Buried – Sepolto: un film vietato ai claustrofobici

Paul Conroy, da qualche parte in Iraq, si risveglia all’interno di una cassa di legno ben chiusa: dopo il panico iniziale avverte un cellulare squillare e non fa in tempo a rispondere…

In breve. Un film dall’intreccio hitchockiano – Nodo alla gola e Prigionieri dell’oceano sono le due dichiarate ispirazioni del regista (ma andrebbe forse citato anche Kill Bill Vol. 2) – che rischia di far sollevare qualche sopracciglio: un solo personaggio visibile, una bara, telefonate che raccontano l’intreccio e poco altro. La forma finisce per soffocare la sostanza, ed il risultato – schiavo di una logica che cerca l’emozione ad ogni costo – non è in definitiva esaltante.

Per qualche strana ragione una battuta fa ridere di più la prima volta, ed esponenzialmente meno le successive che la ascoltiamo: non che questa pellicola sia pensata per l’allegria dello spettatore, tutt’altro, ma il concetto non cambia, e si applica all’idea di claustrofobia di Buried. Esasperando il senso di soffocamento di Cube – che, a confronto, sembrerà ambientato su colline in fiore – questo film dello spagnolo Cortès parte da uno schema narrativo poco utilizzato, preso in prestito da “Il pozzo e il pendolo” di Poe (ma anche da “La sepoltura prematura“). In tutto questo esaspera l’idea di fondo, ripetendola inverosimilmente ed arricchendola di dettagli lacrimosi: in altre parole, questo procedimento disinnesca l’idea stessa. Resta vero che Cortès ci accompagna all’interno di un incubo davvero singolare, molto coraggioso in termini di concepimento: un uomo, non un militare invincibile, rinchiuso in una bara che tenta disperatamente di comunicare col mondo esterno, ricevendo minacce da quello che sembra il suo sequestratore. Buried somiglia molto ad un lunghissimo dramma pseudo-radiofonico nel quale, specie nella prima parte, viene lasciato troppo alla contemplazione passiva di quel poco che vediamo succedere. Le strane progressioni dell’altrettanto claustrofobico ed oscuro Haze cedono il passo ad una spiegazione della prigionìa molto chiara, quasi a voler sembrare simbolo dell’uomo occidentale sepolto in casa, contro la sua volontà, da una minaccia terroristica su cui sa poco o nulla. Il mix di questo elemento con il voler propinare ostinatamente la sfera affettiva dell’uomo, riducendo l’elemento di tensione ad un piccolo accessorio (e rendendo il finale straziante piuttosto “telefonato”), rende quello che sembra un thriller debitore di Fulci un lavoro drammatizzato all’inverosimile con qualche elemento di tensione.

Del resto “Buried” si protrae per un’ora e mezza davvero interminabile, ed è – salvo alcune sequenze tanto fuori dalle righe quanto implausibili, ovvero quel genere di cose che ti ricordano che “è solo un film” – un’autentico “delitto” visivo, per quanto programmaticamente ambizioso. Vincolare lo spazio narrativo ad una bara sembra più un esercizio di stile per aspiranti sceneggiatori che un vero e proprio film: probabilmente Cortès avrebbe voluto rivoluzionare l’idea stessa di storia, abolendo stereotipi e personaggi abusati. Il tentativo pero’, a dirla onestamente, rischia di assomigliare al caso di un ipotetico calciatore che ostenti  un metodo infallibile per non fare brutte figure: non scendere in campo. Buried , per quanto abbia qualche trovata discreta (ma clamorosamente narcotizzante per la sua credibilità) da’ l’impressione di voler dare tutto rischiando poco, e giocando spudoratamente sull’aspetto commovente della storia (i familiari delle vittime, ma anche il licenziamento via telefono che ho trovato inconcepibile nel senso peggiore del termine).

Racchiudere un film in uno spazio limitato è un’idea certamente valida, peraltro sfruttata con successo per esaltare poeticamente la caducità della vita e degli affetti (si pensi a L’invenzione di Morel): in questo caso sembra più un gioco interminabile fine a se stesso. Ciò vale in misura ancora più esasperata per un thriller, genere che vive da sempre su artifici visuali e concettuali qui inapplicabili, e che poteva secondo me funzionare meglio come corto o mediometraggio. Buried procede inesorabile e monocorde, irrigidisce lo schema narrativo e si presenta, spietatamente, per quello che è: un lavoro pretenzioso e poco stimolante. Un film che a conti fatti rischia di stancare già dopo mezz’ora, mentre le carte sono in tavola, è sciolta ogni ambiguità, ci si affida ad espedienti grossolani per intrattenere (le segreterìe beffarde, le parenti nevrasteniche, gli operatori che rispondono male, gli ostaggi, le discussioni romantiche) e lo spettatore attende, genuflesso, che la pellicola finisca. Nel vedere il povero protagonista dannarsi l’anima nella bara di legno, illuminato dal display di un cellulare o, nella migliore delle ipotesi, da un accendino o una pila, si sorride (!) nel pensare che registi e sceneggiatori validissimi siano stati martoriati per aver osato molto di più, e viene quasi nostalgia della pochezza ostentata di progetti “commerciali” come The Blair Witch Project. Così, a suo modo, il quadro diventa chiaro: Buried si relega, per precisa scelta, ad una nicchia di spettatori a cui piacerà incondizionatamente, a riprova dell’ennesimo de gustibus. Vivo comunque nella speranza che, in qualche ipotetico mondo parallelo, al buon Edgar Allan Poe non sia preso un colpo nell’aver visto il film…

Haze: quasi la versione personalizzata di Cube, by S. Tsukamoto)

Mediometraggio del visionario regista nipponico: claustrofobico e bizzarro, puo’ essere utile per avvicinarsi allo stile del regista che qui “dimentica” parzialmente il cyberpunk per concentrarsi sulle logiche di sopravvivenza.

In breve: se pensate che Cube sia troppo banale, avete trovato pane per i vostri denti. Per voi, e per pochi altri.

Un uomo si risveglia all’interno di un luogo buio senza ricordare nulla della sua vita passata, e senza avere alcuna idea di che razza di posto possa essere: è al buio, con un soffitto spiovente praticamente sotto il naso, senza uscita. Una bara gigantesca di cemento nella quale è difficile, se non impossibile, riuscire a venire fuori. Il motivo per cui l’uomo è stato rinchiuso lì non è dato conoscerlo: forse un maniaco lo ha rinchiuso lì dentro, forse è scoppiata una guerra ed è stato fatto prigioniero, forse è solo una metafora delle metropoli giapponesi, alienanti e soffocanti (un’immagine molto cara al regista).

Il labirinto è una visione pessimistica dell’esistenza, nel quale il protagonista tenta una fuga prima strisciando lungo un tubo con i denti (memorial delle scene iniziali di Tetsuo, evidentemente), poi seguendo i vari cunicoli che lo porteranno a vedere altri uomini imprigionati nell’orrido luogo, come lui quasi completamente nudi e, quel che è peggio, orrendamente massacrati non appena proveranno a fuggire. L’incontro con una donna gli cambierà l’esistenza, e lo convincerà che è necessario provare ancora una volta, nuotando nell’acqua…

Prendendo in prestito qualcosina da “The cube“, e facendo massacrare un po’ di comparse in stile “Saw – L’enigmista“, Tsukamoto confeziona un discreto mediometraggio, che fa urlare al miracolo solo se si è avvezzi al genere, e farà esprimere imprecazioni in tutti gli altri casi. Con il suo consueto stile rapido, violento e così poco “occidentale”, il regista disorienta, mostra spezzoni di sequenze rapidissime quasi fosse un video musicale dell’orrore, e fa capire poco o nulla della trama per circa metà del film (soli 45 minuti in tutto). Il rischio che il tutto venga etichettato come inutile sperimentalismo c’è ed è molto forte, ma Tsukamoto è questo, ed è pure abbastanza difficile, se non impossibile, non accettare la sua visione delle cose.

L’unico barlume di razionalismo nella vicenda sembra derivare, solo nel finale, dalla storia tra l’uomo (interpretato dal regista stesso) e la donna, unico reale barlume di realismo per dare un senso concreto alla storia, in grado di soddisfare i soliti razionalisti vogliosi della fantomatica spiegazione logica a tutta la storia. L’amnesia sembra essere dovuta al trauma, ma questa interpretazione lascia parecchi punti di dubbio ugualmente – e va bene così. Come nel Lynch più surrealista, per Tsukamoto le sensazioni suscitate contano molto, molto di più della trama.

Speciale: il cinema del complotto

Il cinema, da sempre, al di là della sua innata funzione di intrattenimento, ci aiuta a leggere la realtà? Se tutti adesso vedono e rivedono Contagion di Soderberg, per intenderci, non è che siano improvvisamente diventati cinefili: c’è paura, tanta, è normalissimo che ci sia – ed un film come quello aiuta ad esorcizzare. Le piattaforme di streaming come Netflix stanno riducendo la qualità dei video, in alcuni casi, per limitare l’uso della banda, data la richiesta surreale che sta arrivando: se ci pensiamo, solo in Italia, 6 milioni di persone a casa, un bacino d’utenza fresco (credo) praticamente inedito per l’Italia.

Tutti in casa belli e connessi, insomma – o quasi, tranne qualcuno che (suo malgrado) dice di non “credere” al virus: le teorie del complotto hanno iniziato a diffondersi anche in Italia, il virus secondo loro è stato creato apposta, addirittura non esisterebbe. Eppure le immagini dei mezzi militari a Bergamo che portavano via le vittime del virus dovrebbero averle viste tutti: e allora come si può arrivare a questo – nonostante una realtà come questa, evidente, tangibile, che ci costringe a rimanere tappati in casa il più possibile? Evidentemente un virus cattivo, difficile o impossibile da curare ed evoluto in modo naturale – come sembrerebbe essere il coronavirus – è molto, molto più spaventoso di uno creato in laboratorio ad hoc (quando, a mio parere, dovrebbe essere il contrario).

Ne abbiamo sentite di fandonie e assurdità, in questi anni: il surriscaldamento globale che non esiste, o che è stato inventato dai climatologi per tutelare il proprio lavoro. L’evoluzione darwiniana, che sarebbe secondo alcuni “solo una teoria“. Le vaccinazioni che causerebbero l’autismo. Queste sono tutte, evidentemente, assurdità a cui nessuno dovrebbe credere: ma nel clima di ricerca di soluzioni facili, sbrigative, perchè in fondo abbiamo di meglio a cui pensare (arroganza pura di alcuni, purtroppo), perchè a qualcuno le disposizioni governative fanno un baffo, . Ma il problema sono anche i media, ai quali sembra interessare solo il body-count, la conta spietata delle vittime, il click-bait che manco nei siti di bufale ed il portare lettori sul proprio sito a qualsiasi costo, magari perchè pagano (poco, s’intende) gli stipendi ai propri giornalisti ad impressions.

Un clima folle, esasperato e crudele che in parte George Romero e Brian Yuzna avevano quasi profetizzato negli anni scorsi; e con loro, ovviamente, molti altri registi di tutto il mondo.

Il paradigma di negazione della realtà alla ricerca di una spiegazione alternativa, se possibile condizionata dal Governo, laboratori segreti e da “quello che non ci dicono“, se storicamente non sarebbe nemmeno impossibile (complotti ce ne sono stati nella storia, ma meno frequentemente di quello che si pensa) è diffuso nella sua forma più cruda come negazionismo (denialism) ed è ben noto nella psicologia del comportamento umano. Dopo questo virus gli psicologi mondiali, per inciso, avranno un bel da fare con tutti noi.

Negare la scienza, dicevamo, negare le realtà ufficiali fa sentire appagati e (forse) più tranquilli: ed è determinato anzitutto dal clima di confusione imperante, e non solo. Dipende anche da realtà che spesso diventano troppo brutali da accettare. Molti non riuscirono ad accettare che gli attentati dell’11 settembre fossero stati organizzati contro la nazione più potente al mondo, e quindi ripiegarono (e ripiegano ancora oggi!) su spiegazioni “alternative”, anche se improbabili o completamente inventate. Si nega l’olocausto, si nega l’AIDS, il cambiamento climatico: tutto, pur di adattare la realtà al proprio standard di vita. Un’ottica egoista e miope, che trova purtroppo tanto consenso, ad esempio, negli ambienti più conservatori e chiusi, ma in alcuni casi addirittura in quelli più radicali e progressisti. Chi nega il coronavirus, probabilmente, non riesce proprio ad accettare che possa costringerci alla quarantena.

Esiste una sterminata filmografia di cinema complottista o para-complottista, che non per forza ha a che fare con la malattia in senso pandemico: un esempio è Shutter Island di M. Scorsese, in cui il protagonista si inventa una realtà alternativa in cui vivere pur di non ammettere di aver fallito. Anche film meno noti al grande pubblico come Cube o Pathos, ad esempio, ricalcano le paure di chi crede di avere tutto contro: un mondo ostile, cupo ed in cui le trappole sono architettate ad arte – non si sa bene per quale motivo, da chi e cui prodest.

Citerei anche Society di Yuzna, peraltro, perchè è l’espressione più lampante di un atteggiamento molto diffuso anche in Italia: se sei di status sociale elevato ti senti comunque superiore alla massa, non attaccabile da alcun virus. A proposito di contagio, anche film come The Gerber Syndrome: il contagio, Pontypool, Crimes of the future, La città verrà distrutta all’alba, Apocalypse Domani, e direi anche l’inquietantissimo Rabid – Sete di sangue rientrano secondo me a pieno diritto negli horror incentrati sulla diffusione di pandemie, malattie sconosciute e germi misteriosi e sfiguranti. In un’ottica travisata dai più, peraltro, anche Essi vivono di John Carpenter (regista rigidamente materialista, peraltro) è molto noto nell’ambiente complottista.

Ci sono molti altri film e documentari, di cui non ho mai volutamente parlato su questo blog, che mantengono la stessa falsariga e la estremizzano: ci raccontano che la realtà è manipolabile, distorta, e cercano di convincerci (a differenza dei titoli citati) che le cose stiano proprio come dicono loro. In questi giorni siamo di fronte ad un evento di portata mondiale che avrebbe fatto rabbrividire anche George Romero e Lucio Fulci, che a più riprese immaginarono l’apocalisse dovuta ai morti viventi (per via di esperimenti incontrollati, abusi ambientali, cause ignote e naturalmente diffusione di epidemie).

In definitiva: sono un umile recensore di un piccolo, quasi insignificante sito di cinema. Non uso i social per diffondere biecamente articoli del genere, basandomi sul clickbait: li scrivo e basta. Non sono nessuno, non sono un virologo, non sono un complottista. Dico solo che certi film andrebbero rivisti, per avere la conferma che gli artisti, i registi, gli sceneggiatori sono spesso profetici, e se non lo sono hanno le antenne – quantomeno. Se ogni persona è tentata, anche la più razionale, a pensare ad un complotto, ricordiamoci del rasoio di Occam: la spiegazione più semplice è spesso quella giusta. E noi, in fondo, siamo soggetti ai virus in quanto, semplicemente, siamo parte della natura.

Solo che, purtroppo, molti di noi – tra un selfie ed un aperitivo – se lo sono dimenticato.

Photo by Josh Hild on Unsplash
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