2001 Odissea nello spazio: la fantascienza concettuale di Stanley Kubrick

Durante una missione spaziale viene ritrovato un monolito artificiale conficcato nella superficie lunare; con l’aiuto di un’avanzatissima intelligenza artificiale (HAL9000) si cercherà di scoprire di più.

In breve. Fantascienza cupa e psichedelica, dal ritmo lento ed inesorabile. Non per tutti, e fin troppo ricco di implicazioni socio-filosofiche, è un eccellente saggio di fantascienza sperimentale da riscoprire ancora oggi. A 50 anni dalla sua uscita.

Basato su un soggetto di Arthur C. Clarke (autore del romanzo omonimo, uscito in contemporanea al film), 2001 Odissea nello spazio è un prototipo di fantascienza unico del proprio genere: è infatti in grado di proporre schemi narrativi e concettuali molto intricati e differenti da qualsiasi altro lavoro visto fino ad allora. In tal senso, 2001 Odissea nello spazio rimane, per puro paradosso, un archetipo difficile o impossibile da imitare: le sue tematiche di fondo sono complesse, il suo ritmo è lento, inesorabile (in molte fasi sembra quasi voler “sfinire” il proprio pubblico), al tempo stesso rimane un capolavoro del cinema nel quale è davvero difficile trovare dei veri e propri difetti (se non nel suo volersi mostrare profondo, filosofico e forse implicitamente indigesto per parte del pubblico meno abituato).

Sono due le tematiche del film kubrickiano che vengono accuratamente sviscerate: da un lato vi è il rapporto tra intelligenza artificiale ed esseri umani, dall’altro l’esplorazione dello spazio e le sue implicazioni. Computing Machinery and intelligence, il pioneristico articolo di Turing che si interrogava sulla possibilità di rendere le macchine “pensanti”, o meglio (riformulando la domanda) se una macchina possa comportarsi (in modo non distinguibile dall’esterno) come un essere umano. In tal senso il gioco dell’imitazione (the imitation game, scrive Turing) consiste proprio nella possibilità (o meno) di realizzare macchine “pensanti” in tal senso. Tale contributo – uno dei più importanti in assoluto per lo sviluppo dell’informatica moderna – era uscito 18 anni prima di 2001 Odissea nello spazio, per cui è plausibile che sia Clarke che Kubrick lo conoscessero. Nel sentire la voce gelida ed impersonale di HAL9000 (il computer euristico di bordo a cui è affidato, in modo irresponsabile, l’intero controllo della nave spaziale) sembra quasi di vedere una versione filmica basata su quel complicato articolo, e sulle sue numerose implicazioni sociali, logiche, religiose e morali. Del resto la cosa più interessante è legata all’umanizzazione estremizzata del computer: è tanto “umano” da fare gli auguri per il compleanno di un membro dell’equipaggio, mostra sensibilità nei confronti della buona riuscita della missione ma è anche in grado di diventare un potenziale assassino, per quanto in modo dilettantesco e privo di esperienza.

Dall’altra parte, a creare un secondo, gigantesco aspetto concettuale, vi è uno dei leitmotiv più diffusi nel cinema di ogni tempo, ovvero la possibilità che esistano civiltà extraterrestri in qualche remota località dello spazio. Anche qui i riferimenti scientifici e culturali sono concreti (dall’equazione di Drake che ha provato a formalizzare la probabilità che queste civiltà esistano, fino al noto paradosso di Fermi), ma Kubrick si mostra gelido, imparziale, sostanzialmente scettico a riguardo. Del resto non mostra nulla che non derivi dall’evoluzione umana – a cominciare dall’atipico incipit in cui assistiamo all’alba dell’uomo, ed alla sua scoperta delle armi come mezzo di oppressione – eccezion fatta, naturalmente, per il monolito, il gigantesco blocco di pietra che (a parte somigliare ad uno smartphone di ultima generazione, visto oggi) è il vero fulcro simbolico della storia, con numerose implicazioni fattuali. Se da un lato sembra essere il mezzo alieno con cui le scimmie imparano a combattere tra loro, diventa anche un inquietante monito per gli astronauti a non avvicinarsi a mondi e conoscenze al di là del proprio. Un monito quasi lovecraftiano, a ben vedere, con tutto quello che ne consegue dalla sua celebre e pluricitata (e spesso fraintesa) letteratura.

In tal senso, pertanto, il fischio assordante che allontana l’equipaggio mentre si stanno scattando una foto vicino a sè pare vagamente su questa falsariga, così come è alquanto riconducibile alla mitologia brutale e nichilista dello scrittore di Providence il tono generale di 2001 Odissea nello spazio. Lo spazio esplorato è silenzioso, fa paura sul serio: non è un affascinante fondale in cui si combattano epiche battaglie (come imporrrebbe la saga di Star Wars), ma viene ridotto ad un mare oscuro che assorbe, inghiotte e uccide. I suoi mostri non si vedono, certo, ma sembrano esistere lo stesso – e soprattutto sono mostruosità spaventose quanto intangibili (una di queste è l’invecchiamento precoce dell’astronauta). Il viaggio – anzi, le due missioni spaziali distinte a cui assistiamo nel film – vogliono sembrare scientificamente plausibili per tutta la durata della pellicola, ed in questo Kubrick è attento a non degenerare in spettacolarizzazioni inutili quanto gradevoli per il vituperato “grande pubblico”. Basti pensare, ad esempio, alla sequenza della morte improvvisa di uno degli astronauti, a cui viene scollegato improvvisamente il tubo dell’aria e che vediamo morire cinicamente in pochi secondi, senza che il collega abbia il tempo di avere alcun genere di reazione, di avvisare qualcuno, di tentare alcuna eroica impresa di salvataggio. La fame di realismo che diventa puro nichilismo è ancora una volta sullo schermo, forse in questa sede per una delle prima volte in assoluto nella storia del cinema.

La fantascienza di 2001 è l’unica mai toccata da Kubrick – se si esclude la considerazione relativa, per quello che ci interessa, che Arancia Meccanica di qualche anno dopo sia ambientato in una Londra futuristica e alienante – e si distacca dal modello dominante della sci-fi, mostrando una narrazione personale incentrata sul diretto coinvolgimento del pubblico, sulla drammatizzazione degli stati d’animo (pure dal punto di vista di un computer, quando addirittura afferma di sentirsi morire mentre viene scollegato) e sull’affiancamento con la natura istintiva dell’uomo, in ogni tempo, in ogni luogo, da ogni punto dello spazio. E quell’enigmatico bambino delle stelle (Star Child) finale, simbolo di una probabile rinascita dell’uomo, finisce per nascondere ulteriori implicazioni e suggestioni, forse ancora più vivide nei tempi post-pandemici che viviamo oggi.

Brazil: un sublime saggio distopico, tuttora ineguagliato

Sam Lawry è un tecnocrate onesto e sognatore quanto timido ed impacciato, che opera per il complicatissimo settore burocratico di una distopica società occidentale: ossessionato da un sogno ricorrente nel quale raggiunge, alato, la donna dei suoi sogni, un giorno finisce per riconoscerla in una conoscente…

In breve. Considerato un capolavoro del genere sci-fi distopica (secondo Harlan Hallison si tratta addirittura del migliore in assoluto) si tratta effettivamente di un lavoro di eccellente fattura, che riprende toni e tematiche di “1984” (G. Orwell) ed è ambientato in uno scenario surreale, ricco degli aspetti bizzarri che i fan dei Monty Python riconosceranno immediatamente. La tragedia di un essere umano schiacciato dalle assurdità burocratiche moderne, che si tramuta in una feroce satira contro un certo tipo di modernità.

Brazil” di Terry Gilliam è un surrogato – che non esiterei a definire epico – di tipiche situazioni di fantascienza distopica, ricchissima di simbolismi (che il regista sembra visibilmente aver amato alla follia), e che dai simbolismi stessi non si fa appesantire, come in altri film sarebbe facilmente potuto succedere. Proponendo un gioco duale e funambolico tra la realtà (sgradevole, noiosa e monotona) ed il sogno più liberatore che possa esistere, rende difficile comprendere cosa sia vero e cosa invece costruzione mentale. E nel fare questo Gilliam sembra essere stato molto attento a non cedere ad intellettualismi troppo astratti, confermando la natura “pop” del genere ed allegandovi messaggi profondi e molto mirati. Si mostra la vita di un uomo qualsiasi, un vero e proprio “numero” nel quale diventa ovvio identificarsi: una persona ricca di sfaccettature, sensibile e profondamente sognatrice, che si scontra con un mondo sordo, menefreghista e schiavo di burocrazie inutili e sfiancanti. “Brazil” rappresenta la lotta di un uomo prima di tutto contro se stesso, ed a testimoniarlo ci invia un gioco di parole intraducibile in italiano (i samurai contro cui Sam combatte evocano la frase “Sam, you’re I“) che rende decisamente più comprensibile alcune delle allucinazioni del protagonista.

L’amore, visto in chiave “settantiana” come liberazione totale della bellezza e della purezza smarrita dall’uomo, assume caratteristiche “sovversive”, che non possono essere tollerate da un mondo repressivo e dominato da giocattoli tecnologici e chirurghi plastici senza scrupoli (il richiamo al mondo ipocrita del successivo Society non è neanche troppo azzardato). Per quanto il film possieda una stragrande maggioranza di elementi positivi, dunque, si rileva probabilmente un unico vero difetto nell’eccessiva lunghezza della pellicola, che finisce – pressapoco prima dell’ultima mezz’ora – per stancare un po’ lo spettatore meno paziente, lasciandolo pero’ in bilico ed imponendogli, di fatto, di vedere il tutto fino alla fine per forza di cose.

Le enormi capacità comunicative ed artistiche di Gilliam, realizzate da momenti realmente bizzarri che evocano le divagazioni dei Monty Python, si esplicano in situazioni apertamente umoristiche e, senza preavviso, tragicamente realistiche e paranoiche. Molte delle tematiche, e parte delle conclusioni, sono accumunate al classico di Orwell “1984“, a cui il regista sembra essersi ispirato servendosi pero’, c’è da specificare, di un numero superiore di mezzi espressivi rispetto alla mediocre riduzione cinematografica del famoso romanzo.

Memorabile l’interpretazione di De Niro, che compare nei panni del “libero professionista sovversivo” Tuttle, uno dei pochi alleati autenticamente umani del protagonista e focalizzato su alcune “micro-sequenze” realmente memorabili. Certamente alcune allusioni finiranno, al giorno d’oggi, per risultare inefficaci (le ossessioni da teledipendenza, ad esempio, erano state ampiamente sviscerate da Cronenberg qualche anno prima), anche se trovo impressionante rilevare come alcune trovate, come quella della macchina che fornisce volti e informazioni personali su qualsiasi cittadino, finisca per evocare l’omologazione presente all’interno dei moderni social network.

Un film di grande valore artistico e con vari dettagli sorprendenti per un film dell’epoca: da vedere almeno una volta nella vita.

Starman: la fantascienza light, romantica e toccante di John Carpenter

Gli esseri umani inviano una navicella spaziale con dei messaggi pre-registrati alla ricerca di esseri extraterrestri: qualche tempo dopo un messaggero di un altro pianeta arriva sulla Terra, ma viene attaccato perchè creduto un meteorite. A questo punto l’essere si rifugia a casa di una vedova, prendendo le sembianze del marito per farsi accettare di buon grado…

In breve. Fantascienza mansueta e alla portata di tutti, si muove sulla falsariga di E.T. e si basa quasi del tutto sul sentimentalismo a go-go; la regia è solida, ampiamente riconoscibile e Carpenter non si risparmia qualche “perla”. Da vedere almeno una volta nella vita.

Starman è un film poco noto ed altrettanto anomalo di John Carpenter, che vanta nel proprio curriculum discrete prove su generi piuttosto distanti dai suoi standard: che purtroppo, o per fortuna, non farà più nel seguito. Al di là della retorica sentimentalista che accompagna il film (adesso che è morto mio marito troverò l’uomo della mia vita nello spazio), unita ad un senso di solitudine lungo e doloroso (adesso che è morto mio marito troverò l’uomo della mia vita nell’ospizio), ciò che realmente trovo fuori luogo in Starman –  e non solo io – è la retorica sugli alieni “boni come il pane” (in tutti i sensi, verrebbe da dire), la quale, soprattutto vista oggi, suscita lo stesso mix di tenerezza e disgusto che si prova verso chi, deluso in amore, decide di ripiegare allevando api o comprandosi un criceto. Che non c’è niente di male nel farlo, per carità, e non c’è niente di male nel farsi piacere sia Starman il quale, per dirla facile-facile, non è mai stato un brutto film.

Intendiamoci, non abbiamo di fronte l’ennesimo saggio horror/fantascienza del regista, nel senso che siamo lontanissimi dai capolavori che girò anche nel seguito, e non si tratta diun film circondato da inquietanti creature deformi: semmai, gli esseri più abominevoli mostrano di essere giusto gli esseri umani, che prima inviano una navicella spaziale con dei messaggi in tutte le lingue e poi bombardano senza un domani proprio gli esseri che avevano invitato. Il pessimismo antropologico è quello di sempre, e  anzi Carpenter non si risparmia qualche siparietto ironico-parodistico: ma è l’amore, alla fine, l’unico che potrà salvarci tutti. Poi ovviamente se uno è sfigato è sfigato, specie se – come nel caso in esame – si vede morire il marito praticamente per due volte di fila.

Il problema vero di Starman non è quindi legato alla rappresentazione dell’Amore con la A maiuscola, che quella ci starebbe pure (ed aiuta a smontare la mitologia di un Carpenter spigoloso, cinico e poco avvezzo a queste cose); il problema vero è legato al focus dell’obiettivo troppo morbosamente concentrato sul rapporto alieno-donna, probabilmente nel tentativo di piacere ad ogni costo, col risultato di riuscire a stancare facilmente anche lo spettatore più propenso al volemose bbene. Se si riesce a passare su questo, e ci si lascia incantare dalla buona interpretazione della coppia Bridge-Allen (soprattutto il primo, che decide di caratterizzare il proprio personaggio facendolo muovere per quasi tutto il film con i sussulti e le movenze di un uccello, e che pare abbia studiato ornitologia prima di calarsi nella parte), Starman è un buon film e neanche sul finale straziante riesce a smentirsi. Che poi non sia a livello di Halloween o de Il seme della follia mi sembra una banalità, ma preferisco scriverlo per evitare che qualcuno fraintenda.

Basta attivare il bottoncino della “sospensione dell’incredulità” , rilassarsi per qualche minuto dalla visione di generi più impegnativi per farsi piacere anche solo un minimo questo lavoro: e, anzi, può essere la scusa per sondare ancora meglio le doti eclettiche del regista americano, qui impegnato a girare per puri scopi di “pagnotta” dopo l’insuccesso, davvero inspiegabile se ripensato oggi, del suo precedente “La cosa“.

 

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