Tulpa: l’horror di Federico Zampaglione che colpisce nel segno

Lisa Boeri (Claudia Gerini) è una dipendente modello di un’azienda multinazionale: dopo aver sgobbato e fatto gli straordinari è un’assidua frequentatrice del Tulpa, un sex-club gestito da un inquietante guru. Un killer inizia ad uccidere, uno ad uno, alcuni dei compagni di letto della protagonista…

In breve. Saggio thriller-erotico di Zampaglione che abbandona l’horror puro di Shadow e si butta a capofitto nel giallo settanta/ottantiano, con richiami fin troppo espliciti ad Argento (Tenebre, Non ho sonno). Astraendosi dal clima di omaggio al Maestro, del resto, del film rischia di rimanere meno di ciò che sembri a prima vista: probabilmente la prima metà è più accattivante e convincente della seconda, che si perde un po’ nello svolgersi dell’intreccio fino ad un finale interessante per quanto, a mio avviso, non esaltante.

Giusto qualche giorno fa leggo su Nocturno di settembre le parole del produttore Martino (1933-2013), riportate al posto del consueto editoriale di Gomarasca, che recitano un passaggio che mi resta impresso: si contrappone il cinema “di genere” a quello “di qualità”, salvo puntualizzare (giustamente, a mio vedere) che “di qualità bisogna vedere, per me sono solo dolori di panza di ex provinciali“. “Dolori di panza di ex provinciali“: non male come espressione, sia per riassumere gli ultimi anni di cinema italiano “d’autore” (roba, ricorda Martino, da far prendere un’angoscia tale da arricchire gli psicologi), sia per rappresentare – di riflesso – il pressappochismo di un pubblico che si esalta, alla meglio, alla vista dell’ennesimo clone di The Saw o Seven – sia per esprimere il malessere di un cinema, quello italiano, incensato per le consuete banalità e dato in pasto ad un pubblico viziato, capriccioso, fautore di pressappochismo da accademia e letteralmente dopato, in troppi casi, dai soliti, melensi film di “qualità”. Scrivo questo perchè è opinione comune che l’horror non sia di qualità per sua natura, salvo naturalmente le escursioni nel genere fatte da Polanski e Kubrick, e questo per una ragione fondamentale: è sporco, brutto, cattivo, indecente, del resto (dicono) sono tempi cupi, ed in pochi sembrano avere voglia di spaventarsi (anche) davanti ad un schermo.

Queste premesse sono necessarie per evidenziare, in primis, la scelta (azzardata o coraggiosa, starà al pubblico stabilirlo) di Zampaglione di evocare non il solito horror metaforico, bensì una pellicola che rappresenta un mondo vicino al nostro nel quale, a ben vedere, le deturpazioni fisiche inflitte alle vittime di turno fanno il pari con il cinismo e l’arrivismo dei personaggi. Tulpa è il film numero tre di Zampaglione, e si regge sulla performance (a mio avviso convincente, per quanto con qualche sbavatura) di Claudia Gerini, capace di impersonificare l’impiegata modello della multinazionale  – oltre che di recitare elegantemente in italiano, inglese e francese – e di rappresentarne la doppia vita: sentimentalmente repressa, ambiziosa, schiava del proprio lavoro e, al tempo stesso, in preda ad insospettabili perversioni. La donna frequenta infatti un sex-club clandestino (che da’ il nome alla pellicola), dall’atmosfera alquanto grottesca (le maschere al suo interno evocano vagamente quelle di Eyes Wide Shut) e nel quale, sotto l’egida di un guru dall’aria inquietante, i presenti danno sfogo alla propria sessualità in modo libero e selvaggio. Il tulpa, in particolare, è ripreso dal buddhismo tibetano e rappresenta una particolare emanazione dello spirito, totalmente incorporea: nel contesto del film simboleggia la capacità della mente di creare il mondo delle apparenze e,e dopo un’opportuna meditazione, materializzare qualsiasi oggetto. Questo rendere palpabile un desiderio diventa per Zampaglione – e per il soggetto di Sacchetti – espressione della sessualità repressa dalla modernità, che impone ritmi lavorativi scanditi dalle tempistiche del mercato, e nel quale tale componente, sia sentimentale che prettamente fisica, trovano spazio esclusivamente in accenni, spasmi nascosti e rapporti clandestini consumati nel massimo riserbo.

La figura del serial killer in divisa d’ordinanza – cappellaccio, guanti e giacca nera – inizia a massacrare ferocemente alcuni dei frequentatori del club, suscitando in Lisa un autentico shock ed a farle temere per la propria vita: il primo problema di Tulpa, in effetti, è proprio legato alle motivazioni del villain, troppo esili (a mio vedere) rispetto a quanto viene tirato in ballo nell’intero intreccio. La soluzione dell’intrigo in effetti testimonia esattamente questo, e credo che sarebbe stato lecito aspettarsi qualche colpo di scena in più (Zampaglione, forse in preda alla foga di realizzare un revival settantiano, ha forse perso un po’ di vista questo aspetto). Gli elementi del film sembrano costruiti ad arte, del resto, per piacere agli amanti del cinema del passato (di cui Zampaglione è dichiarato fan), attigendo così a piene mani, con l’entusiasmo sincero di chi sa a quale modello ispirarsi, ad un repertorio di sangue, violenza mai lesinata, sadismo e chiaroscuri che credevamo estinto. Certo è che il risultato, nonostante inquadrature oscure e spesso da strane angolazioni, rischia per risultare un po’ retrò, tanto da sembrare in certi istanti filmato letteralmente negli anni 70. Addirittura la colonna sonora evoca le angoscianti orchestrazioni del giallo all’italiana, e la stessa Gerini – abile nel doppio ruolo di impiegata modello seria e precisa e, al tempo stesso, trasgressiva e conturbante frequentatrice di un locale in cui si pratica sesso tra sconosciuti – contribuisce per larga parte agli aspetti positivi del film.

Certo è che il messaggio di fondo di Tulpa – omaggiare Argento, Fulci e compagnia in primis, nonchè analizzare disumanamente una società di arrivisti corrotta fino all’osso – non è neanche questa grande novità: eppure questo film, con il suo stile registico maturo e coerente, la sua trama secondo alcuni esile, con le sue interpretazioni a volte non convincenti e la cruenza dei suoi delitti (quella sì, davvero indiscutibile), sembra essere un nuovo importante tassello: magari non per la rinascita del genere thriller-horror nel nostro paese, ma almeno per annoversarsi come discreta pellicola che molti potrebbero guardare, magari, invece di volgere lo sguardo alle solite trovate facilone che, a volte, farebbero prima ad intitolare “Seven 31”, “Home Invasion 45” “Saw 59”.

Per il mero gusto di concludere come avevo iniziato, ricordo un’ultima cosa: Luciano Martino in quelle dichiarazioni mostrò di essere infastidito dal fatto che, ad esempio, il western sia stato sfruttato furbescamente da Tarantino, e seppellito giusto dall’Italia che di fatto ne era stato principale fautore. Inutile sottolineare, perchè l’ho scritto decine di volte su questo blog, come la responsabilità della carenza di horror nel nostro paese – confinato ormai quasi esclusivamente ad un fenomeno di nicchia – sia da imputare in parte alle produzioni arriviste e poco coraggiose, ma anche, a dirla tutta, ai gusti di una maggioranza di pubblico per cui trash è sinonimo di horror o magari di thrash (metal). A questo punto le critiche feroci che molti blogger hanno espresso su Tulpa, quasi sempre alquanto gratuite e della serie “è tutto uno schifo, si stava meglio quando si stava peggio, signora mia!1!!1!“, diventano quantomeno più chiare e motivate: nessun profeta in patria, meno che mai in Italia, dove a troppe persone piace lamentarsi della monotonia del cinema di oggi, salvo sbeffeggiare chiunque provi a trasgredire le consuetudini. Del resto, e ne sappiamo qualcosa, Zarantonello docet.

Vestito per uccidere: l’uomo imprigionato nel corpo di una donna

Un killer uccide una donna dentro un ascensore: unica testimone del delitto, una prostituta che si trovava casualmente sul posto…

In breve. Ottimo thriller di De Palma ispiratissimo ai lavori di Dario Argento, ma a questi livelli è quasi impossibile capire “chi” si sia ispirato a “cosa”: la trilogia argentiana era già uscita da un pezzo, Tenebre sarebbe venuto fuori solo due anni dopo. Un film, per toni e contenuti, decisamente iconico degli anni 80, uno dei migliori del genere.

Sul finire degli anni 70 Brian De Palma scrisse una sceneggiatura basata su “Cruising” (che significa “trovare partner sessuali casualmente“), un articolo del giornalista Gerald Walker incentrato sulla figura di un serial killer che sceglieva vittime omosessuali. Non riuscendone ad ottenere i diritti, lo script passò al regista William Friedkin che lo diresse nello stesso anno proprio con quel titolo, mentre alcune influenze di quella storia finirono in “Vestito per uccidere“.

Thriller forte, dai toni erotici marcati (anche se visto oggi, probabilmente, non fa lo stesso effetto) e caratterizzato da una vena tipicamente argentiana: ci sono il killer in impermeabile, il testimone chiave minacciato, il poliziotto-macchietta, l’assassinio in ascensore. Molto di questo film è chiaramente ispirato a Profondo Rosso (uscito cinque anni prima), con la differenza che i suoi toni sono molto più incentrati sulla componente erotica e sulle sue ambiguità, piuttosto che sull’atmosfera malsana. Molteplici riferimenti della storia, e a livello stilistico, rimandano al Fulci de Una lucertola con la pelle di donna, ma anche a Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? di Carmineo.

La figura dell’assassino, un “uomo imprigionato nel corpo di una donna“, è una sorta di Norman Bates in forma più esasperata, anch’esso decisamente iconico. Il suo modus operandi prevede semplicemente l’uso di un rasoio, lo stesso che avremmo rivisto infinite volte nel seguito, quantomeno fino alle fantasiose trovate di Saw. A livello stilistico De Palma si ispira ad Hitchcock, specie in certe sequenze “virtuosistiche”: quella in ascensore (col suo indimenticabile gioco di riflessi nello specchio), la sequenza finale nella penombra (mix perfetto di erotismo e tensione), ma soprattutto quella dei due amanti occasionali al museo Metropolitan di New York, che dura ben 9 minuti. Dopo interminabili silenzi, il tutto culmina in un sesso che in Vestito per uccidere perde qualsiasi valenza liberatoria: è puro nichilismo. Il killer, in questo senso, è una sorta di giustiziere-moralista che, come si vedrà, vive per primo dei pesanti conflitti di personalità.

La narrazione di “Vestito per uccidere” intriga nella sua semplicità: De Palma dirige un ottimo giallo (diremmo quasi all’italiana, se non fosse per l’ambientazione puramente U.S.A.) rinunciando a profili psicologici troppo complessi, dettagli rivelatori improbabili e finali ridicoli. Questo serve a mantenere credibile il livello della storia senza stroncarne l’efficacia e, soprattutto, senza esagerare con l’exploitation: l’unica sequenza davvero brutale, in effetti, è proprio l’assassinio di quella che sembrava la protagonista, mentre resta anche impressa una megalopoli spaventosa nella sua indifferenza (una rappresentazione che ricorda, per certi versi, quella vista in vari polizieschi tipo Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo).

De Palma, regista ed autore del soggetto, crea di fatto l’equivalente di un thriller erotico all’italiana, un esperimento che riesce e lascia il segno ancora oggi. In “Vestito per uccidere” si respira un’atmosfera puramente ottantiana a cominciare dagli interpreti scelti: un dottore ambiguo, un poliziotto sbrigativo, una prostituta che si rivelerà la vera chiave di volta. In particolare è quest’ultima (interpretata da Nancy Allen, all’epoca moglie del regista) a caratterizzare “Vestito per uccidere” dal punto di vista narrativo e visuale: lontana duecento miglia dalla parte mascolina che l’ha resa più celebre (era l’agente Anne Lewis di Robocop), qui sprigiona la propria sensualità con classe e sicurezza. La “strana coppia” che il suo personaggio crea con il figlio adolescente di Kate Miller, nerd della prima ora deciso a scovare l’identità dell’assassino, rimane impressa nella memoria dello spettatore e colpisce per la sua carica di umanità.

Come già nei film più espliciti di Argento, anche De Palma venne accusato di aver calcato troppo la mano (più che sulla violenza, ridotta all’essenziale) su sessismo ed erotismo: del resto il film si apre (e si chiude) in un’atmosfera onirica che, probabilmente, non è stata capita da molti. Una sorta di incubo erotico diventato di culto a cui Fulci ed Argento, a dirla tutta, erano già arrivati quasi dieci anni prima. “Vestito per uccidere” è uno dei migliori thriller del periodo a livello mainstream, e merita una visione ancora oggi.

 

Ab-normal beauty: l’anormale bellezza di Pang

Ab-Normal Beauty è una produzione del regista Oxide Pang del 2004, che fonde alla perfezione molti degli stilemi caratteristici del cinema horror nipponico. Agli spettatori più viziati, in un certo senso, non potrà non venire in mente la saga di The Ring, The Eye (di cui il regista fu il medesimo Pang, assieme al fratello Danny) ma anche la saga di Saw – L’enigmista. Un film a doppia faccia: horror psicologico a tinte oscure nella prima parte, frenetico e degno dei migliori anni 80 nella seconda.

In breve: Pang realizza un buon thriller nel classico stile nipponico. Piuttosto lento nella prima parte, accelera vorticosamente nella seconda.

La storia si sviluppa in una sorta di narrazione introspettiva, incentrata sulla personalità oscura della giovane Jinèy, studentessa di arte dalle spiccate doti e con una passione morbosa verso la fotografia. Dall’inizio del film la sua arte è condivisa assieme all’amica Jas, che sembra provare una torbida attrazione nei confronti della compagna. Improvvisamente Jinèy scopre, dopo aver assistito ad un incidente stradale, che quello che desidera di più è fotografare gli ultimi istanti della vita: la morte in diretta. Congelando quegli istanti in immagini morbose e shockanti, la ragazza non fa altro che esorcizzare un trauma infantile che non ha mai rimosso: un gruppo di ragazzini, tra cui il cugino, che anni prima l’avevano molestata.

Tale ricordo doloros le impedisce di provare sentimenti per il mondo che la circonda, compresa la madre troppo presa dal proprio lavoro ed il giovane ed impacciato collega Anson. La personalità morbosa e crepuscolare di Jiney, quindi, le impone di seguire l’ istinto di procurarsi morbosi book fotografici, effettuare scatti ad animali uccisi, o addirittura riprendere un suicidio in diretta. Appena convitasi a liberarsi di tutte quelle terribili immagini, Jinèy si imbatte in un serial killer che inizia a perseguitarla – prima con semplici fotografie, e poi con una videocassetta contenente quello che sembra uno snuff a tutti gli effetti. Molto presto quelle che non erano che fantasie estreme diventano una realtà cruenta, visto che il maniaco di turno sembra intenzionato a metterle in pratica contro di lei.

Costellato di sequenze sconnesse azzeccatissime, riempito da tempistiche spesso surreali, dentro Abnormal Beauty il regista rappresenta alla perfezione il mondo di Jinèy, fatto di frammenti di vita tormentati e sensazioni mai pienamente vissute. Alcuni passaggi del film, probabilmente per accentuare l’effetto chiaro-scuro, sono probabilmente troppo stucchevoli per un’opera del genere, riuscendo tuttavia a rendere l’idea in modo tutto sommato “gradevole” (ammesso che sia lecito usare questo aggettivo per un horror).

La caratterizzazione dei personaggi è efficace, anche se alcuni di essi sembrano essere usciti da un manga giapponese, da cui ereditano una certa ingenuità (Anson, che entra nella trama un po’ forzatamente, ad esempio): Jinèy stessa, pur possedendo una personalità affascinante, malinconica e ben delineata, a volte indugia troppo in sguardi fissi nel vuoto, tanto da risultare un po’ finta, se vogliamo. Se non fosse, quindi, per l’indubbio spessore della trama, e per il trauma di fondo – la chiave di lettura del tutto – raccontato con agghiaccianti flashback in bianco e nero, staremmo qui a parlare dell’ennesimo horror adolescenziale, con tanto di serial killer insospettabile e solito corredo di aria fritta. Non si tratta di questo: posso dirlo con certezza, così come rimango convinto che la parte migliore del film sia tutta concentrata nel finale: un crescendo di gore e tensione per la gioia dei cinefili più smaliziati, mentre la prima parte è dedicata a tempestare la mente del pubblico più propenso alle introspezioni intellettualoidi.

Ab-normal Beauty è, in definitiva, uno dei migliori horror recenti che abbia avuto occasione di vedere.

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