The ABCs of death (AA. VV., 2012)

In breve. Opera magna dell’horror con la Morte come tema comune, ambiziosa per non dire peggio (pretenziosa): 26 episodi di 27 (!) registi diversi in tutto. Il risultato non poteva che essere disomogeneo: alti e bassi, stili diversissimi tra loro, accostamenti folli, gusto di shockare molte volte fine a se stesso ed “alzate di sopracciglia” indotte nello spettatore ogni minuto e mezzo circa. Dedicato agli amanti dell’horror, e a nessun altro.

ABCs of Death è un’antologia horror con 26 corti in tutto, diretto da 27 registi di 15 paesi diversi: il risultato è decisamente contraddittorio. Se è vero che ci sono almeno sei o sette episodi sopra le righe, parecchio dei contenuti del film appare sconnesso e piuttosto autoreferenziale: inevitabile, se decidi di frammentare il budget tra i vari registi dando loro massima libertà espressiva, a patto di mantenere la narrazione legata alla morte. Inutile dire che non tutti lo hanno fatto, con i risultati che si possono facilmente immaginare.

Tra i fatti curiosi legati al film, un’insegnante statunitense (Sheila Kearns) è stata condannata nel 2013 per aver mostrato questo film durante una lezione, in quanto “materiale osceno”, e in seguito alla denuncia di una studentessa shockata dalla visione (e molti ragazzi lo trovarono disturbing). Secondo la linea sostenuta dalla difesa, del resto, l’errore sarebbe stato involontario poichè l’insegnante non aveva visionato il film prima di proporlo in classe.

L’analisi di questa singolarissima produzione è già presente su exxagon (e vi suggerisco di leggerla), qui l’idea è quella di aggiungere qualcosina anche perchè, più che altro, ho rilevato elementi interessanti che in pochi hanno notato. Gli episodi per me più validi sono sottolineati. A fine di ogni micro-recensione, ho inserito un film “di riferimento” perchè possiate vedere solo quello che vi interessa, in caso.

A – Apocalypse (Nacho Vigalondo). Considerato uno dei migliori della serie, ha a mio parere – semplicemente – la fortuna di capitare con la lettera A: un po’ scontato, abbastanza gratuito e poco verosimile, si capisce peraltro poco di ciò che accade “lì fuori”. Ma basta leggere il titolo per esserne sicuri. Una sorta di riassunto veloce ed approssimativo di un film alla The Divide, appena accettabile.

B – Bigfoot (Adrian Garcia Bogliano). Slasher horror di vecchia scuola, con protagonisti una coppia dalle impellenti necessità di fare sesso, una bambina rompiscatole ed un misterioso netturbino. Il finale sembra ricalcare un po’ troppo il già visto, ma sono le regole del genere, francamente difficili da stravolgere. Divertente, se apprezzate Venerdì 13 e compagnia: altrimenti Alejandra Urdiaín rischia di rimanere più impressa di tutto il resto..

C – Cycle (Ernest Diaz Espinoza). Inizia come un thriller, ma poi verte sui paradossi spazio-temporali: si tratta di un discreto corto con una buona dose di horror. Molti dettagli restano inspiegabili e, forse, va bene così: da prendere per quello che è, nella sua delirante originalità  e nel suo far vanto dell’inspiegato. Per gli amanti di film alla Vacancy.

D – Dogfight (Marcel Sarmiento). Combattimento clandestino tra un uomo ed un cane (molto probabilmente, il suo!), quasi certamente come condizione per poterselo riprendere. Impressionante e suggestiva la sequenza della lotta uomo-animale, interamente in slow-motion (possibile tributo alle scene di azione di Thriller – en grym film): ottimo corto, uno dei migliori presentati, tra i più “tarantiniani”.

E – Exterminate (Angela Bettis). Episodio in puro stile Creepshow e “Ai confini della realtà”, probabilmente è uno dei momenti più incisivi e puramente horror dell’antologia: un ragno va a fare visita ad un uomo single, nascondendosi nel modo più impensato. Ottimo equilibrio tra tensione ed interpretazione, anche se la storia non è nemmeno originalissima.

F – Fart (Noboru Iguchi). Dal regista di Machine-Girl (2008) uno dei titoli più deliranti e massacrati in assoluto: come in Kentut, si incentra sul peto (sic) e – in questo caso – ne trae spunto per creare un’assurda parodia trash presubilmente anti film intellettuali. L’idea sarebbe anche divertente, se non fosse che il linguaggio di Iguchi risulterà semplicistico (per non dire infantile) ai più: nella classifica dei film più scomposti di sempre. Impossibile anche solo da raccontare senza essere presi per folli. E, per favore, non si parli di horror in questa sede, anche perchè il tema della morte è più forzoso che non si può. Impossibile paragonarlo a qualsiasi altro film.

G – Gravity (Andrew Traucki). Ingiustamente considerato tra gli episodi più scadenti, è la prova di come vedere un film sia un qualcosa di facile da sottovalutare. Certo, la regia qualche demerito ce l’ha, soprattutto nella scelta di come effettuare le riprese, e nel fatto di non essersi soffermato più del dovuto su dettagli importanti (cosa carica nello zaino il surfista, è il vero punto). Se nei primo dieci secondi vi distraete, in altri termini, perderete il senso del seguito, ancor più perchè il corto è girato interamente in soggettiva (POV). Anche se non impazzite per questa variante, l’effetto “mal di mare” non farà in tempo ad arrivare. Nel suo insieme (narrativamente parlando) non è male, anche se viene voglia di rivalutare i gonzo (i porno POV) dopo averlo visto, e soprattutto chiedersi come si possa pensare di girare un corto senza mostrare un viso nè far dire una parola…

H – Hydro-Electric Diffusion (Thomas Cappelen Melling). Il corto più fantasioso e – se vogliamo – “artistico” della serie, che riprende un’ambientazione da seconda guerra mondiale e gioca sulla contrapposizione tra un aviatore (probabilmente americano) ed una starlette di avanspettacolo (che si rivelerà una nazista in incognito). Particolarità del tutto, gli attori sono vestiti da animali antropomorfi (un cane ed una volpina), con uno stile furry fandom, mentre il tono è quello scanzonato dei comics con qualche concessione slapstick. Ridotto a film, Le nove vite di Fritz il gatto  sarebbe stato pressappoco così, tanto per capirci. Un plauso al regista per aver ricevuto un tema così ingrato (il titolo significa “circolazione idro-elettrica“, un po’ come commissionare un horror sui composti chimici o sui modelli probabilistici) ed averlo saputo gestire in modo così originale.

I – Ingrown (Jorge Michel Grau). Soffre un po’ dello stesso difetto del primo: è poco chiaro dal punto di vista narrativo, ma sembra leggermente superiore come qualità, nonostante riprenda l’abusato stereotipo del killer di donne. Nella media, si dimentica in poco tempo, ed il suo messaggio non è da poco.

J – Jidai-gechi (Yudai Yamaguchi, “film di samurai”). Quello di Yamaguchi è il piccolo capolavoro di “The ABCs Of Death”, capace di trattare il tema della morte senza eccedere nelle stupidate di Fart e nel “non mostrare nulla” di Gravity. Rappresenta un seppuku in chiave grottesca senza essere scioccamente parodistico: la Morte si pone davanti ad un personaggio e, liberandosi dell’aria seriosa che da sempre la accompagna, ci fa letteralmente le boccacce (con effetti splatter degni di Society). Pochi istanti, ed è tutto finito: dulcis in fundo, la citazione del finale di Profondo rosso. Uno dei corti che vale davvero la pena vedere, tra quelli che preferisco.

K – Klutz (Anders Morgenthaler). Cartone animato ambientato interamente in un bagno: una donna si trova a lottare contro una singolare “entità” fuoriuscita dal water. Il finale è un delirio, ed il corto è tutto sommato divertente.

L – Libido (Timo Tjahjanto). Episodio decisamente crudo (un contest di masturbazione – sic – declinato nel modo più malato possibile), e piuttosto sulla falsariga di film come Gorotesque, a cui il regista sembra essersi ispirato a piene mani. Se già i dubbi fioccavano su quello, figuriamoci qui: a poco vale il tentativo di creare un contesto (le mascherine grottesche dei soliti “ricchi e perversi”, che evidentemente finanziano lo show): quello che resta dal punto di vista narrativo è uno splatterone come tanti, senza troppe pretese.

M – Misscarriage (Ti West). Episodio di neanche un minuto, dello stessa regista dell’interessante House of the devil: qui sembra voler svolgere il “compitino” nel modo più sbrigativo possibile. Questo potrebbe dare fastidio già di suo (sembra un po’ una sbruffonata, ma da West una cosa del genere è forse accettabile): il concept di fondo è tremendo, e l’ultima inquadratura davvero spaventosa. Dimostra che l’idea, nell’horror, è spesso l’unica cosa che conta a reggere in piedi l’impalcatura: non un capolavoro, ovviamente, al massimo un saggio sperimentale, ma molto meglio di vari emuli più lunghi, pretenziosi e diluiti.

N – Nuptials (Banjong Pisanthanakun). Inizia come una commedia sentimentale, arriva il colpo di scena (neanche malaccio, per la verità), ma il sangue finale e l’horror c’entrano come i cavoli a merenda. Per me non ci sta in un’antologia del genere, nonostante sia difficile non riconoscerne i meriti: da far vedere alla classica “ragazza al primo appuntamento” senza “sputtanarsi” con Fart.

O – Orgasm (Helene Cattet e Bruno Forzani). Molto suggestivo dal punto di vista visivo, a mio avviso poco chiaro sul piano narrativo: rischia di lasciare lo spettatore semplicemente confuso, e questo – nell’horror – non è quasi mai un bene. La sequenza è certo singolare e ben girata, ma ad un certo punto si perde in virtuosismi che – a mio avviso – risultano troppo poco focalizzati. Se amate Lynch, probabilmente apprezzerete (ma neanche tutti, credo).

P – Pressure (Simon Rumley). Girare un corto dal titolo “Pressione” in questi termini – con un’unica, spiazzante sequenza che spiega il senso della stessa – è davvero geniale. Come nel caso di Gravity, è necessario connettere il dettaglio del titolo e legarlo a ciò che la madre sarà disposta a fare per comprare la bici alla figlia: senza questo, il rischio è quello di trascorrere una visione smarrendo per strada il senso dell’opera. Cosa saremmo disposti a fare per i nostri cari? Il finto retroscena su cui si basano i presupposti è un po’ da furbastri – serve solo a mantenere viva l’attenzione – ma l’effetto finale arriva ed è questo che conta.

Q – Quack (Adam Wingard). Wingard (You’re next) e Barrett (rispettivamente regista e sceneggiatore) iniziano il proprio corto, in maniera caotica, mostrando una donna seminuda che urla (sic) davanti allo schermo verde del chroma key. Ovviamente tutti sotto l’effetto di cocaina: girato come un falso documentario, Quacl è uno degli episodi più originali dell’antologia. Tormentati dal non avere idea di cosa filmare con la Q – effettivamente una lettera disgraziata – ed approfittandone per omaggiare (o sfottere simpaticamente) qualche collega, i due arrivano alla conclusione di filmare la morte di un’anatra. La morte di animali veri, oltre ad essere accennata nell’episodio precedente, è alla base delle controversie di film come Cannibal Holocaust, per cui è chiaro l’intento grottesco-parodistico. Lo scambio di battute “non deve soffrire tanto! Vero, è arte, non è uno snuff!” rivela infine la natura del lavoro: mostrare gli stereotipi sugli addetti ai lavori dell’horror, dipinti come una massa di maniaci sessuali e drogati, soprattutto con nessuna competenza in fatto di arte. La tragicomica conclusione è degna di un episodio di South Park, da cui Quack eredita in gran parte lo stile graffiante.

R – Removed (Srdjan Spasojevic). Uno dei più brutali della serie: un ospedale pratica rimozioni chirurgiche di pezzi di pelle su una cavia umana, i quali diventano – immersi in soluzione – pezzi di pellicola. La metafora è chiara, ancor più per chi conosce A serbian film, e quando vediamo quest’ultimo che riesce a fuggire, fino ad arrivare a spingere un treno con le proprie forze (immagine un po’ criptica, che a me ha suggerito L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat: emblema del cinema?). Il paziente, alter ego del regista, o comunque immagine di un “fenomeno da baraccone” suo malgrado come potrebbe esserlo Elephant Man, sembra suggerire più un trailer che un corto vero e proprio: a parte questo, è girato splendidamente, e da’ una certa soddisfazione.

S – Speed (Jake West). Ha il pregio di essere uno dei pochi corti dalla forma realmente compiuta, carico di un simbolismo più chiaro della media, e girato con due stili diversissimi tra loro. Cita apertamente i road movie classici, per poi catapultarci nella dimensione successiva. Questo, se servisse dirlo, gioca solo a suo favore: nel contesto di un’antologia “spezzatino” come questa, rischia di farsi apprezzare poco.

T – Toilet (Lee Hardcastle). Spassosissimo cortometraggio realizzato in claymation (animazione di pupazzi di plastilina in passo uno), caratterizzato da macabro humor nero che evoca sia il precedente Bigfoot che il cartone Klutz. Anche qui, si tratta di un water che nasconde delle macabre sorprese: questo corto ha vinto il contest indetto per scegliere il 26° regista da mettere in lista.

U – Unearthed (Ben Wheatley). Mancava all’appello un episodio sui vampiri, ed è la volta di questo corto di Wheatley: come già in Gravity, si opta per il POV dal punto di vista di un non-morto. L’idea sarebbe stata più accattivante, in effetti, se solo fossero stati inseriti più elementi nella storia, che invece è possibile riassumere in una singola frase. Non male, ma troppo stringato per lasciare qualcosa di concreto allo spettatore.

V – Vagitus (Kaare Andrews). Incursione nel post apocalittico che tende a lasciare il tempo che trova, anche perchè riprende temi già visti / sentiti troppe volte. Visivamente sarebbe quasi pari ad un Terminator modernizzato, ma scorre troppo velocemente perchè si riesca ad apprezzarlo appieno. L’esasperazione da parte di un governo futuro per il controllo delle nascite, in breve, e le sue brutali conseguenze sono filtrate dagli occhi di un’agente donna: questo è quanto. Predilige la forma horror su quella sci-fi, ma alla fine – anche qui – non rimane granchè della visione.

W – What The Fuck (Jon Schnepp). Delirio art film coloratissimo e psichedelico, in cui il regista, sulla falsariga di Quack, realizza un falso documentario sulla realizzazione del proprio corto animato. Mentre sta passando in rassegna una lista di parole con la W, arriva in TV la notizia di scie chimiche colorate (sic) e clown zombi (sic) che starebbero divorando la popolazione. Il resto è una sequenza di parole ed immagini splatter quasi del tutto prive di senso logico. Viene anche citata una sorta di profezia che si autoavvera, cioè il fenomeno secondo il quale un evento scaturisce dalle azioni che avrebbero voluto evitarlo, ma capire cosa c’entri è davvero arduo.

X – XXL (Xavier Gens). Anche il regista francese del succitato The Divide ha avuto la propria parte in questa interminabile sequenza di horror. La protagonista, tormentata da chiunque le passi vicino per via del proprio peso, divora nervosamente qualsiasi cosa trovi in frigo, per poi passare ad un “metodo” artigianale per togliere il grasso di troppo. Horror organico ed autolesionista come solo il regista di Frontiers avrebbe potuto: fa riflettere, nonostante il disgusto delle sequenze.

Y – Youngbuck (Jason Eisener). Girato come un videoclip, dal quale eredita la durata misera, è un film decisamente essenziale incentrato su un bidello pedofilo. Con qualche minuto extra sarebbe stato un revenge movie all’altezza, messa così è molto meno significativo.

Z – Zetsumetsu (Yoshihiro Nishimura). Altro agglomerato un po’ casuale di citazioni, corpi nudi a casaccio, naziploitation, amore saffico (?), il dottor Stranamore di Kubrickiana memoria (sic) e tanto, troppo altro. Forse sulla falsariga di film come Tokio Gore Police, a mio parere con varie debolezze di fondo a livello narrativo: lascia il tempo che trova, ma resta un ottimo esercizio di stile e conclude degnamente l’antologia.