Speciale: film sulle video-chat

Speciale: film sulle video-chat

Cosa c’è di meglio di una sana carrellata di film incentrati, in tutto o in parte, sulle videochat che ormai tutti facciamo in questi giorni? Sono davvero tanti gli horror che hanno mostrato le nuove tecnologie comunicative e gli abusi (o le dipendenze) che ne possono derivare: da qui, partendo da un’analisi critica delle tecnologie stesse, si possono concepire ottime trame per un horror. Ed è per questo che ne parlo – ovviamente il rischio è anche quello di degenerare nella paranoia e nel complottismo spicciolo: ed il genere, in questo, non sempre è abile a distinguere il vero dal falso. Tanto più che ci sono varie sfumature di reale: quello che è sicuro è che l’argomento andrebbe approfondito, per cui lo faremo magari in altra sede e ci dedicheremo, invece, a parlare del sotto-genere degli horror ambientati (almeno in parte) dentro una chat o una video-chat.

2001 Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)

Nel capolavoro di Kubrick 2001 – Odissea nello spazio è possibile vedere una primissima videochiamata in azione, nella sequenza dell’astronauta che comunica con la famiglia che tutti ricordano. All’epoca doveva essere davvero azzardata ed avvenieristica come previsione, ma in effetti (grazie alle connessioni satellitari) tutto questo è praticamente reale e si può fare davvero.

Non è un horror, ovviamente, per quanto ne erediti determinate suggestioni – soprattutto la scena del monolite e la stranezza di vedere un film del 1968 avere questa disinvoltura assoluta con quella tecnologia.

Tutto il resto che vedremo, se vogliamo, nasce anche un po’ da qui.

Brainscan (J. Flynn, 1994)

Era il 1994 ed usciva Brainscan (J. Flynn, 1994), una piccola perla di orrore ottanta/novantiano, in cui si mostra un nerd di quartiere (ovviamente perseguitato dai bulli) alle prese con un videogame di realtà virtuale in cui impersona un killer. Una realtà fin troppo realistica, in effetti, con la quale comunica parlando con una sorta di bot, a cui scrive mediante tastiera, e che gli permette di accedere a quel “mondo”. Un mondo che creerà dipendenza e lo spingerà a rivedere le proprie priorità ed il modo stesso di rapportarsi alla tecnologia.

Siamo ancora nel 1994, e se non sono profezie ci si avvicinano parecchio.

Il cartaio (D. Argento, 2004)

In principio, potremmo dire, fu Il cartaio di Dario Argento uno dei primi horror/thriller a mostrare “ufficialmente” una videochat attraverso la quale il serial killer si prendeva gioco delle proprie vittime. Tale villain, infatti, lanciava una sorta di sfida alla polizia mediante il web, mediante una sorta di videogame interattivo in cui mostrava le torture alle sue vittime su un piccolo schermo, anticipando (se vogliamo) la moda dei film basati sugli snuff (i video amatoriali estremi che mostrano morti autentiche ed omicidi reali, diventati ufficialmente realtà – tra gli altri – con la storia di Luka Magnotta, ad esempio).

Era solo il 2004, e per quanto il film ebbe scarso successo e non venne amato dai fan del regista e dalla critica, bisognerebbe quantomeno riconoscere che fu uno dei primi lavori (se non il primo in assoluto, forse) a concepire gli horror in video-chat che, di lì a breve, avrebbero letteralmente spopolato.

Hard Candy (D. Slade, 2005)

Un anno dopo il controverso lavoro di Argento esce questo lavoro di David Slade. La vittima diventa carnefice, e viceversa: e il mezzo di conoscenza è una chat (testuale, questa volta, ma decisamente ambigua: hard candy è un gergo di internet per indicare i minorenni che vengono adescati in chat). Su questo film si è discusso tantissimo, per via dei contenuti piuttosto pesanti (c’è una storia di pedofilia, alla base) e della sua forma da revenge movie puro, in un’epoca in cui il genere sembrava morto e sepolto negli anni 70. Slade gioca la carta della creatività e della ri-elaborazione del tema, attualizza la tematica della ragazzina adescata da adulti apparentemente più furbi e per certi versi sembrera voler riproporre Avere vent’anni di Fernando Di Leo in chiave moderna e social.

Non è così: Hard Candy (D. Slade, 2005) coglie di sorpresa per la brutalizzazione progressiva dell’intreccio, e lo fa così tanto che qualche spettatore (me incluso) è arrivato a chiedersi se il film non sia una glorificazione giustizialista un po’ troppo di pancia, inutilmente brutale o addirittura priva di criterio. Ancora oggi, se ci ripenso, non riesco a dare con certezza un giudizio definitivo, che all’epoca ho considerato intermedia senza specificare se davvero valga la pena vederlo. Secondo me sì, in ogni caso, ma con riserva: il problema è il formato che ti impone delle domande e pone la questione in termini decisamente poco ortodossi. In genere gli horror che mostrano violenza sono davvero interessanti se, nel mostrare la violenza, fanno prendere le distanze dalla stessa e la contestualizzato grazie a delle spiegazioni nella storia.

Qui succede qualcosa di diverso, secondo me: Slade punta lecitamente l’effetto sorpresa ma, forse, perde un po’ di vista il focus.

Il regista, essenzialmente, ad un certo punto manda in crisi lo spettatore: perchè non fa capire con certezza chi abbia davvero ragione tra i due personaggi, alimentando la pancia di un certo pubblico (per intenderci, la pancia che si esaltava a prescindere nel vedere sullo schermo la polizia incazzata di fantozziana memoria)  salvo poi disseminare dubbi sul finale. Su questo tema, peraltro, mi sembra più apprezzabile un film sottovalutato (uscito un anno prima) come Misterious Skin, che pur essendo molto più esplicito di questo prende una posizione disambigua sul tema, senza retorica e senza scomodare improbabili o riduttive revenge.

Smiley (M.J. Gallagher, 2012)

Ho apprezzato Smiley (M.J. Gallagher, 2012) un po’ più della media forse perchè, detta in modo brutale, è stato uno dei primi film che ho visto a tema videochat horror: altro film che non è certo esente da difetti, ovviamente, e che si poggia un po’ sugli stereotipi da horror classico a cui siamo abituati (e per cui siamo stufi, a volte). Pero’ la cosa interessante è come evolva la storia, soprattutto come finisca per degenerare in un finale sorprendente in cui, senza dire troppo, fantasia e realtà impattano in una maniera magistrale.

Non è recitato proprio al top, e non è il miglior film mai visto di questo tipo, ovviamente, ma merita un occhio.

The Den (Zachary Donohue, 2013)

Una studentessa prepara una tesi sociologica collegandosi col proprio relatore via Skype (visto oggi, sembra la normalità – giusto?), ed usa internet per studiare le persone all’interno delle chat roulette: un fenomeno mai estinto che andava parecchio di moda anni fa, e nella quale era possibile fare incontri casuali con persone di tutto il mondo. La cosa è anzitutto alienante perchè introduce, e se vogliamo ufficializza, il trend del cybersex di cui tanto si parla ancora oggi (Videodrome, per quanto mi riguarda, fu il primo film a teorizzare, coi mezzi dell’epoca, una possibilità del genere), con vari scandali e polemiche assortite (quasi sempre corrette eticamente, quanto formulate con scarsa cognizione di tecnica e di causa). The Den (Zachary Donohue, 2013) verte anche (per quanto non sia l’argomento principale) sulla diffusione indiscriminata di foto e video intimi di ragazze e ragazzi all’interno della rete, e sul turbamento e le problematiche che tale diffusione può comportargli.

Quelle persone sono vittime di un torto di cui, in molti casi, non sanno nemmeno nulla, mentre il cinema potrebbe (ma è solo un’ipotesi, magari una speranza) sensibilizzare le persone al problema della privacy online a cui, forse per sciatteria, disinteresse o superficialità, in pochi tendono a dare il giusto valore. Donohue ci riesce: filma un onesto horror piuttosto originale, che ammicca abbastanza sia al sesso che alla parte più morbosa e voyeuristica della vicenda (forse più del necessario: ma l’horror, si sa, non è un genere per puritani).

Ovviamente quelle circostanze sembrano prestarsi ad una declinazione orrorifica, tant’è che la protagonista scoprirà una serie di omicidi trasmessi in diretta in videochat e, giusto per aggiungere un tocco di orrore realistico, verrà anche registrata di nascosto dalla propria webcam (evidentemente hackerata con una tecnica effettivamente esistente, utilizzata anche dai software di spionaggio resi noti da Snowden e noto come RAT, Remote Access Tool) durante un momento intimo col proprio fidanzato.

Unfriended (L. Gabriadze, 2014)

Unfriended (L. Gabriadze, 2014) è un altro film horror a tema video-chat, e questa volta è interamente ambientato dentro i computer dei protagonisti. Resto dell’idea che possa essere uno dei migliori mockumentary digitali recenti mai girati, per quanto l’idea di fare un horror tutto, senza eccezioni, dentro una chat mi avrebbe fatto inorridire solo al pensiero, almeno fino a qualche anno fa (con rispetto parlando, è roba più da Youtuber che da registi).

Al netto della piccola marchetta al Macbook Air della protagonista (solo per necessità pratica, mi auguro), la rappresentazione di Skype come chat più bucata dagli hacker dell’universo (è solo un film, eh) e l’abuso delle riprese sconnesse modello finto snuff (di fatto è comunque un mockumentary, un falso documentario, che è un genere che a molti, per me inspiegabilmente, non piace a prescindere), anche qui troviamo riferimenti al cybersex, l’invasione della tecnologia nella sfera privata ed un tocco di sovrannaturale che serve, ovviamente, a distinguersi dal resto degli epigoni del genere.

Cam (D. Goldhaber, 2018)

Non citare Cam di Goldhaber, a questo punto, sarebbe stato impossibile: si indaga sul mondo delle camgirl, le ragazze spesso paraculisticamente definite “modelle” (per quanto non si tratti di un fenomeno esclusivamente femminile, per inciso) che mostrano le proprie grazie, ignude e disinibile, su determinati siti, il tutto dietro pagamento di determinati tip (ovvero mancie degli spettatori: viene un po’ in mente la sequenza di Hardcore con la ragazza ed il padre della protagonista separati da un vetro, ovviamente con il vetro che diventa quello degli schermi iperconnessi che ci portiamo pure in tasca, a volte).

Più sono frequenti e numerose le tip, ovviamente, più la modella guadagna visibilità (e soldi) nel sito. È tutto ciò che ossessiona la protagonista, alla fine: Alice ha grande successo come camgirl, si gode i guadagni finchè un giorno succede qualcosa di strano. In una sorta di realtà virtuale parallela, infatti, la sua replica video fatta di pixel sembra aver preso vita propria, si comporta come lei, sfrutta la sua immagine (punto chiave di lettura della trama, ovviamente) e sembra volerna distruggere mediaticamente: l’ha pure esclusa dal sito, impedendole l’accesso allo stesso e scorazzandoci liberamente. La questione diventerà un vero incubo, perchè la costringerà a lottare contro il proprio alter ego cattivo, omaggiando una tradizione cara agli horror più concettuali basati sul tema del doppio, quali Us o Inseparabili (peraltro parodiata splendidamente in piccoli capolavori nostrani quali, ad esempio, Fracchia La belva umana).

La cosa inquietante di Cam (D. Goldhaber, 2018), che non è un film perfetto e si guarda bene dall’esserlo, è la sua (rara, per un film del genere) plausibilità tecnologica: l’intelligenza artificiale di oggi si alimenta sull’analisi algoritmica di “campioni di realtà” e, per questo motivo, essa potrebbe effettivamente dall’esterno un comportamento, un dato, un’immagine in movimento allo scopo di riprodurla in autonomia ed “imitarla” nel lungo periodo.

Se qualcuno disponesse di abbastanza fotogrammi di un certo video di una persona, insomma, potrebbe sfruttarli per riprodurne video falsificati di ogni genere – a scopo ludico, artistico ma anche, purtroppo, un po’ meno etico (girano vari video falsificati, di genere hardcore, riprodotti con le fattezze di attori ed attrici non del settore porno). I deepfake, del resto, sono una realtà che tutti conoscono.

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