Come valuto i film su questo sito (e nella vita reale)

Mi capita spesso di parlare di cinema con amici e conoscenti, e spesso mi ritrovo a consigliare film poco conosciuti che secondo me andrebbero riscoperti: come ogni appassionato del genere sa, è difficile trovare film che mettano d’accordo tutti. La domanda vera, a questo punto , potrebbe essere: come valuto i film su questo sito?

Ne provo a parlare per punti, di seguito.

  1. Considero il contesto – Quando è uscito il film è un aspetto fondamentale, da cui è sbagliato prescindere e che vale sia in modo diretto (i film del primo Wes Craven uscivano in un periodo in cui era decisa e sostanziale la contestazione giovanile) sia in modo indiretto (i film di Rob Zombi che si rifanno a quel cinema, e che riflettono in versione modernizzata certe fobìe di quel periodo). Il contesto è tutto, ed aiuta a capire meglio perchè negli anni 80 uscissero tanti post-apocalittici o perchè, ad esempio, di recente ne siano usciti diversi legati al mondo online (o addirittura ambientati interamente su una videochat come Unfriended). Se non si considera il contesto, ogni film appare avulso, per lo stesso motivo per cui non puoi prescindere da quanto è stato scritto IT di Stephen king o The woman di Jack Ketchum.
  2. Considero la narrazione – Se la narrazione non funziona, il film difficilmente si salva: questo non significa che tutta la narrazione debba essere lineare (anzi: i film con una narrazione non lineare che funziona sono spesso una spanna sopra gli altri) o peggio, debba essere non lineare (le idee semplici, se efficaci, nell’horror rendono meglio di qualsiasi altra cosa). La narrazione deve saper trasportare lo spettatore: è un fatto anche soggettivo
  3. Considero il regista – Non si tratta di valutare solo il regista o di aver letto la sua biografia: si tratta soprattuto di capire cosa il regista abbia voluto trasmettere. Un compito sulla carta semplice, ma che molti recensori (specialmente sul web) mancano regolarmente, lasciandosi trasportare da aspetti soggettivi o dalle prime considerazioni che gli vengono in mente.
  4. Tendo a guardare qualsiasi cosa rienti nel “genere” – Questo mi porta a prendere un rischio enorme, cioè quello di considerare bella qualsiasi cosa. Al tempo stesso, mi da’ anche un termine di paragone più flessibile per apprezzare meglio film poco marketizzati, o sottovalutati ingiustamente.
  5. C’è un patto tra voi ed il regista – Quando guardate un film accettate di sottoscrivere un contratto col suo regista: sarete disposti a guardare il film e a provare ad accoglierlo. L’atteggiamento più sbagliato e fuorviante che si possa avere, quando si guarda un film, è giocare a cercare intellettualismi di facciata nelle sue immagini, oppure partire con l’idea che il film vada “sbufalato” (un atteggiamento tipico del pubblico più nerd) o, ancora, che si debbano per forza trovare difetti negli effetti speciali (a meno che, ovviamente, non siano veri e propri errori). Un film è un film, e va vissuto per quello che è.
  6. La paura è sempre soggettiva – Se è vero che i grandi temi dell’horror (dalla morte improvvisa alla malattia, passando per la contaminazione e l’invasione dello straniero) sono sempre gli stessi o quasi, cambiano i modi in cui vengono rappresentati: questo dipende anche dall’epoca in cui vengono rappresentati, e dalla sensibilità del regista. Motivo per cui è anche naturale che io possa considerare capolavori film che non dicono nulla ad altri, o viceversa: il punto pero’ è che lo scopo degli horror non è solo di fare paura. Quello è un concetto da drive-in anni 60 che andrebbe superato, in favore di una visione che sappia suggerire allo spettatore opportune suggestioni (ed in certi casi addirittura riflessioni): in tal senso un film è sempre come un libro, e fermarsi a giudicarne solo la paura equivale spesso a giudicarlo dalla copertina.
  7. Non è solo questione di spaventare – Sono tempi in cui si vive in una sorta di bipolarismo: da un lato trovi gente che ride per amenità (i cinepanettoni, ad esempio), e che (se non ti unisci a loro) ti rimprovera con il classico “sì ma fattela ‘na risata ogni tanto“.  Dall’altro, poi, se un film coglie nel segno e spaventa sul serio viene rimproverato per i suoi eccessi (Green Inferno, ad esempio, raccolse critiche feroci – quanto superficiali – per la violenza che conteneva, senza che nessuno o quasi sia riuscito a badare alla sostanza che raccontava: una critica miratissima a certi movimenti politici). Questo può diventare vagamente psicotico, alla lunga, e mostra che non è solo questione di farti saltare sulla sedia (è banale ricordarlo, forse, ma quando vediamo un horror non siamo al luna park). Il discorso è saper mantenere la tensione, raccontare una storia quantomeno significativa e farlo nel tempo a disposizione senza divagare o farti scappare dal cinema.

Detto questo, di seguito ho raccolto le obiezioni più comuni che mi vengono fatte quando propongo film, per i quali – in particolare – mi sorprendo a scoprire che certe cose non sono ovvie come mi sarebbe sembrato a prima vista.

  1. X non fa paura – Questa è una delle più frequenti, che si può argomentare in mille modi diversi  – anche perchè dipende molti dai film che hai visto e che prendi come metro di paragone (io considero terrorizzanti American History X oppure Sacco e Vanzetti che horror non sono, ad esempio). Tornando all’horror, il più delle volte chi sostiene che X non faccia paura lo dice per una sorta di autodifesa di riflesso – della serie: X non fa paura = X non può farmi paura. Questo la dice lunga sulle potenzialità, anche a livello di puro intrattenimento, che l’horror offre.
  2. X non si capisce – l’horror è in grado (come nessun altro genere, a mio avviso) di sfornare perle di espressionismo (da Murnau in poi), exploitation (Wes Craven, Aldo Lado, … ), astrattismo (l’horror come pura idea del Fulci anni 80), art house (Begotten), splatter puri, pseudo-snuff e via dicendo, a volte simili a videoclip e considerati a volte difficili da interpretare per il grande pubblico. Il punto è che molti di questi film non sembrano affatto destinati al grande pubblico, e questo finisce per collocarli in una posizione antipatica – leggasi sembrano snob. Da qui in poi il disastro è combinato: se non si capiscono, sembrano snob. Se sembrano snob il regista è un presuntuoso, ed il film diventa automaticamente inutile. Questo atteggiamento alla “se non lo capisco io, non ha senso in generale” è anche frutto della “bolla” in cui internet racchiude ognuno di noi, facendolo sembrare re di un universo – ed è semplicemente deleterio, ed è purtroppo molto alimentato dal web e dalle dinamiche social. Il punto vero di molti film “che non si capiscono” è che sono libere espressioni artistiche dei rispettivi registi, significative in quanto tali, ed andrebbero trattati in modo quantomeno meno superficiale.
  3. X fa ridere – Se è vero che l’horror deve saper inchiodare lo spettatore alla poltrona (solo in senso figurato, of course), c’è una buona componente di film che scivolano nel ridicolo: il punto è capire se è un ridicolo involontario (segno di scarsa perizia nel girare il film) o se, invece, il film è volutamente risibile. Una cosa è la satira di Tokyo Gore Police, Hanno cambiato faccia o xheatre of blood, decisamente altro conto è ridere di effetti speciali posticci o di veri e propri errori tecnici. Quando si guarda un film non è facile distinguere le situazioni e, spesso, si ride di riflesso – esempio che faccio sempre: il vomito della ragazzina posseduta ne L’esorcista, che tutti ricordano per smorzare la tensione – e senza badare minimamente al punto in cui era arrivata la storia (che è, invece, un punto fondamentale). C’è anche una parte di pubblico che considera ridicoli film del passato, senza considerare che il pubblico cambia, generazione dopo generazione, e che probabilmente cose che spaventavano 50 anni fa vanno viste con spirito adeguato – ad un certo punto, sennò, anche il Nosferatu di Murnau diventerebbe ridicolo.
  4. X è eccessivo – Qui si rientra in un argomento controverso, ma questo significa anche che il film ha toccato le corde “giuste”. Nell’horror si riscontra spesso violenza gratuita o non strettamente necessaria, cose che paradossalmente rendono spesso il film più importante di altri decisamente più solidi. Forse dipende dal fatto che ogni horror stuzzica il voyeurismo dello spettatore, per quanto ciò accade con gradazioni diversissime tra loro. Se poi è vero che ogni sensibilità è relativa, un film considerato eccessivo dovrebbe ricordarci che parliamo di un film, che è soltanto un film e che rappresenta perversioni, violenze e crudeltà appartenenti al nostro mondo, magari sfruttando simbolismi di vario genere. Molti sostengono che l’eccesso di un film possa portare conseguenze nella vita reale (un po’ come raccontato da Il seme della follia da Carpenter), oppure più banalmente che ci sia già abbastanza male nel mondo e che non serva, sostanzialmente, girare degli horror. Il punto è che una società puritana o anti-horror è molto più spaventosa del più perverso dei film dell’orrore: molto dipende dal livello di libertà che abbiamo, o pensiamo di avere o pensiamo valga la pena di avere. Se non incontri mai nulla che ti scandalizza, in fondo, significa che non vivi in una società libera (lo ha scritto Luttazzi sulla satira, ma credo valga anche per certi film). E soprattutto: ogni regista è libero di girare ciò che vuole, rimane per noi la libertà di criticarlo. Ogni film è espressione di un pensiero, e quasi obbliga il pubblico a dare un parere, dopo averlo visto.