The French Dispatch: Wes Anderson porta a spasso il proprio pubblico, ma non sappiamo bene dove

Quattro storie di cronaca raccontate attraverso le cronache di un giornale, all’interno di una città immaginaria del Ventesimo secolo: The French Dispatch Magazine.

Boh. Mah. Ah-ah-ah. Cioé? La visione del nuovo film di Wes Anderson rischia di lasciare (in almeno una parte del pubblico) più perplessità che altro. Cosa che potrebbe anche non trovare il consenso da parte dei fan del regista, ma che risulta un po’ come dato (s)oggettivo e – almeno in parte – generalizzabile. E dire che si tratta formalmente di una commedia, dai toni leggeri e raffinati, con abbondanti riferimenti alla cultura francese. C’è da dire che un film di questo tipo sicuramente rientra nel novero di quelli rivolti ad un pubblico ben specifico, che sono gli stessi che in sala apprezzano certe finezze e ridono. Molti altri pero’ si sono già idealmente distratti magari con un cellulare in mano, pessima abitudine al cinema – con cui pero’ bisogna saper fare i conti.

D’altro canto ci sono tanti “comuni mortali” spinti in sala dalla curiosità del nuovo film di Wes Anderson, scritto e diretto da lui stesso, accolto da ben nove minuti di applausi a Cannes dopo essere stato presentato, causa pandemia, con quasi due anni di ritardo. Tanti comuni mortali che forse, viene da dire una volta usciti dalla sala, non riescono a capire proprio tutto. E non riescono a farlo neanche dopo una ripetuta visione, rassegnandosi così a lasciare quale epitaffio della propria “dipartita” da cinefili, fino all’altro ieri in grado di gustarsi addirittura Lynch o Polanski, la strepitosa sinossi del film che viene proposta da IMDb, attualmente scomparsa ma che fino a qualche ora fa recitava esattamente così: La trama è sconosciuta. Il film sembrerebbe essere ambientato in Francia dopo la Seconda guerra mondiale.

La bellezza sintattica di quel condizionale (“sembrerebbe”, non ne siamo sicuri) e la monolitica osservazione iniziale rendono quella sinossi forse generata da un’intelligenza artificiale l’unica vera, sensata e possibile che si possa concepire. La trama è sconosciuta perchè Anderson sembra godere del fatto di switchare toni e registri narrativi senza preavviso, finendo per non dare punti di riferimento (che è una buona cosa solo se alleni una squadra di calcio). Neanche se stessimo parlando di Begotten o di un qualsiasi altro film criptico uscito nelle sale: viene da chiedersi, criticamente, perchè.

Un film che ha certamente moltissime cose da raccontare, ma che fondamentalmente si perde in un crogiolarsi continuo di esercizi di stile. Che di loro sono pure cosa buona e giusta, nel cinema, ma che in questo discusso nuovo lavoro del regista rischiano di risultare semplicemente tediosi e poco comprensibili. Sempre che non si tratti di una di quelle pellicole che richiede un certo background, facendo sorridere al più o magari rimpiangere i tempi in cui il massimo della raffinatezza poteva essere Harry ti presento Sally oppure, in tempi moderni, Pazzo per lei.

The French Dispatch si articola in quattro episodi che sono le cronache del giornale di un direttore molto particolare, burbero quanto amato da tutti (anche qui si potrebbe aprire un paragrafo psicologico non da poco, e viene in parte in mente l’ironia modello Il grande capo del buon Lars Von Trier). Quattro episodi particoli e auto-conclusivi, di cui fondamentalmente solo uno sembra funzionare a pieno: quello dell’artista che ha una storia con la sua guardia carceraria, che diventerà anche la sua musa, e che farà divertire gli amanti della psicoanalisi. Il resto è una serie di Boh e di mah, di sotto-trame di cui non si riesce a cogliere il senso, di riferimenti politici alle proteste sessantottine (?) che passano come una sequenza banalizzante di meri stereotipi hippie / peace & love (o peggio ancora, usando un termine terrificante in alcuni contesti quanto azzeccato in altri, radical chic), di una proiezione in cui anche allontanandoti per qualche minuto e riprendendo la visione cambia quasi nulla, in cui certamente si ride di riflesso ma non si capisce esattamente cosa si sta guardando. E a quel punto fondamentalmente quasi ti vergogni ad esprimere il tuo dissenso, perché non riesci davvero a seguire, distratto dalle indiscusse doti registiche di Anderson che sembrano rivelarsi quasi un’arma a doppio taglio. La vera domanda è come è possibile, alla fine, che si sia fatto un film del genere virato su una narrazione così collage e così tanti mezzi espressivi in ballo (mi riferisco anche al cast stellare che lo caratterizza), senza riuscire a lasciare in alcun modo il segno.

Come le persone troppo belle per essere vere, come i volantini che sembrano banconote da 100 euro, come tanti film ricercati e di genere che poi risultano del tutto vacui, per quanto sicuramente la forma utilizzata da Anderson non consenta di dire che si tratti (non sia mai) di un film pretenzioso. Perché in fondo il paradosso di fondo consiste forse solo in questo: The French Dispatch resta tecnicamente impeccabile come film, ma strizza troppo l’occhio a cose diverse, rischiando solo di risultare un’accozzaglia di concetti senza apparente logica, nemmeno la logica inconscia di cui parlava Lacan o quella da teatro dell’assurdo dei Monty Python (a cui sembrano ispirate alcune brevissime sequenze ed atteggiamenti dei personaggi). Non è una colpa e non è un peccato da espiare, senza dubbio, ma al tempo stesso è un concetto che rischia di rivoltarsi anche contro certi fan immarcescibili del regista. A poco servono una trama articolata, un umorismo misurato quanto a volte criptico ed un cast corale, in cui puoi vedere Bill Murray vicino a Willem Dafoe e Adrien Brody, Tilda Swinton, Benicio del Toro, se le cose stanno così. Pedine attoriali di una scacchiera che rischia di farti sprofondare nella noia già durante la prima ora di visione.

Finito di girare nel 2019 con un cast di 25 milioni di dollari in Francia, sarebbe inizialmente dovuto essere un musical, idea osteggiata dalla produzione che l’ha resa, alla fine, una commedia semi-sperimentale. Se è vero che non si tratta di una commedia americana per il grande pubblico, resta comunque il dubbio che l’eccessiva raffinatezza dei suoi stilemi abbia semplicemente portato un clamoroso fuori bersaglio, anche perché l’impianto narrativo viene messo in secondo piano e sembra quasi che si tratti di un esercizio stilistico e didascalico da scuola del cinema. Il che non vuol dire ovviamente che il film sia brutto o che non dobbiate vederlo: significa semmai che ha senso in una propria dimensione, all’interno di una “bolla di concetto” fatta probabilmente da chi sia in grado di coglierne gli innumerevoli riferimenti, e posso trovare divertente un film a episodi dedicati al mondo del giornalismo, come lo stesso regista ha presentato The French Dispatch a suo tempo.

Non ho dubbi sul fatto che i fan apprezzeranno lo stesso – dove i fan sono specificatamente quelli del regista, in grado comunque di proporre un’estetica pulita e originale quanto (sia pur a singhiozzo) autenticamente divertente. Per quanto l’abbia trovato un po’ troppo didascalico in alcuni passaggi, del resto, si tratta di una considerazione soggettiva, così come la presenza di non sequitur che andavano forse resi in modo più coerente.


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