Misery non deve morire (R. Reiner, 1990)

Un scrittore di romanzi rosa (Paul Sheldon) subisce un incidente durante una bufera di neve, e viene soccorso da una sua accanita fan infermiera (Annie Wilkes), proprio nel momento in cui ha concluso il suo nuovo romanzo: l’uomo ha da poco chiuso la saga di Misery, donna sulla quale ha costruito una vendutissima saga letteraria e che, per non soffocare la propria creatività, ha deciso di far morire.  In breve. Classicone thriller mozzafiato dei primi anni 90, da associare ad almeno altre due ricostruzioni filmiche di King: La zona morta e La metà oscura. Caratterizzato da un’interpretazione memorabile di Kathy Bates (che vinse anche un Oscar per questo),e giocato sublimamente sugli equilibri tra follia ed apparente normalità. Da vedere almeno una volta nella vita.

“Sono la tua ammiratrice numero uno…”

Rob Reiner si cimenta in un classico di Stephen King (probabilmente uno dei migliori della vecchia era), puntando esclusivamente (e coraggiosamente) sull’effetto psicologico e sulla dipendenza forzata tra i due protagonisti. Senza insistere più di tanto sulla violenza fisica, e lasciando impresse nella mente dello spettatore poche ma durissime scene (su tutte le mazzate spacca-gambe al povero protagonista), senza di fatto eccedere ed equilibrando saggiamente lo svolgimento della storia. Il richiamo alle degenerazioni dello scrivere e dell’attività creativa in generale, del resto, è un richiamo fin troppo scontato ed autobiografico verso King stesso. Caratteristiche che, con le dovute eccezioni, fanno parte in modo naturale della produzione dello scrittore, che è diventa celebre negli anni anche per questa ragione. Il film di Reiner – per quanto sia criticabile come poco “letterale”: del resto chi lo è davvero? – è abile nel rappresentare l’idea per quanto una trasposizione letteraria sia sempre quasi impossibile da realizzare sul grande schermo: e se da un lato passa subito il clima di abuso fisico, verbale e psicologico della signora-matrona nei confronti nell’inerme scrittore, dall’altro si fa efficacissimo humor nero sulla condizione stessa di fan. Difficile negare, in effetti, che molti quasi godrebbero nel trattenere forzatamente il proprio scrittore o regista preferito in casa, obbligandolo poi a realizzare una produzione “esclusiva”. Il potere lenitivo dell’arte e della letteratura viene rappresentato con grande accento, ma poi è quasi schernito sadicamente (Annie Wilkes trova apparente giovamento dalla lettura delle storie di Misery, salvo poi scoprirsi una serial killer). La protagonista stessa, prototipo della madre-padrona apparentemente “chioccia” e rassicurante ma in realtà pazzoide (tiene una scrofa in casa come fosse un cagnolino), repressiva e violenta, si candida a diventare un vero e proprio personaggio da slasher: forse non esattamente alla pari con un Freddy o un Leatherface, ma questo solo perchè riesce a tormentare una singola vittima. I presupposti perchè potesse diventare una sorta di babau del terrore c’erano tutti, ed è anche abbastanza insolito a mio avviso che ciò non sia potuto avvenire: ma va bene così, perchè Misery è un unicum e come tale può (e deve) essere apprezzato ancora oggi.