più lunga, di 88 minuti in tutto, disponibile in DVD in versione USA MPI/Fangoria). La differenza va ravvisata in alcuni dettagli, ad esempio nella scena in cui si vede Banner (il nonno di Sylvia) sotto LSD ed annesse allucinazioni, e c’è pure qualche dialogo più lungo. Ma la differenza più sostanziale risiede nel finale: la UTV finisce con la conversazione tra il medico e l’ingegnere che commentano la morte delle ultime vittime, colpite a morte per evitare che espandessero il contagio. La DC è molto più elaborata e lugubre (questo finale, da quello che ne sappiamo, non piacque alla produzione, e non sembra essercene traccia online), ed approfondisce un paio di cosette rimaste in sospeso: il focus si sposta su Mildred (la proprietaria del negozio di alimentari) e Roger (quello che viene chiamato ingegnere durante tutto il film). Sembra che il tutto culmini con una scena appassionata tra i due, ma – giusto durante un bacio – Mildred impugna la pistola ed uccide Roger, senza far trasparire alcuna emozione e, evidentemente, contagiata anche lei. Non solo: il ragazzino, Pete, in questa versione si auto-denuncia come responsabile del contagio, ma la polizia sostanzialmente non gli crede e se ne va (e qui finisce effettivamente il film). Questa versione, peraltro, non sembra reperibile online, ed è stata ricostruita grazie al sito movie-censorship.com.

Si può dire abbastanza sul raffronto delle due storie, ma si tratta indubbiamente di uno dei casi in cui il cut condiziona l’intreccio: la UTV si segnala come discreto b-movie o poco più, la DC è quantomeno più compatta, autoconclusiva e probabilmente divertente da vedere. Nella versione breve, ad esempio, Pete la passa liscia per la “bravata” che ha causato decine di morti per contagio, ed il problema neanche si pone. Nella director’s cut si auto-denuncia e nessuno gli crede, lasciando così allo spettatore un finale quantomeno curioso, senza contare il clamoroso plot twist di Mildred, non visibile nella versione che ho visto online, che invece è degno del miglior Romero.

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