Zeder (P. Avati, 1983)

Un uomo entra in contatto con la storia di un alchimista, Paolo Zeder, che avrebbe trovato il modo di resuscitare i cadaveri: al tempo stesso un gruppo di ricercatori, su commissione del Vaticano, sembra interessarsi ad un esperimento che possa provare la validità delle teorie espresse… In breve: Avati riprende il classico tema del voodoo, e costruisce una pellicola perfetta, intrigante e paurosa. Un maestro dell’ horror italiano, con un film dai toni e gli sviluppi simili al precedente “La casa dalle finestre che ridono”, ma con maggiore attenzione al sovrannaturale in chiave scientifica.

Nel 1956 a Chanters, in Francia, un commissario di polizia ed un medico individuano il terreno nel quale è stato seppellito il cadavere di Paolo Zeder; questi è un misterioso alchimista apolide, che avrebbe scoperto all’inizio del secolo precedente le “costanti alchemiche”, caratteristiche dei cosiddetti “terreni K” e capaci di far resuscitare i corpi dei defunti che vi venivano seppelliti. Diversi anni dopo Stefano (Gabriele Lavia), uno scrittore di Bologna, viene casualmente a contatto con questa lugubre storia: leggendo una strana lettera rimasta impressa sul nastro della macchina da scrivere che gli ha regalato la moglie Alessandra (Anne Canovas), l’uomo inizia – come nella tradizione del giallo argentiano – ad indagare personalmente sulla faccenda. Il resto è un intrigante gioco di sotterfugi, di mezze verità, costellato dall’ inquietante esperimento di rianimazione di un cadavere e componendo così uno dei migliori horror italiani mai realizzati in quel periodo. Un grande film che vanta una sceneggiatura molto solida, i personaggi popolari tipici delle opere di Avati (il film è ambientato in Emilia-Romagna) oltre ad un Gabriele Lavia esaltato all’ennesima potenza.

“Zeder” in effetti non ha nulla da invidiare ad un classico di Wes Craven prima maniera, e che ricorda per molti versi l’altro capolavoro dell’americano dal titolo “Il serpente e l’arcobaleno“; il tutto a vantaggio di un’opera godibile, spaventosa, fatta da una violenza mai troppo esplicita ed in cui nessun dettaglio è superfluo. Ad Avati in fondo basta poco a spaventare il suo pubblico: un accenno, un’ombra, una coltellata, uno spiraglio di luce, un sorriso ambiguo di un personaggio. Giocando sapientemente con gli stereotipi del genere, e rielaborandoli in una personalissima modalità – principalmente localizzando la storia nel nostro paese ed evitando improbabili ambientazioni estere, come del resto aveva già fatto ne “La casa dalle finestre che ridono”. Un film diretto con  grande maestria da un Avati che, da lì a poco, avrebbe definitivamente la propria vena orrorifica – almeno fino ad oggi. In fondo rivedendo Zeder, mi sono sinceramente augurato che non sia una speranza vana poter rivedere, presto o tardi, una nuova opera di questo tipo – ormai un po’ fuori moda – da parte del regista.

Tra le curiosità più note, vi è il fatto che Pet Sematary sembra essere la fotocopia piuttosto fedele dell’opera in questione, e visto che uscì circa un anno dopo qualche malizioso parlò di plagio da parte di Stephen King: mi sembra francamente eccessivo pensarlo, e da tempo sono convinto – conoscendo entrambe le opere – che si sia trattata di una semplice casualità. Bisogna comunque riconoscere che la somiglianza dei due finali – sia nelle dinamiche che nei personaggi, è davvero sconcentante.

“Le barriere della morte saranno finalmente abbattute…”