Non sapremmo più dire, ad oggi, quando la pandemia sia entrata nelle nostre vite.

Abituati a tragedie di entità che credevamo anche peggiore, siamo sempre stati bravi a prendere le distanze mentalmente da ognuna di esse: succede, certo, è brutto (guerra, abusi, violenza, pandemie rigorosamente circoscritte) ma sono comunque lontane da noi. Quindi, come dire, dispiace ma chi se ne frega. Fino a ieri, s’intende. Oggi si parla finalmente di vaccini ma non riusciamo neanche a farlo senza polemizzare su qualcosa quasi ogni giorno: questo fa male, e ricorda sempre più una saga horror scadente quanto immarcescibile, che continua ad essere prodotta – nonostante la maggioranza degli esseri umani si sia rotta le palle di sentirne (e di sentirli) blaterare.

Problemi grandi e meno grandi, si diceva, ma sempre lontani da noi. Al massimo si finiva per sproloquiarne sui social, improvvisandoci a seconda dei casi economisti, politologi o anche esperti di virologia: sì, perchè l’avversione ai vaccini l’abbiamo vissuta anche prima del 2020, con troppa gente che ad esempio la riteneva assurdamente correlata all’autismo – una bufala millenaria, naturalmente, che pero’, all’epoca, aveva una valenza piuttosto diversa da quella che possiede oggi. Il problema, insomma, era lontano da noi, prima del 2020, dalle nostre vite e dalle metropolitane affollate che usavamo senza troppi pensieri sull’igiene delle stesse.

Si sa, andavamo di fretta, c’era sempre l’altro ad aspettarci da qualche parte.

Di fronte a quei problemi – terrorismo, criminalità, abusi di ogni genere – ci auto-eleggevamo, tronfi nella nostra bolla di post verità da social network, rispettivamente esperti di diritti umani, tuttologi, chimici, praticoni dell’ultim’ora, esperti di burocrazia, sessuologi, fisici, informatici – e chi più ne ha, ne metta. In grado di trovare soluzioni a tutto e per tutti, se solo fossi io al governo farei questo, quest’altro e quest’altro ancora. Moralismo a due centesimi, insomma, distanziamento mentale dal problema e capacità di ergersi a presunto promotore del bello, del buono e del conveniente: ovviamente senza poi fare davvero niente, per risolvere quel problema. Viene in mente, in qualche modo, l’irreprensibile Agostino de Il moralista, uno dei personaggi più straordinari e tristemente attuali mai interpretati da Alberto Sordi, con il suo incedere vanesio e solo in apparenza irreprensibile (e quel gusto insano per la burocrazia in cui molti italiani, ancora oggi, feticisticamente si crogiolano. A nessuno piace la burocrazia ma si sa, dopo un po’ ti ci abitui, non puoi fare a meno della burocrazia, anche se fa male: è una vera e propria sado-masocrazia).

Usavamo tanto i social anche prima, e mai come lo facciamo oggi che sono diventati uno strumento principe per riempire i buchi delle nostre esistenze casa-lavoro-chiesa-supermercato. Li usavamo, certo, ma prima del 2020 il digitale era solo un diversivo: era un mondo virtuale di cui percepivamo l’asetticità, in cui tentare al limite qualche approccio sessuale maldestro, leggere notizie sulla serie A, consumare pornografia (avendo cura di cancellare la cronologia poco dopo), al limite rispondere alle mail passivo-aggressive dei colleghi più insopportabili e, diciamo, poco altro. C’era la vita reale, quella da trascorrere ogni giorno con contatti ravvicinati di ogni tipo, gente che provava a saltare la fila al supermercato: contatti randomici quanto, di fatto, tutt’altro che sempre necessari. Quel mondo, oggi – sostituito dall’era del touchless, dalla paura di contagiare / farsi contagiare anche con mezzo fiato – in fondo ci manca tremendamente.

Con la pandemia il digitale (da semplice via di fuga che pero’, di fatto, già mostrava segni di una vera e propria dipendenza, in senso ballardiano del termine) si è imposto come rifugio, realtà “alternativa”, e solo in una seconda fase è stato recepito come mezzo di comunicazione, anche per chi non sarebbe mai stato avvezzo a farne uso nella propria vita mortale. Improvvisamente non si trattava più del problema di un attentato terroristico a migliaia di chilometri da noi – meglio, anzi, se succedeva lontano da noi: era più ovvio sputare sentenze. Poco male, poi, se fosse anche stata una malattia infettiva molto aggressiva che colpiva in qualche località remota, sulla quale anche Google Maps sarebbe stato vago, e di fronte alla quale avremmo sempre fatto spallucce.

Questa volta il problema è in mezzo a noi, facciamo sempre più caso ai colpi di tosse del vicino di casa e iniziavamo a percepire paura, minaccia, isolamento vero; ci siamo resi conto della situazione drammatica in maniera cervellotica ed imprevedibile (se ricordate, secondo i media generalisti all’inizio era solo un’influenza, poi un virus stagionale, solo a tratti un virus letale – qualcuno azzardò addirittura che sarebbe andato via da solo, un po’ come la credenza stupida e nazional-popolare che se hai la febbre… bhe, sudando va via tutto).

Se ci fate caso, anche oggi l’allarmismo è una post verità: si fa allarmismo su casi ultra-rari di reazioni avverse ai vaccini, si alimentano fobie controproducenti o fuori luogo (c’è gente che va ancora oggi in giro in apnea, a momenti, tanto è terrorizzata), poi pero’ se si deve raccontare che un uomo di 45 anni è finito in terapia intensiva si dice, come mi è capitato di sentire al TG, che ha preso “una polmonite” e che “era positivo al Covid“, come se le due cose non dovessero essere associate o fossero incidentali. Si fatica ancora troppo a riconoscere la gravità della situazione dopo un anno e questo, di fatto, è una specie di “virus mentale” ancora più ostico da combattere. In questa singolare forma di incidentalismo, figlio deforme della sado-masocrazia di cui sopra, i media stanno sguazzando alla grande. Tantissimo: sono felici che siamo tutti incollati alla TV o a leggere titoli clickbait. Finamente le sponsorizzate possono andare online, infognandoci di pubblicità sui guadagni da casa col “bitcoin” (che poi non è manco Bitcoin, a volte), e mai come in questo periodo ha senso investire sulla pubblicità-spam (la spammoblicità). Nessuno di loro, a parte qualche testata “eroica” che poi è quasi sempre smentita dai fatti, sembra interessata a fare informazione seria o utile, che sarebbe comunque visitata perchè evidentemente lo status quo inizia quasi a farci piacere.

E se avessimo preso contromisure da subito? Con i se non si fa la storia, ovviamente, ma mi permetto di ipotizzare realisticamente che, se anche qualcuno avesse osato porre il problema della pandemia in tempi non sospetti, sarebbe stato sbeffeggiato o ignorato lo stesso (in Cina, effettivamente, non è successo niente di troppo diverso). Se le scariche di qualunquismo siamo costretti a sorbirle periodicamente, in questo sventurato paese – un paese nel quale non si riesce ad organizzare lucidamente qualsiasi cosa abbia a che fare con tecnica, matematica o ingegneria (dalla semplice gestione di un sito istituzionale alla logistica dei vaccini), ed in cui la classe dirigente è cementata nella proprie convinzioni e nel proprio democristianissimo “dare la colpa agli altri” – al tempo stesso siamo più consapevoli di esserci svegliati in un mondo impazzito.

Un mondo impazzito, fuori fase e fuori tempo, rinchiuso in casa e sottratto al tran-tran quotidiano (cosa che ha giovano a molti di noi, peraltro, almeno nella prima fase). Un mondo incomprensibile che abbiamo provato a decifrare anche grazie a film famosi, film ovviamente apocalittici che paragonavamo alla realtà post-virale che stiamo attraversando. Niente da fare: neanche film orribilmente precisi e profetici come The flu, 28 giorni dopo o The Gerber Syndrome sarebbero mai riusciti a concettualizzare quello che sta avvenendo oggi.

È vero che molte scene del film sudcoreano di Kim Sung-su sono incredibilmente profetiche (la gente in preda al panico che affolla i supermercati, il vaccino che inizialmente non si trova), ma a vedere la situazione odierna appaiono solo come pezzi di un puzzle incompleto imprevedibilmente complesso. Nessun film sarebbe mai riuscito a figurare, del resto, la dose di rancore ed egoismo che ha caratterizzato molti abitanti del pianeta terra negli ultimi mesi, e anche John Carpenter deve essere rimasto colpito (presumiamo) dalle situazioni paradossali che si sono viste nelle varie zone del mondo. Neanche lui avrebbe immaginato quello che sta succedendo, e a cui abbiamo assistito quasi sempre inermi.

Abbiamo fatto tanta sociologia e psicologia spicciola nei mesi del lockdown, tra chi credeva che ne saremmo usciti migliori e chi, invece, aveva già perso nichilisticamente ogni speranza da allora. Ad oggi ci ritroviamo, in un vortice di emozioni e dati egualmente contraddittori, con un vaccino che finalmente potrebbe risolvere il problema e che abbiamo scoperto di non saper distribuire in modo veloce senza azzuffarci o discutere di questioni di lana caprina.

L’orrore della realtà, l’horror vacui che accomuna i tanti ancora costretti ad una vita sociale minimalista, ad un approccio survivalista alle questioni di ogni giorno, ad un’oscillazione tra due estremi di umore egualmente pericolosi: convincersi che non ci sia alcun virus, oppure usare il virus per nascondere le nostre paure di ricominciare tutto da zero (o quasi). Se la prima opzione è naturalmente rischiosa dal punto di vista della salute, la seconda è altrettanto infida a livello mentale, e rischia di farci regredire socialmente più di quanto già non avessimo fatto.

Per queste ragioni, ho scritto all’inizio, ci siamo svegliati in un mondo impazzito -ma, almeno, iperconnesso. Il “ma” è tutt’altro che incidentale, perchè la connessione possa diventare opportunità.

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