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“Zeder” di Pupi Avati è uno dei migliori horror italiani anni 80

“Le barriere della morte saranno finalmente abbattute…”

Paolo Zeder è un alchimista che sembra aver trovato il modo per resuscitare i cadaveri: un gruppo di ricercatori, su commissione del Vaticano, si interessa in seguito ad un esperimento che possa provare la validità delle teorie espresse.

In breve: Pupi Avati riprende il classico tema del voodoo, e costruisce una pellicola perfetta, intrigante e paurosa. Un autentico maestro dell’ horror italiano, con un film dai toni e gli sviluppi simili al precedente “La casa dalle finestre che ridono“, ma con maggiore attenzione al sovrannaturale decantato in chiave scientifica.

Nel 1956 a Chanters, in Francia, un commissario di polizia ed un medico individuano il terreno nel quale è stato seppellito il cadavere di Paolo Zeder; trattasi di un misterioso alchimista apolide, che avrebbe scoperto all’inizio del secolo precedente le “costanti alchemiche“, caratteristiche dei cosiddetti “terreni K” in grado di far resuscitare i corpi dei defunti che vi vengono seppelliti. Diversi anni dopo Stefano (Gabriele Lavia), uno scrittore di Bologna, viene casualmente a contatto con questa lugubre storia: leggendo una strana lettera rimasta impressa sul nastro della macchina da scrivere che gli ha regalato la moglie Alessandra (Anne Canovas), l’uomo inizia  ad indagare personalmente sulla faccenda, come nella tradizione del giallo argentiano. Il resto della storia è un intrigante gioco di sotterfugi, di mezze verità, costellato dall’ inquietante esperimento di rianimazione di un cadavere e componendo così uno dei migliori horror italiani mai realizzati in quel periodo. Un grande film che vanta una sceneggiatura solida, i personaggi popolari tipici delle opere di Avati (il film è ambientato in Emilia-Romagna) oltre ad un Gabriele Lavia esaltato all’ennesima potenza.

Curiosità. L’edificio abbandonato visibile nelle scene finali è il complesso alberghiero Colonia Varese di Milano Marittima. Inaugurato come complesso turistico di epoca fascista nel 1938, chiuse due anni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Dopo essere stato utilizzato come prigione e ospedale per le truppe tedesche, giaceva abbandonato dagli anni ’50, ed è visibile oltre che in questo film anche ne La ragazza di latta di Marcello Aliprandi (1970).

“Zeder” – coi suoi intrighi e i suoi impliciti non-detti, fondamentali alla costruzione della più lugubre atmosfera, assieme all’idea tipicamente da horror ottantiano anni 80 di innestare il gotico in un ambiente ordinario in cui il pubblico possa identificarsi facilmente – non ha nulla da invidiare ad un classico di Wes Craven prima maniera, e peraltro ricorda per molti versi l’altro capolavoro dell’americano dal titolo “Il serpente e l’arcobaleno“; il tutto a vantaggio di un’opera godibile, spaventosa, fatta da una violenza mai troppo esplicita e in cui nessun dettaglio è superfluo. Ad Avati in basta poco a spaventare il suo pubblico: un accenno, un’ombra, una coltellata, uno spiraglio di luce, il sorriso ambiguo di un personaggio. Giocando sapientemente con gli stereotipi del genere, e rielaborandoli in una personalissima modalità – principalmente localizzando la storia nel nostro paese, ed evitando improbabili ambientazioni esterofile.

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Tra le curiosità più note, vi è il fatto che il film Pet Sematary sembra essere la fotocopia fedele dell’opera in questione. Un po’ di anni dopo qualche malizioso parlò addirittura di plagio da parte di Stephen King sul calco di questo piccolo capolavoro italiano di genere: difficile dare una risposta univoca, per quanto modalità e tempistiche suggeriscano possa essere più una casualità che una autentica intenzione. Bisogna riconoscere che la somiglianza dei due finali – sia nelle dinamiche che nei personaggi – è davvero sconcentante, ma probabilmente rientra nel gioco di riutilizzi e ricicli su cui Tarantino ha costruito una carriera. All’estero è noto come Revenge of the dead, colonna sonora di Riz Ortolani.

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