The hateful eight (Q. Tarantino, 2015)

Durante una pesantissima bufera di neve, due cacciatori di taglie, la prigioniera di uno dei due ed uno sceriffo sono costretti a fare tappa nell’emporio di Minnie, nel quale faranno conoscenza di quattro sconosciuti…

In breve. Tarantino costruisce un nuovo western con nuove dinamiche, buone idee ed un incessante lavoro sui personaggi (e su ciò che dicono di essere): la cosa sembra rasentare l’ossessione ma il risultato è davvero notevole. Il western non è (mai?) morto e questo film dimostra che è capace ancora oggi di reinventarsi: tra i migliori film del regista, probabilmente.

The hateful eight si caratterizza fin da subito mediante un insistito lavoro sui personaggi, di cui si esaltano le caratteristiche evocando i western d’epoca che hanno fatto la storia (la tagline americana riporta semplicemente “The bounty hunter. The Hangman. The Confederate. The Sheriff. The Mexican. The little man. The cow puncher. The prisoner“, quasi a testimoniarne l’assenza totale di fronzoli, e questo nonostante un ritmo che sembra non decollare, specie nella prima mezz’ora di film). Un western influenzato (serve scriverlo?) da molti altri generi, soprattutto dal thriller e dall’horror, senza alcuna forzatura sostanziale bensì contaminando l’atmosfera in modo progressivo, con il giusto ritmo e trovate sempre perfette.

Uno script, quello di The hateful eight, che ha vissuto un’esistenza decisamente travagliata, visto che è finito online  prima del tempo e Tarantino, oltre a pensare di fare causa a chi l’aveva pubblicato indebitamente, ha dovuto riscriverne una buona parte (incluso il finale). Un film che sembra essere molto debitore del western all’italiana alla Fulci o Giulio Questi, quello in cui la crudezza della storia è proporzionale al livello di sadismo di molte scene ed in cui, forse soprattutto, la contrapposizione tra “buono” e “cattivo” è costituzionalmente abolita. Certo questo film eredita molto del cinismo sprezzante di quei lavori, ma con un ulteriore meccanismo di inatteso che funziona bene, anche nonostante la durata poco convenzionale (187 minuti in 70mm). Certamente un film serio nel proprio sviluppo ma mai serioso, visto che il regista non rinuncia mai ad inaspettati siparietti ed al grottesco, estenuante ripetersi dell’epiteto razzista nigger, ripetuto fino allo sfinimento e che non mancherà di generare polemiche.

Ciò che rende atipico, e per questo interessante, il nuovo lavoro di Tarantino (tra i più lunghi film da lui diretti finora, peraltro) in effetti è anche legato all’importanza delle ambientazioni, del ruolo dei personaggi (ribaltato in un paio di occasioni) e del contesto (le chiarissime evocazioni a La cosa di John Carpenter, peraltro l’unico film che il regista ha fatto vedere al cast, e non mancano riferimenti molto evidenti a Le iene), compare poi un inatteso elemento horror-splatter quasi all’improvviso, evocando a sua volte le dinamiche dell’indimenticabile Dal tramonto all’alba. Di fatto The hateful eight non è tuttavia un semplice gioco di citazioni fine a se stesso in quanto possiede un’unità narrativa a se stante e molto ben definita, oltre ad essere un film che cattura l’attenzione delle spettatore fin dalle prime scene (e non era banale farlo).

È inoltre, se servisse scriverlo, un western abbastanza differente da Django Unchained e, per certi versi, addirittura migliore in nome di una minore varietà dell’ambientazione (gli ambienti in cui si svolgono le azioni sono soltanto due: la diligenza diretta a Red Rock e l’emporio di Minnie): sarebbe stata una debolezza se non ci fosse stata una storia così solida e, per molti versi, davvero imprevedibile ed accattivante. Il contesto della guerra civile americana, poi, è più marcato ed importante rispetto alla media dei western classici, ma serve a Tarantino per costruire un contesto su cui fare considerazioni non banali sul razzismo (con effetti grotteschi che non saranno, quasi certamente, intesi in un unico verso da tutto il pubblico).

Colonna sonora, davvero notevole, a cura di Ennio Morricone, per la quale molti degli score inutilizzati derivano direttamente dal succitato capolavoro dell’horror claustrofobico La cosa.