Remake di Nightmare: l’incubo craveniano, il senso di colpa e il micro-sonno. Il cult di Wes Craven rivisitato da Samuel Bayer

Un uomo sfigurato continua a perseguitare i figli dei genitori che lo hanno ucciso, torturandoli e uccidendoli a loro volta, nel sonno.

In breve. Per certi versi gradevole, per altri straniante o prevedibile: un reboot che non osa abbastanza, pur rispettando il canone mitologico dell’originale. Si dimentica, con la sola eccezione del finale, con la stessa facilità con cui si guarda.

Il reboot di Nightmare del 2010 da parte di Samuel Bayer (regista di una grande quantità di video musicali, tra cui Offspring, Bowie e Metallica) produce un effetto straniante: sicuramente su una parte di pubblico appassionato di horror produce un discreto mood, sia per le idee che non mancano (e sono moderne e innovative), sia per quel finale così diretto & imprevedibile, peraltro totalmente fedele allo spirito nichilista del personaggio originale. Resta però il fatto che si tratta di un reboot, cioè di una nuova interpretazione del personaggio, un villain dell’orrore tipicamente ottantiano che ha fatto scuola, creato tormentoni (quando ancora non potevano chiamarsi meme) e influenzato decine di generazioni di registi.

E dire che all’epoca Craven (scomparso cinque anni dopo, nel 2015) pare non venne neanche interpellato prima delle riprese, per cui il paragone con la saga originale potrebbe non avere alcun senso per quanto, a ben vedere, si debba per forza di cose fare i conti col passato. Freddy Krueger (bidello assassino di bambini, condannato a morte dai genitori e rievocato dagli incubi dei figli) è probabilmente uno dei migliori personaggi horror mai visti sullo schermo, sia per le fattezze semplici & efficaci ma anche per i sottotesti delle storie della sua saga.

Sebbene molti sèguiti siano dimenticabili, è diventato il frutto della coscienza sporca dell’americano medio, la scheggia impazzita risultante da una giustizia sommaria, il contrappasso sadico di una violenza feroce da parte di genitori fuori di sè (gli stessi genitori de L’ultima casa a sinistra, forse, archetipo di quel rape’n revenge che ispirò, quasi certamente, almeno una parte della saga di Nightmare). Un personaggio che è molto attuale anche oggi, nell’epoca delle fake news, dell’oclocrazia imperante e della post verità, anche se in questo caso la regia prende una decisione drastica: colloca Freddy in una nuova dimensione micro-onirica. Se inizialmente si manifesta durante il sonno notturno, adesso diventa in grado di farlo mediante “microsonni“, piccoli istanti in cui ci si addormenta senza accorgersene, come se uno perdesse i sensi all’improvviso. Un’idea efficace & spaventosa per un horror moderno e per un film basato sull’assunto “sonno = morte“, tanto più che mostra una generazione di ventenni completamente assuefatta ai farmaci, come nell’originale craveniano terrorizzata irrazionalmente (ma non troppo) dall’idea di dormire. Anche una generazione iperattiva che, come nell’originale, affronta – prima dei propri fantasmi personali, irrisolti esistenziali e frustrazione latente – genitori troppo immersi nel carrierismo, troppo abituati a mentire e fare moralismo – aspetto anche questo sostanzialmente immutato e fedele all’originale. Peccato che siano anche soggetto e sceneggiatura a funzionare in modo non ottimale, perse nel loro sembrare l’ennesimo slasher visto e rifritto.

Per gran parte del film, a conti fatti niente male quanto un po’ prolisso, sembrerebbe funzionare quasi tutto: la narrazione multi-livello, gli effetti speciali, lo splatter sempre ben dosato, i personaggi dal passato oscuro. La sensazione di normalità pervade da subito la piccola cittadina in cui è ambientata la storia, per poi degenerare in incubi che sembrano quasi i livelli infernali e psichedelici di un videogame tipo Postal. Col tempo, insomma, c’è un alternarsi realtà-sogno di cui sembra si stia abusando, o avvenga troppo velocemente: nei momenti in cui diventano sfumati sia l’effetto che la colonna sonora, ad esempio, sappiamo che è pronto il jump scare: e tutto questo forse è un po’ troppo commerciale o abusato per poter essere accettato in un film del 2010.

Il nuovo Nightmare per forza di cose si pone in un’ottica ambiziosa, e non può che essere tacciato di essere stato vagamente pretenzioso, per quanto poi la sua visione confermi che non si tratta esattamente di un brutto film. Nota di merito, peraltro, aver saputo ricreare alcune delle scene più iconiche dell’originale, tra cui quella della vasca da bagno con l’artiglio che fuoriesce, mentre Nancy si è addormentata.

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Potrebbe venire in mente il remake de La casa, quello che è quasi migliore del cult ottantiano, con la sua creatività e la sua pluricitata pioggia di sangue (senza Slayer di mezzo, peraltro), ma il paragone non sarebbe adeguato, non renderebbe giustizia di quello che questo Nightmare anni Duemila effettivamente è: un horror diretto e con spunti curiosi quanto basato, nel 95% dei casi, sul buh! istituzionalizzato, un autentico saggio di continui jumpscare, che non cerca di fare il verso all’originale e rielabora soggetto e sceneggiatura in modo credibile, quanto giavvisto. Senza contare che la scelta deliberata di rendere meno beffardo, meno sprezzante e più serioso il buon Freddy potrebbe essere stato il vero e proprio boomerang.

Questo è il Nightmare del 2010, riservando peraltro un finale clamoroso, a mio avviso molto bello e che lascia inchiodati alla poltrona, e sostanzialmente si colloca sulla falsariga del finale originale, dal profondo della notte. Sarà piacevole per gli appassionati constatare come il tempo sembri quasi non essere trascorso, ovviamente. Al tempo stesso, pero’, è una mezza illusione, e non ci si può esimere da qualche critica: l’horror di Bayer è frenetico e convulso, sulla falsariga di quello scalmanato proposto da Rob Zombie, e quasi con lo stesso effetto collaterale di fondo (certe sequenze appaiono scollegate e confuse, per non dire che non si capisce granché di ciò che accade).Non è neanche discorso di surrealismo superficiale o, se preferite, di non capire di cosa sia reale o meno (il classico leitmotiv che “ingrippava” i Freddy-Kruegheriani della prima ora): è discorso che sono i personaggi stessi a chiederselo, esplicitamente e così tante volte da risultare fuori dalla narrazione, suggerendo al pubblico “Sia X il sogno e Y la realtà, adesso siamo in X, adesso invece siamo in Y“. Essere didascalici in un film del genere, insomma, se non è un vero e proprio “delitto culturale”, poco ci manca.

La peggiore battuta del film, peraltro, rimane a mio avviso quando Nancy dice a Freddy qualcosa del tipo “ora posso ferirti, perché sei nel mio mondo”, a cui manca solo il classico “stavolta ti ho fottuto, bastardo“, una virata di fantasy-action tardo-adolescenziale su cui, ancora adesso, devo finire di capacitarmi. Difficile dare un giudizio realmente coerente: se la regia è convincente e la ricostruzione della storia evoca a più tratti quella del capolavoro craveniano (inarrivabile per mille motivi, tra cui che difficilmente, oggi, un qualsiasi regista proporrebbe un film su un pedofilo, che prefiguri il lato oscuro dell’occidentale medio, inebetito dalla carriera e incapace di ascoltare i figli), da un altro punto di vista è impossibile non notare certe scene troppo telefonate, troppo annunciate, i jumpscare distribuiti un po’ a casaccio, un ritmo non sempre all’altezza della narrazione, certi i personaggi non troppo credibili (Jackie Earle Haley interpreta bene Freddy, ma provoca anche un effetto degno del peggiore spinoff non autorizzato, perchè gli somiglia ma non troppo).

In fondo non c’era davvero niente di male che si creasse un reboot anche di un cult del genere, dato che ormai si fa per tutto, inclusi per romanzi misconosciuti a cui si ispiravano unicum degli anni 40 dimenticati dai più (tipo il nuovo film di del Toro). Tanto valeva, a quel punto, costruire una storia totalmente nuova, inserendo e rimodellando i personaggi, e sarebbe stato un horror quantomeno più memorabile, oltre che  più reboot. Chiaro, è un discorso anche soggettivo, e resta il fatto che quello che abbiamo visto nel 2010 è parzialmente interessante, ma non è davvero Nightmare: è un discreto horror che prova ad evocarlo, producendo lo stesso effetto di una seduta spiritica finita male. Con tutte le conseguenze negative del caso, inclusa una in particolare: quella di disincantarsi del tutto, ritenendo che possa essere stata, eventualmente, tutta una stronzata. E questa è la cosa che ci piace, forse, meno di tutte.

Nightmare è disponibile per gli abbonati sulla piattaforma Netflix.

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