(The Killer Inside Me): Strutture di controllo, erosione del reale e fabbricazione dell’identità.

(The Killer Inside Me): Architetture di dominio, decadenza e simulacro.

(The Killer Inside Me): Decomposizione dell’identità, estrapolazione dei meccanismi di controllo.

(The Killer Inside Me): Trasformazioni dell’io, protocolli di alienazione.

(The Killer Inside Me): Processi di delega e alterità incarnata.

(The Killer Inside Me): Risonanza patologica, catarsi algoritmica.

(The Killer Inside Me): Dissoluzione dell’io, accelerazione del trauma.

(The Killer Inside Me): Funzione di erosione, spirale di indicibile.

(The Killer Inside Me): Processo di deriva, estrapolazione funzionale.

(The Killer Inside Me): Operatività dell’eccedenza, programma di deviazione.

(The Killer Inside Me): Funzione del disadattato – Effizienz dell’anomalia.

(The Killer Inside Me): Processi di decostruzione psichica, ottimizzazione del male.

(The Killer Inside Me): Disfunzione dell’identità, sintesi algoritmica del trauma.

(The Killer Inside Me): Meccanismi di disintegrazione del soggetto, una nuova estetica del danno.

(The Killer Inside Me): Risoluzione del trauma tramite scomposizione funzionale.

(The Killer Inside Me): Architetture del terrore, protocolli di disintegrazione.

(The Killer Inside Me): Meccanismi di controllo, stratificazioni di minaccia.

(The Killer Inside Me): Infrastrutture della violenza, architetture del pericolo.

(The Killer Inside Me): Meccanismi di distruzione e narrazioni di rischio.

(The Killer Inside Me): Osservazioni sulla violenza e l’estetica del pericolo.

Giornata nera per l’ariete: giallo all’italiana da non perdere

Durante la festa di capodanno il timido John Lubbock – un giovane insegnante – assiste con sofferenza alle effusioni di Isabelle, ricchissima donna del posto, con il suo più grande collega (Valmont), suo promesso sposo. Poco dopo Lubbock viene aggredito da uno sconosciuto mentre torna a casa, mentre Andrea, un giornalista con problemi di alcool, cerca di ricucire il suo rapporto con Helena, la sua ex compagna.

In breve. Dallo stesso regista de “Le orme“, un thriller italiano sopra le righe, con finale a sorpresa.

Descritto dai più come film contorto che predilige la forma sulla sostanza, si tratta in realtà di un piccolo gioiello del cinema di genere all’italiana, quantomeno nel proprio genere. Molte tematiche in effetti tipiche (la follia, lo sdoppiamento della realtà e la sua distorsione) sono molto meno approfondite della media, ma esiste certamente più classe cinematografica. L’intreccio è tratto, molto liberamente a quanto pare, dal romanzo The Fifth Cord di David Macdonald Devine.

Iniziano poco dopo l’avvio del film una catena di omicidi, legati da un filo apparentemente legati alla persecuzione del giovane professore, ma la verità è molto diversa – verrà rivelata solo negli ultimi minuti del film. La prima a morire è la moglie semi-paralizzata del dottor Binni, proprietario ed azionista del giornale in cui lavora Andrea: successivamente il capocronista, ritenuto co-responsabile del licenziamento dal protagonista, viene trovato morto in un parco apparentemente per infarto. La polizia arriva a sospettare dello stesso giornalista, e successivamente muore Isabelle, proprio quando si era decisa a contattare Andrea per comunicargli qualcosa di importante. Infine ad una prostituta tocca la medesima sorte: ogni delitto contiene un preciso indizio, ovvero un guanto con un dito mancante in più ogni volta, a sottolineare il numero di vittime che mancano.

Chiaro che gli echi argentiani nell’intreccio non mancano, a cominciare dal particolare sfuggente che il protagonista non riesce a ricordare, e che lo tormenterà fin quando non riuscirà a bloccare l’assassino, proprio mentre che sta per aggredire il figlio di Helena, dopo essere penetrato in casa sua. Scena interessante, peraltro, poichè oggetto di un inquietante chiaroscuro: il bambino dovrà fronteggiare l’autentico “uomo nero” da solo, mentre la madre è fuori casa e gli ha giurato per telefono – qualche istante prima – che l’uomo nero … non esiste. Esiste inoltre una certa diluizione nella trama, e questo rischia di non rendere perfettamente fruibile la storia: ma il giallo all’italiana è spesso così, in una forma che aggiunge dettagli apparentemente rilevanti al semplice scopo di confondere un po’ le acque, e rendere meno ovvio lo svolgimento dell’intreccio.

Incredibilmente si scopre che il filo conduttore degli omicidi è il fatto di essere commessi di martedì, la giornata di Marte, astrologicamente considerata una giornata favorevole per i nati nel segno dell’Ariete, come l’assassino… Nonostante il piccolo azzardo nel finale la sceneggiatura è solida, considerata nella sua interezza: tuttavia alcuni aspetti del film andavano forse approfonditi con maggiore attenzione, cercando di collegare meglio i vari personaggi che in verità rimangono abbastanza sconnessi (il film rimane poco impresso, tant’è che ho dovuto rivederlo una seconda volta per recensirlo). Superato questo difetto di massima, le interpretazioni sono molto convincenti, ed ho trovato particolarmente azzeccato lo stile da noir puro con Andrea che, con il suo impermeabile caratteristico, commenta dall’esterno lo svolgimento dei fatti nel finale, neanche fosse il cinico Henry Fonda di “Milano odia…”. La frase dell’assassino a circa metà film (“La prossima vittima è già scelta, il modo della sua fine deciso. Al di là dell’esaltazione c’è qualcosa di profondamente divino nel trasformare un essere sofferente in materia inanimata, per l’eternità“) è ripresa dal pezzo “94x Flashback di massacro” di “Misantropo a senso unico” dei Cripple Bastards.


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