Easy Rider (Dennis Hopper, 1969)

Due giovani americani (Wyatt e Bill) investono parte del guadagno derivante dalla vendita di cocaina in due motociclette, ed iniziano ad attraversare la California alla volta di New Orleans per vedere il carnevale del posto.In breve. Il road movie per eccellenza, con una toccante morale di fondo ed un pessimismo che pervade tutto il film. Un lavoro indimenticabile ed emozionante, con ottime interpretazioni del trio cult Nicholson-Fonda-Hopper.

Prodotto da Fonda, girato da Hopper ed interpretato da entrambi: raramente si è riusciti a compattare così bene gli “ingredienti” in un’opera cinematografica, meno che mai con interpreti come l’istrionico Jack Nicholson. Easy Rider è un cult davvero eccezionale, realizzato con straordinario realismo dai suoi attori, immersi splendidamente nelle rispettive parti (Nicholson assunse realmente marijuana durante la scena attorno al fuoco, ad es.) e, a quanto risulta, senza avere un vero e proprio copione, ma soltanto uno script di massima. In questo modo Hopper impose agli attori, oltre che a se stesso, di improvvisare la maggioranza dei dialoghi. Risultato: la realizzazione di un grandissimo film, con al suo interno una delle più celebri scene di cinema controcorrente mai realizzate. Mi riferisco a quella in cui il giovane avvocato alcolizzato racconta il proprio punto di vista sulla società, spiegando che la chiave dell’intolleranza delle persone comuni verso i “diversi” sta proprio nella libertà che essi simboleggiano. E, nella visione espressa dalla pellicola, la libertà va goduta in prima persona ma, al tempo stesso, è un bene di cui privarsi al fine di non essere letteralmente fatti fuori.

Se infatti da un lato i due conosceranno persone con cui condividere le proprie idee ed il proprio stile di vita, troveranno donne come loro ad attenderli e gusteranno il sapore della libertà come mai prima di allora, rimane il volto oscuro dell’America a minacciarli: la gente ipocrita, puritana, capace di appigliarsi a qualsiasi piccolezza pur di frenarne o oscurarne la presenza. In due parole, il problema è che quei due giovani capelloni infastidiscono, e non stanno affatto bene nel quadro di perbenismo imperante nell’epoca.

Il film è un’avventura quasi interamente a cielo aperto, ovviamente figlia delle idee che circolavano in America in quegli anni: fu girato da uno dei più prolifici ed anticonformisti attori della Nuova Hollywood, un esempio raro di dedizione e coerenza nel proprio lavoro. La moto guidata da Peter Fonda è un chopper (simile a quello di Bruce Willis in Pulp Fiction che si ispira a quello visto qui): il simbolo della libertà perduta, il monolite da scagliare contro un qualcosa di terribile che accomuna la maggioranza che “certe cose non le vuole capire“. Il mezzo su cui inizia e finisce tragicamente la storia, lasciando un enorme senso di vuoto nello spettatore dopo che Hopper ha creato un’empatia con i due personaggi davvero immensa. Easy Rider va senza dubbio ricordato per sempre negli annali della storia del cinema.

George: […] hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate.
Billy: Ma quando… Per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli.

George: Ah no… Quello che voi rappresentate per loro, è la libertà.

Billy: Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto.
George: Ah sì, è vero: la libertà è tutto, d’accordo… Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.