A classic horror story: il terrore firmato De Feo / Strippoli

Intrappolati in una foresta in cui si ritrovano senza sapere perchè (un po’ come ne L’angelo sterminatore), un gruppo di personaggi lotta per la sopravvivenza, in un clima di cospetto, sospetto, rispetto, folklore e claustrofobia.

In breve. Horror meritevole e compatto, che propone un singolare mashup tra due sotto-generi molto diversi tra loro. La dinamica è quella classica dello slasher movie, con qualche colpo di scena davvero considerevole. Consigliato.

A classic horror story è un cupissimo thriller a tinte horror, che presenta una storia ambientata ai tempi moderni fondata sulle tematiche tipiche del sottogenere psicologico: attribuzione del senso di colpa, sfiducia verso il prossimo, paranoia, spirito di sopravvivenza. Se in molti casi questo genere di film riserva sorprese relative (o nessuna sorpresa, in alcuni casi), ciò che riserva la classica storia dell’orrore è un delirio di visionarietà, tratti grotteschi e twist narrativi.

Ogni appassionato di horror del resto dovrebbe ricordare The nest di De Feo, una perla di qualche anno fa (che in parte richiama questo lavoro) e che evocava i classici di Mario Bava e George Romero, giocando su un contesto impegnato quanto, a ben vedere, impegnativo. Se da un lato A Classic Horror Story è un film horror italiano (gaudio e tripudio) del 2021, scritto da De Feo, Strippoli, Besana, Bellini e Tissone, diretto dai primi due e interpretato dall’indimenticabile Matilda Lutz di Revenge, dall’altro è il classico film che diventa difficile da giudicare senza inquadrarne il contesto.

Il tema dell’aborto (resta sullo sfondo)

Fin dalle prime mosse si intuisce una tematica sociale di fondo: la protagonista, Elisa, è letteralmente costretta a programmare un aborto, perchè non può “permettersi” una maternità che, di fatto, la metterebbe in difficoltà sul lavoro. È un ottimo presupposto per un horror, tanto più che ricorderebbe sulle prime film come A l’intérieur o Sola in quella casa, noti per costruire la tensione su uno specifico dettaglio legato, in qualche modo, alla fragilità. Ma il film prende una direizone completamente diversa, costruendo i propri presupposti sullo slasher puro. Tramite un’app di car pooling, infatti, Elisa troverà altre persone con cui viaggiare verso casa, tra le quali si presenteranno i principali personaggi su cui ruota la storia.

Vale la pena di osservare la storia di ognuno, il tormento individuale che assale ognuno di loro, la diversità delle loro storie poichè sarà fondamentale per capire lo sviluppo di una storia non sempre scorrevolissima ma anzi, per certi versi, narrativamente slegata o irrazionale in vari passaggi.

Le pedine

Vediamo una coppia dal rapporto forse ambivalente, un ragazzo dall’accento calabro con velleità di videomaker (sì, A classic horror story è ambientato in Calabria, anche se i panorami appaiono forse poco plausibili, ma tant’è), la protagonista di cui sopra e un uomo probabilmente alle prese con un divorzio. Pedine o paladini di un gioco macabro, di cui aspettiamo la rivelazione dell’ennesimo villain, l’epifanìa – che tutte le feste si porta via.

Quando sei qui con me…

Quando anni fa mi dilettavo a immaginare storie horror (e provavo addirittura a scriverle) Il cielo in una stanza mi suggeriva una certa vicenda di passione, romanticismo, gelosia e violenza, che avrei voluto vedere diretta ad esempio da Lucio Fulci. Vedere il film iniziare proprio su quelle note – ed una prima, raggelante sequenza – mi ha fatto sorridere e rabbrividire al tempo. Fatto soggettivo e autentico unicum, ovviamente, che testimonia come il chiaroscuro musica leggera / scena insostenibile sia tutt’altro che esautorato.

Slasher (neo)-folk

Per il resto, guardando il film c’è tutto per pensare ad un rehash di un thriller slasher modello 31 di Rob Zombi; il paragone non sembra azzardato. Dalla scuola americana si eredita il mood per la violenza esplicita, affidandola a poche miratissime sequenze. C’è poi un aspetto più “europeo”, per così dire, in ballo, ed è legato ad esempio alla scelta di musiche, sviluppate sul canovaccio dell’ultra-violenza di Stanley Kubrick, in qualche modo: Gino Paoli e Sergio Endrigo a fare da sottofondo a scene di tortura. Non sarà la cosa più inedita del mondo, ma scusate se è poco.

C’è il tempo per ricostruire il passato di ogni personaggio, assistere alla rispettiva crisi esistenziale – soprattutto al modo in cui provano ad organizzare una micro-società autogestita, prigionieri di una foresta che forse nemmeno esiste (un’idea claustrofobica che nemmeno il pessimismo di Cioran, probabilmente, avrebbe mai concepito). Uno scenario in cui avranno tempo e modo di raccontarsi, confidarsi, aggredirsi, sfogare e/o reprimere la propria sofferenza interiore.

I riferimenti

In tutto ciò, la graphic violence dell’opera, con una scena ad esempio che omaggia Tarantino ed il suo Kill Bill Vol. 2, funge puramente da valvola di sfogo, da espressione di vuoto nichilista in cui, di fatto, si tratta “solo” una partita a scacchi con la morte. Tanto più sulla base dell’imprevedibile (?) finale, che per quanto derivativo potrà sembrare (ho pensato al semi-sconosciuto S&Man, in effetti, ma potrei citarne molti altri) colpisce duro, e lo fa proprio perchè rende quel realismo ancora più credibile. Ed è qui che risiede il principale e più autentico punto di forza di A classic horror story, a mio avviso.

Certo, è evidente la derivatività (è un termine supercazzolaro, ma tant’è) dell’opera, così come si ha la sensazione di prevedere, qualche secondo prima che avvengano, determinati eventi: l’incidente stradale, immancabile in quasi tutti gli slasher. Quella maledetta sirena presagio di morte, che evoca un imminente coprifuoco (verrebbe da pensare in tempi di Covid-19), interamente virata sul rosso (anche qui, poi capiremo perchè). La scena di tortura, immancabile quanto attesa dal pubblico, che evoca un martìrio del quale sarà chiaro il senso, in chiave sociologica, solo nel finale. Il gruppo di personaggi sempre più alienato, prossimo al collasso e sempre più familiari con il mors tua, vita mea.

E poi quella casa, la casa abbandonata a cui chiedere aiuto, che sembra evocare ritualmente Non aprite quella porta. Del resto è proprio al cult di Tobe Hooper che si rifanno alcune sequenze, come quella del pranzo all’aria aperta, ad esempio, con tanto di commensali che fanno il verso alla protagonista.

Oltre il folk horror

Abbiamo sempre detto e sostenuto, anche sulle pagine di questo sito, che il cinema di genere debba e possa funzionare su questi calchi, soprattutto se innestati con ambientazioni inedite e leggende mai sfruttate nell’horror (almeno, che io sappia). Anche perchè il senso di novità è considerevole: da un lato c’è l’immaginario satanico-occultista, tipico di questo genere, che viene rimpiazzato con una leggenda specifica e, se vogliamo, fin troppo concreta.

Per quanto sia diventato un termine trendy, a volte usato impropriamente, diventa evidente la natura folk horror del lavoro, che deve più di qualcosa a film come The Vvitch o The wicker Man, e si lega specificatamente ad una leggenda sulla nascita della mafia e sulle figure mitologiche di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Con una chicca ulteriore, che in pochissimi hanno notato, giocata in termini di disillusione registica e meta-horror (sulla falsariga di quanto proposto in Ubaldo Terzani Horror Show), quasi impossibile da non spoilerare senza aggiungere altro.

Ma De Feo e Strippoli hanno anche il merito di andare oltre il folk horror, le sue maschere demoniache, i finali aperti, la parvenza snuff-amatoriale e le camere fisse che presagiscono la morte. Si porta il tutto ad una dimensione disillusa, meta-horror anch’essa. Oltre il folklore e tutto ciò che ci siamo “goduti” negli anni: streghe, leggende urbane, foreste maledette (chi ricorda Oltre il guado, per restare in tema horror italiano?). A questo punto mi sentirei di definire A classic horror story un neo-folk horror, un folk che suggerisce qualcosa di nuovo, che gioca con il senso di finzione che ha costruito.

Senza sconti visivi, con tanti primi piani, senza vedo-non vedo di comodo, con una ritualità pagana inderogabilmente disturbing, intervallata da soliloqui esistenziali e contrapposizioni tra “buoni” e “cattivi” tipici della produzione di Rob Zombi (soprattutto in 31), con un tocco di humor nero che non guasta mai: cosa desiderare di più? Horror ben fatto non è per forza sinonimo di seriosità, come molti tromboni e detrattori sostengono, e come registi come loro o John Peele sanno bene. E sì, questo è davvero un horror ben fatto.

lo stato dell’arte

Nonostante certa critica non l’abbia capito – e ne abbia evidenziato la sola componente canonical, come a dire “eccallà, l’ennesimo calco di horror di 50 anni fa” – A classic horror story ha il merito di rigenerare, dai classici, ciò che il genere aveva smesso di essere. Un horror smesso di essere sgradevole e horror, preso com’era dal farsi portavoce di presunte, rinnovate – quanto paracule – “esigenze commerciali“, perdendosi tra storiacce esorcistiche fotocopia, mostri talmente brutti da essere incomprensibili, serial killer risibili e privi di mordente, bonazze/i che prima non sanno usare un cellulare e poi sanno fare a cazzotti con Satana (ah, sempre sia lodato Schwarzy!), e via delirando. Non era quello, l’horror che sognavamo. De Feo e Strippoli ci riprovano, riportano il genere alla dimensione sinistra, onirica e rituale dei capolavori del passato, e ci riescono quasi perfettamente. Non solo scegliendo un’ambientazione inedita per una storia di genere, ma riuscendoci senza risultare risibili (il rischio c’era) con l’innesto di una metafora su certa mostruosità poco ovvia e – a suo modo – geniale, che quasi certamente nessuno aveva avuto il coraggio di mettere in scena in questa veste.

Conclusioni

Certo, certe cose rimangono forse nerdistiche o auto-referenziali (quel meta horror, la più ovvia delle scream queen, il rifacimento di alcune sequenze come calco par-paro dei classici di Hooper e Tarantino, il riferimento a Jason e Freddy…), non sarà un prodotto da promuovere cum laude, non sarà esente da difetti – ma è un horror più che valido, e merita (almeno) una visione, senza esitare. Probabilmente, per il resto, sarà capito appieno magari dalla prossima generazione di pubblico in poi, sempre ammesso che il pubblico stesso non si sia, nel frattempo, involuto e riversato definitivamente a visionare solo Instagram e Youtube.

Strappare lungo i bordi: su Netflix la serie di Zerocalcare

Se le nostre strade sembravano nate per essere ritagliate alla perfezione, per fare succedere tutto ciò che ci eravamo prefigurati nel minimo dettaglio, quasi sempre poi accade che le cose cambiano, che non facciamo quello che davvero volevamo (o pensavamo di volere), cambiamo idea, cambiamo mondi, atteggiamenti, frequentazioni. Magari subiamo una perdita, ci rompiamo in mille pezzi impossibili da ricomporre, eravamo al pub e adesso siamo dentro un vortice, una spirale.  E ciò che rimane di quei percorsi falsamente stabiliti, alla fine, non sono che pezzi di carta tagliuzzati malamente, senza un significato apparente e di cui non sarà facile nè banale trovare un senso.

Strappare lungo i bordi è giusto quell’idea perfezionista (in realtà fallace e ben poco rassicurante) alla base della popolarissima serie di Zerocalcare, nuova serie TV amata e magnificata dai più, incentrata sulla narrazione dei percorsi di vita e della loro imprevedibilità. Se volessimo individuare un topic universale sviscerato nella serie forse, alla fine dei conti, ci rimarrebbe questo.

Uscita il 17 novembre 2021 su Netflix, si tratta di serie-lampo di soli 6 episodi, di circa due ore complessive di durata, in cui si racconta una brevissima storia di Zerocalcare (dal tono ovviamente autobiografico) localizzata tra Roma e Biella, nei luoghi (a partire da Rebibbia e Ponte Mammolo) in cui l’autore è cresciuto. Chi conosce le sue opere e la prolificità dell’autore, troverà esattamente quello che si aspetta: un flusso di coscienza spassoso ed autentico, che si perde in mille meandri narrativi, fatti di sotto-storie e micro-narrazioni. Tanti altri coglieranno forse meno: andrebbe citata la critica più in voga, l’unica, con cui ad esempio Guia Suncini rimprovera alla serie di essere in romanesco poco comprensibile (e si sdegna vagamente per la “permalosità” di chi non accetta la critica). A parte i toni che erano forse evitabili, e che sono tipici di chi critica anche lecitamente un’opera facendosi prendere la mano (tanto più nell’era dei social), si intuisce essere una polemica poco funzionale, dato che il linguaggio non poteva che essere quello. Non avrebbero comunque potuto realizzarla in modo diverso, salvo ottenere effetti tipo “lo spinoff neozelandese di Superman”, insomma quasi uno Z movie in cui nessuno è quello che dovrebbe. E poi sono presenti i sottotitoli, utili soprattutto per chi volesse guardarla mentre sta usando un frullatore oppure in mezzo al traffico (non mentre sta guidando, si spera). Tutto questo si barcamena in una discussione polarizzata e irrisolvibile per sua stessa natura, che rischia di non cogliere la sostanza dell’opera.

Del resto quella che può sembrare una storia frammentata ha pure il pregio di far ridere sul serio (e anche tanto, in certi momenti, il che non è poco), per quanto il principale merito di Strappare lungo i bordi risieda nella sua sensibilità artistica e sociale, e anche nella sua sintesi auto-conclusiva, con un finale sentito e sincero, privo delle ambiguità classiche modello “e mo’ so cazzi vostra, famo artri 18 milioni de puntate“. La sintesi è un pregio indiscutibile anche in questo caso (chi mi legge sa quanto poco apprezzi le serie TV in quattordicimila puntateTM), ed evita potenziali derive auto-indulgenti che avrebbero reso il prodotto meno incisivo, meno in linea con il fumetto ed il mood da cui è tratto. Solo sei puntate di circa venti minuti ciascuna, basate su personaggi e cifra stilistica del fumetto La profezia dell’armadillo (lavoro di cui esiste anche un film, vale la pena ricordare, disponibile su Amazon Video), per quanto l’idea di animare i personaggi derivi da Rebibbia quarantine, la serie animata essenziale, potenziale “pilota” e anticipatrice di Strappare lungo i bordi, trasmessa durante il lockdown su La 7 nel programma Propaganda Live.

La narrazione di Zerocalcare, del resto, non poteva che basarsi sul flusso di coscienza, in cui la storia delle sue giornate è intervallata dalla coscienza rompipalle dell’Armadillo (voce di Valerio Mastrandrea) e da apparizioni di figure fugaci umane quanto condizionanti, paranoie, ansie, problemi psicologici e “accolli” di ogni ordine e grado. Una storia in grado di mettere in primo piano la fragilità dei personaggi, senza limitarsi ad essere una mera voce generazionale (la stessa generazione, per inciso, sfiancata dal precariato, dall’incertezza e/o dai fatti del G8 di Genova). Le puntate sono state scritte evidentemente di getto, con uno stile da tradizione orale, da racconto di strada, in cui la colonna sonora non poteva che essere basata sui brani amati dall’autore: dai riferimenti imprescindibili nell’ambito punk (Klaxon, Gli ultimi) a finire su una miriade di altri artisti, di qualsiasi genere possibile (o quasi): Band of horses, Billy Idol, Tiziano Ferro, Manu Chao, M83, Apparat, Ron. Il tutto senza dimenticare il fondamentale e determinante contributo di Giancane, che firma la sigla della serie.

Uno stile ben “allenato” da libri e strisce a fumetti, note da anni ai fan dell’artista, evitando fin da principio le narrazioni diluite e didascaliche un po’ tipiche di gran parte serie televisive in genere (per un mix di probabili ragioni, siano esse pratiche, di tempistica o di budget). Parte col botto e finisce ancora meglio, con un imprevedibile finale e uno storytelling che diventa, a quel punto, leggermente più composto, ma ugualmente poco convenzionale. Un climax narrativo che sfocia in un dramma che esplica l’ennesimo “strappo” fuori norma, a cui sarà impossibile restare indifferenti. Se la narrazione della serie è diretta, lineare, realistica e ovviamente intrisa di romanità (fatta di continui paragoni creativi, metafore e accostamenti grotteschi), al tempo stesso è una storia al cui stile forse bisognerà abituarsi (specie se non si è letto abbastanza Zerocalcare nella vita), che fa prendere gusto in corso d’opera ed è in grado di appassionare e incuriosire.

Se l’ispirazione del lavoro è chiaramente ispirata a serie TV come I Simpson, è evidente la relazione con una serie come Bojack Horseman, che è riuscita a rendere delle “semplici” gag satiriche un prodotto di spessore para-letterario, filosofico e psicologico – eppure profondamente pop. E sarebbe ingiusto non tributare i pilastri narrativi che sottendono alla narrazione di Strappare lungo i bordi: le ansie quotidiane di ognuno di noi di fronte ai cambiamenti, ovviamente, ma anche le conseguenze delle relazioni tossiche, le estreme conseguenze a cui possono portare e le direzioni che possono prendere le vite di ognuno di noi. Noialtri di quella generazione, più o meno, costretti a volte dalla luce all’oscurità senza appello, a volte mentre stavamo-decidendo-cosa-fare.

Michele Rech / Zerocalcare si è fatto conoscere in questi anni come autore di ben 12 libri (al momento in cui scrivo) più un’infinità di collaborazioni e spin off più o meno estemporanei, in grado di portare il fumetto italiano oltre la seriosità delle produzioni classiche – e diventando, peraltro, la prima serie animata italiana a sbarcare su Netflix. Prodotto da Francesca Ettorre, Michele Foschini, Davide Rosio, Giorgio Scorza, ed interamente ideata e realizzata da Zerocalcare in collaborazione con il lavoro alle animazioni di Valentina Seghizzi e molti altri, Strappare lungo i bordi è da pochi giorni disponibile per gli abbonati Netflix.

Archive 81: recensione, trama e cast della serie TV su Netflix

Da due settimane Archive 81 – Universi alternativi di Rebecca Thomas si trova sulla cresta dell’onda tra gli spettatori di Netflix, anche in Italia – dove è comparsa con tanto di buon doppiaggio (tanto vale scriverlo a chiare lettere). Classe 1984, la Thomas è nota per il film (ispirato a Pasolini, per la cronaca) Electrick Children e per un episodio (il primo ) di Stranger Things, oltre che per questo Archive 81 prodotto e distribuito da Netflix e Atomic Monster, con Paul Harris Boardman e James Wan (Insidious, Saw: L’enigmista) come produttore esecutivo.

VHS ritrovate, ambientazione da inizio anni 80, tensione e distorsioni temporali ci conducono in una dimensione narrativa complessa, accattivante e che si preannuncia piuttosto lunga. Ma cosa c’era in quelle videocassette?

Trama

Dan è un esperto di archivistica in grado di recuperare vecchi nastri di VHS d’epoca, riportandoli in condizione di poter essere visionati. Durante il proprio lavoro si imbatte nella singolare storia del condominio Visser, distrutto da un incendio ed i cui condomini sembrano scomparsi nel nulla. Una multinazionale di cui non si sa nulla nemmeno dal web, nel frattempo – la LMG – lo contatta per proporgli un restauro pagato una cifra spropositata, da svolgersi  in una casa sperduta modello Shining. Inutile sottolineare che durante il proprio lavoro succederanno strane cose: i personaggi dei filmati VHS sembrano quasi rivolgersi a lui, e la figura del padre del protagonista (prematuramente scomparso) apparirà all’interno di uno dei nastri.

E se la LMG fosse un’enorme multinazionale di giochi da tavolo? […]

Recensione

La genesi dell’opera è senza dubbio curiosa perchè, tanto per cominciare, è stata prodotta sulla falsariga narrativa dell’Inferno di Dante Alighieri. Quantomeno, il riferimento è sostanziale: il protagonista si chiama Dan (T.), mentre il suo accompagnatore sarà, come si scoprirà, Virgil. Ma non solo: non mancano i personaggi di Beatrix, il cerchio (riferimento a quello dantesco) e naturalmente, essendo una serie thriller horror, Kharon, il Caron dimonio. Alla base della trama gli aspetti più inquietanti legati alle videocassette VHS (per qualche strano motivo quel formato video induce una specie di paura ancestrale) nonchè alla storia, confermata solo in parte, che alcune di esse fossero state commercializzate come snuff (ovvero filmati in cui si assiste a morti reali, di animali o persone, non sceneggiate o simulate). L’inferno di Archive 81 non sembra dissimile da quello mortifero, inquietante e a suo modo ordinario di Antrum.

Fosse solo una serie TV modello mockumentary horror, forse, non varrebbe forse neanche la pena approfondirla: certo, i riferimenti ad elementi fondanti di film come V/H/S, The last horror movie The poughkeepsie tapes, S&MAN non sono da poco, e restano sostanziali. Ma c’è dell’altro, e basta vedere i primi trenta minuti dell’episodio pilota (su Netflix, ovviamente) per capacitarsene. Peraltro, gli stessi vengono declinati dentro Archive 81 (dove 81 fa riferimento all’anno 1981, per capirci) nel senso più paranoico possibile. Ed è chiaro che Dan è un archetipo, oltre che letteralmente dantesco, del protagonista medio di serie come Ai confini della realtà, travolto o coinvolto da un gioco più grande di lui, forse manipolato da tante scatole cinesi panottiche, in cui tutti possono spiare tutti. Nulla di diverso dal mondo qualunquista e iperconnesso in cui viviamo, in effetti, e di cui questo Archive 81 si mostra in tutta la propria preoccupazione, tensione e paranoia, per una serie che è (solo per comodità) di genere horror sovrannaturale e che, ad oggi, conta otto episodi in tutto. Molto probabilmente e come da tradizione, non si fermerà neanche a questi ultimi.

Del resto il buon Dan, difensore della propria privacy dalle incursioni internet (come dice a più riprese lui stesso), a parte essere un personaggio romeriano – un solitario, oppresso dalla società e di etnia afro-americana, come il Duane Jones / Ben de La notte dei morti viventi –  è uno scettico convinto: non crede al sovrannaturale, lo rigetta e nasconde un passato traumatico (aveva pure un padre docente di psicologia, come se non bastasse). Un vero e proprio en plein di stereotipi psico-sociali – e, anche solo per questo, vittima designata delle peggiori sofferenze di qualsiasi opera di questo tipo.

Opera molto diretta, pertanto, ispirata ad un sottogenere mockumentary preciso e a suo modo archetipica (nonostante l’idea di fondo non sia nuova), diretta brillantemente da una regista con le idee chiare. Girata, peraltro, riportando alla luce le narrazioni classiche di pseudo-snuff exploitativi, paranoici e gran guignoleschi come quelli citati: il mood paranoico e spaventoso non è cambiato, e farlo diventare una serie TV relativamente pop non era cosa banale.

Tanto più se nel farlo si evitano gli eccessi dei vari filmacci qui citati, rimanendo su un equilibrio visuale e comunicativo di sostanza, che si riflette, soprattutto, in un horror lucido quanto onirico, anche solo nella trovata dei “paralleli comunicanti” mediante nastri VHS. Nastri, questi ultimi, simbolo di un tempo che non c’è più, di un filmato amatoriale che è simbolo quasi implicito di scheletro nell’armadio, filmato amatoriale come locuzione più ambigua che mai (..amatoriale in che senso?). Un cinema ritrovato on the road, parte del vissuto di ognuno di noi,un espediente narrativo in parte abusato ma che qui, nonostante tutto, si rinnova con saggezza nel gioco di ricicli del caso.

Archive 81 è anche debitore di (ovvi?) echi ottantiani, gli stessi che serie come Stranger Things hanno saputo sfruttare (forse in vaga modalità poser, in quel caso), sulla falsariga del dubbio ancestrale che un qualche parente di qualsiasi famiglia custodisse sempre e comunque VHS atipiche nell’armadio della nonna. Ma anche solo (se preferite) del sano, classico e archetipico effetto nostalgia, lo stesso rievocato periodicamente da radio e TV – nonchè sbeffeggiato da South Park mediante la trovata dell’uva parlante, i ricordàcini.

Effetto che in questa sede va al di là della semplice evocazione modello “si stava meglio quando si stava negli anni 80″: grazie alla trovata dei mondi paralleli alternativi, di fatto, dentro Archive 81 il sottogenere acquisisce, finalmente, nuova linfa. Suscita, a suo modo, curiosità rinnovata, anche nel pubblico meno propenso o più disilluso da mille mostri e villain considerati poco attuali o poco credibili. Il tutto anche grazie all’idea di un protagonista credibile quanto insolito, affiancato da una sorta di doppelganger femminile con cui ovviamente, si instaurerà fin da subito una sorta di legame psichico. Due protagonisti – forse volutamente, a questo punto – fuori norma, romeriani e carpenteriani a tutti gli effetti perchè multi-etnici, umani e coinvolgenti.

Ci basta questo per farci amare, una volta tanto, una serie TV: specie noi che difficilmente le apprezziamo, in generale, siamo felici di essere smentiti.

Cast

Mamoudou Athie – Dan Turner
Dina Shihabi – Melody Pendras
Evan Jonigkeit – Samuel
Ariana Neal
Matt McGorry
Martin Donovan Martin Donovan …
Daniel Johnson Daniel Johnson …
Kate Eastman Kate Eastman …
Charlie Hudson III Charlie Hudson III …
Kristin Griffith Kristin Griffith …
Johnna Leary Johnna Leary …
Eden Marryshow Eden Marryshow …
Jacqueline Antaramian Jacqueline Antaramian …
Jaxon Rose Moore Jaxon Rose Moore …
Trayce Malachi Trayce Malachi …
Sol Miranda Sol Miranda …
Hilda Ivette Rodriguez Hilda Ivette Rodriguez …
Martin Sola Martin Sola …
Shay Guthrie Shay Guthrie …
Gameela Wright Gameela Wright …
Africa Miranda Africa Miranda …
Allyson R. Hood Allyson R. Hood …
Penelope Bauer Penelope Bauer …
Frances Chao Frances Chao …
Dennis Joseph Dennis Joseph …
Georgina Haig Georgina Haig …
Roger Petan Roger Petan …
Robert Kwiatkowski Robert Kwiatkowski …
Meg Hennessy Meg Hennessy …
Nick Podany Nick Podany …
Gilles Geary Gilles Geary …
Zach Villa Zach Villa …
Ellen Adair Ellen Adair …
Michelle Federer Michelle Federer …
Emy Coligado Emy Coligado …
Mitzi Akaha Mitzi Akaha …
Anaya Farrell Anaya Farrell …
Ken Bolden Ken Bolden …
Carla Brandberg Carla Brandberg …
Curtis Caldwell Curtis Caldwell …
Ebony Cunningham Ebony Cunningham …
Jay Klaitz Jay Klaitz …
Rosie Koster Rosie Koster …
Angela Nicole Hunt Angela Nicole Hunt …
Jake Andolina Jake Andolina …
Ahlam Abbas Ahlam Abbas …
Kaylin Horgan Kaylin Horgan …
Teri Clark Teri Clark …
Joseph Cannon Joseph Cannon …

Trailer ufficiale

 

 

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