Ultima notte a Soho: il thriller quasi lynchiano di Edgar Wright


Ellie vive in campagna con la nonna dopo la scomparsa della madre, e sogna di diventare una stilista. Un giorno arriva la chiamata da una celebre scuola di moda: l’inizio della nuova vita per la ragazza impatta con una realtà non proprio a misura, oltre che con spaventose allucinazioni.

In breve. Thriller incalzante e ispirato, evocativo di tanti film psicologici anni 70, che racconta la storia di una ragazza alle prese con una nuova realtà e degli incubi, probabilmente indotti dall’ambiente, che rischiano di sovrastarla. Sceneggiatura forse non impeccabile, per un film che presenta comunque notevoli twist e non manca di eleganza.

Dovrebbe essere il primo horror puro del regista Edgar Wright, che ha sempre sperimentato coi generi per quanto il suo unico contatto col terrore sia stato L’alba dei morti dementi (2004). Niente di più sbagliato che badare alle apparenze, in questo caso: Ultima notte a Soho è ritmato e vivace come fosse diretto dal più navigato dei registi di genere, ed è interpretato da Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy, Matt Smith, Michael Ajao (dedicato alla memoria di Diana Rigg e Margaret Nolan, scomparse entrambe nel 2020). Viene presentato al 78° Festival Internazionale del Cinema di Venezia, per poi arrivare nelle sale italiane a partire da 4 novembre di quest’anno.

Ultima notte a Soho nasce sulla falsariga, a detta dello stesso regista, della “sua” Londra (così come ricorda di averla vissuta) e di horror psicologici come Repulsione e A Venezia … un dicembre rosso shocking, da cui si eredita effettivamente gran parte del mood di fondo. C’è effettivamente una giovanissima donna protagonista, dal complesso profilo psicologico, affetta probabilmente da una forma di sessuofobia non dissimile da quella di Carol nel film di Roman Polanski. C’è anche il tema della perdita (di se stessi, e dei propri cari) trattato nel cult di Nicolas Roeg, e naturalmente c’è il tema del doppio. Dopo aver cambiato casa per via dell’insopportabile coinquilina, Ellie si addormenta al suono dei suoi dischi preferiti anni ’60 e sogna, a più riprese, una aspirante cantante che desidera sfondare nel mondo di ciò che ama.

Ellie non è, tuttavia, semplicemente una fan di Sandie (come la sterile sinossi di IMDB suggerisce, almeno ad oggi), ma vede in Sandie ciò che lei stessa vorrebbe essere. Sandie è l’immagine onirica idealizzata di una donna sicura di sè, realizzata artisticamente, affiancata da un uomo che la rende sicura, per quanto il quadro sia destinato a crollare con l’incedere del sogno stesso. Sandie è ciò che Ellie vorrebbe fare, e che solo progressivamente troverà il coraggio di essere.

Gli specchi in Ultima notte a Soho giocano un ruolo tutt’altro che margine, a ben vedere. Tanto per inquadrare meglio il contesto, nel 1988 usciva l’horror firmato John Carpenter Il signore del male, un lavoro oscuro (forse il più cupo mai diretto dal regista), originale, dai molteplici pregi ed in cui gli specchi giocavano un ruolo al di là del mero oggetto fisico. Se guardi lo specchio vedi te stesso, potresti sondare la sua anima, tanto che nel soggetto carpenteriano specchiarsi equivaleva ad affacciarsi sul portale di una nuova dimensione, al di là del tempo e dello spazio, da interpretarsi come oscuro presagio (tutti o quasi ricorderanno l’irrisolto da brividi del finale: la mano che tocca lo specchio, ed il film termina lì).

Per Ellie, ingenua e priva di esperienza, lo specchio è similmente un oggetto fondamentale: pensa più volte di vedere sua madre (morta suicida) all’interno di esso, ed è lì che si gioca gran parte della sua evoluzione fisico-psicologica. Poco prima di partire per Londra saluta la madre riflessa nello specchio, provando ad abbandonare il senso di non realizzazione che si è accentatuato proprio per via della sua tragica fine: la madre è l’espressione di un fallimento, ma anche la principale motivazione del suo senso di riscatto. Al tempo stesso, lo specchio è l’elemento chiave dei sogni di Ellie, in cui imita le movenze di Sandie a più riprese, sostenendola nei momenti difficili ed empatizzando sempre di più con lei.

Il resto della storia evolve secondo elementi canonici: la prevedibile emarginazione della ragazza, il bullismo nei suoi confronti, il talento che emerge e gli incubi che accompagnano questa evoluzione, per poi inserire un elemento onirico, quasi lynchiano, nella storia: Ellie si trasferisce in una nuova casa, inizia a sognare di questa Sandie, che ha significativamente le sue stesse movenze (come ci se fosse uno specchio a separarle) e che ammira vivere intensamente la propria passione nella Londra anni ’60. Il punto di rottura risiede esattamente nel suo voler imitare la propria beneamina, tanto da colorarsi i capelli come lei (succede lo stesso tra Betty e Rita in Mulholland drive), imitandone gesti, movenze e modo di esprimersi. Forse memore del trauma per la perdita della madre, continua a specchiarsi ossessivamente in essa come nella cantante anni ’60.

Un passaggio cruciale si esemplifica nel suo successivo ripudio del sogno: Ellie dorme sempre meno, ora ha paura di addormentarsi (vengono in mente gli uomini, morti nel sonno dopo aver evitato di dormire per giorni, che ispirarono Nightmare), ma nel frattempo il sogno sembra essere diventato parte della realtà. È qui che forse emerge qualche crepa narrativa: d’accordo che i film basati sulla realtà “onirica” (in cui sogno e realtà sono mischiati) andrebbero accettati e assimilati senza troppe discussioni, ma alcuni punti della trama restano in sospeso: gli atti potenzialmente violenti di Ellie per cui non viene nemmeno segnalata, un incendio e un omicidio a cui ha assistito senza conseguenze. Dove sono finiti tutti? Troppo semplicistico, forse, cavarsela con un happy end come è stato fatto, happy end che è (per fortuna, in un certo senso) minato da un ulteriore livello di incertezza, in cui tendiamo a non essere sicuri di ciò che abbiamo visto. Al netto di questo, personaggi come quello della signora Collins restano monumentali, idealmente tratti da film come La stanza delle farfalle e giganteschi nel proprio profilo psicologico.

Elementi che fanno parte del pluri-citato patto tra regia e spettatori, sui quali qualche sopracciglio potrebbe lecitamente sollevarsi e su cui, un po’ come in American Psycho o The neon demon, non è importante la coerenza della trama ma ciò che ci rimane della stessa una volta usciti dalla sala. Ultima notte a Soho ha proprio questo effetto: quando l’ho visto al cinema qualche ora fa – e per quanto sia stato probabilmente un caso – è stato suggestivo vedere la gente rimanere seduta per tutta la durata dei titoli di coda, quasi alla ricerca del dettaglio mancante, storditi dalla sequenza di twist dell’ultima mezz’ora del film (ne ho contati almeno tre di colpi di scena, in effetti), ma forse semplicemente era colpa dell’abbiocco (in senso buono, ovviamente: lo stesso che ti procurerebbe un pranzo luculliano).

Sembra altrettanto plausibile l’interpretazione clinico psicologica, sottolineata dal dettaglio conclusivo che mostrerebbe un ulteriore, potenziale, ribaltamento di fronte. Difficile dire di più: e spiace comunicare che se cercate una spiegazione del finale, non so fino a che punto ne troverete una pienamente soddisfacente. Tra le note più divertenti, segnalo l’equivoca sinossi del film generata da Google, che riduce il lavoro ad una sorta di Ritorno al futuro parte 4.

Al netto di sinossi cinematografiche generate da un’intelligenza artificiale (che, per quanto evolute, difficilmente avranno visto il film, a meno che un giorno non ne esca fuori una in grado di farlo, ovviamente), è fondamentale inquadrare il tema del doppio, della trama snodata in due dimensioni parallele che vorrebbero intrecciarsi tra loro, dell’eventuale lettura a livello psichiatrico (molte cose potrebbero succedere solo nella mente della protagonista), del modo comunque lynchiano di affrontare l’intreccio e dei riferimenti ai classici del thriller e dell’horror che ogni affezionato non mancherà di riconoscere. Gli orchi che tormentano le donne sono simili a degli zombi senza volto, le poche scene slasher non sfigurerebbero in un Argento di vecchia scuola, lo specchio ricalca l’idealizzazione di se stessi.

Questo è Ultima notte a Soho: se non si tratta di uno dei migliori film dell’anno (al netto di quanto ho specificato come potenziale difetto), poco ci manca.