Maniac (W. Lusting, 1980)

Frank Zito è un cittadino newyorkese dalle tendenze psicopatiche: avvicina donne di varia estrazione sociale ed usa fare loro lo scalpo, dopo averle uccise, allo scopo di inchiodarlo ad alcuni manichini che colleziona in casa. Potrà la frequentazione della bella fotografa Anna (Caroline Munro) mutare i suoi comportamenti omicidi e perversi?

In breve. Dal regista di Maniac cop un thriller cupissimo e piuttosto poveristico nell’impianto, con recitazione non eccelsa ed effetti interessanti solo a sprazzi (venne girato con un budget di soli 48.000 dollari dell’epoca). Nonostante questo, “Maniac” è un film seminale che possiede dei pregi innegabili – l’originalità del plot oltre ad un paio di sequenze di culto, visto che ha finito per porre le basi per una infinta scia di slasher con protagonista un assassino misogino e dal passato problematico.

maniac_posterManiac” è uno dei tanti slasher ottantiani nascosti nel sottobosco cinematografico che possiede il merito, con tutti i propri limiti, di suscitare più di qualche gradevole sorpresa. Seguendo vagamente la falsariga dei precedenti thriller exploitativi con assassini/violentatori di giovani fanciulle – si pensi a Il mostro della strada di campagna, L’ultima casa a sinistra o I spit on your grave – il film scorre sullo schermo con toni tesissimi, inquietanti e piuttosto accattivanti. Un archetipo più antico, quantomeno a livello narrativo (storia incentrata quasi del tutto sulla mente di uno psicopatico protagonista) potrebbe avere qualche assonanza con il cult brasiliano del 1964 A mezzanotte possiederò la tua anima, con cui Maniac condivide (se non tanto stile e presupposti) il tipo di storia ed il ritmo.

Nel raccontare la storia di Frank, psicopatico dalla parvenza inquietante ed affine agli stereotipi del tipo insicuro con le donne, dall’aspetto anonimo, solitario e non proprio in formissima fisicamente, Lusting realizza un film lurido, progressivamente delirante e carico di violenza. Nonostante presupposti del genere rendano il tutto (quasi) pura exploitation, la trama regge dignitosamente l’impianto che è stato costruito, e questo a dispetto di una forma visuale non troppo nitida – dovuta ai limiti di budget, con qualche piccolo effetto visivo superiore alla media. Le scene cruente, con tutti i limiti delle finte pugnalate “modello carnevale” e dei litri di sangue visibilmente finto, sono un qualcosa che – come sempre accade in questi casi – finiranno per far divertire/spaventare gli appassionati e ridere tutti gli altri: i soliti, consueti duplici piaceri dei b-movie di ogni tempo.

Guardando la pellicola emergerà progressivamente un’incredibile doppia personalità all’interno di Frank, capace di massacrare donne e sparare fucilate a freddo – una delle sue “vittime” sarà l’effettista di Romero Tom Savini, special guest del film – quanto di lasciarsi andare a qualche galanteria con la donna da cui sembra attratto (la splendida Caroline Munro), regalarle un orsacchiotto ed invitarla a cena. Un chiaroscuro inquietante che convince pienamente solo per via dell’età del film stesso, beninteso che proporre strutture narrative del genere al giorno d’oggi sarebbe originale quanto l’ennesima pellicola su zombi, trentenni in crisi adolescenziale o saghe fantasy di dieci ore di durata. Alcune sequenze di “Maniac” – assolutamente non un brutto film, tanto per chiarire – appaiono comunque un po’ “telefonate” e prevedibili per il pubblico moderno, tipo la “cronaca della morte annunciata” della bella infermiera bionda, che per qualche incomprensibile ragione preferisce andare in giro in notturna solitaria piuttosto che accettare un passaggio dalla collega. Un “colpo di genio”, s’intende, realizzato neanche sessanta secondi dopo aver letto la notizia di un serial killer che sta massacrando donne nella Grande Mela – perdonateli: stavano solo girando un horror negli anni 80. Presente inoltre qualche piccolo momento di riflessione, che serve a spezzare delle sequenze che – in circostanze differenti – sarebbero diventate un po’ noiose (“Maniac” non è certamente un film troppo ben ritmato, e questo nonostante la sua durata di soli 83 minuti): interessante infine l’analisi della fobia della solitudine da parte del protagonista, e qualche suggestione filosofico-esistenzialista tirata decisamente con le pinze (“Non c’è modo per cui tu possa possedere qualcuno per sempre: anche con una fotografia, non c’è modo…“: Henry pioggia di sangue, con il quale “Maniac” presenta diversi punti di contatto, a cominciare dalla prospettiva ossessivamente incentrata sulla mentalità del protagonista. Al di là del valore storico credo si tratti, in conclusione, di un poco più che discreto b-movie che potrebbe pero’ risultare una piacevole sorpresa per alcuni di noi.]]>

Leggi anche