Andava tutto bene, finchè non mi sono perso sul finale: il fallimento delle nostre imprese, giusto nei minuti conclusivi a nostra disposizione, ha assunto, in vari ambiti, un significato emblematico.

Perdersi sul finale è un modo per raccontare – e raccontarci – il senso delle nostre illusioni, provando a collocarle in una cornice razionale. Mi sono impegnato, ho speso molto per fare questa cosa, ma poi alla fine le cose si sono messe male. Del resto perdersi sul finale non è detto che sia avvenuto per colpa di una macchinazione esterna, un qualcosa su cui non avevamo alcun controllo: può anche capitare, certamente, ma in ambito psicoanalitico il fallimento finale può essere frutto di pura forclusione (o preclusione, forclusion), un concetto tipicamente freudiano che designa la situazione ostacolante che impedisce, di fatto, al soggetto di un diritto di addivenire al suo esercizio. In pratica perdersi sul finale può essere frutto di un un mero auto-boicottaggio.

Una delle critiche espresse più di frequente nell’ambito cinematografico horror riguarda i finali fallimentari: anche qui la dinamica in gioco è la stessa che abbiamo appena visto. Tutte le premesse c’erano perché si potesse parlare di un grandissimo film, ma poi il finale è riuscito a precludere (termine tutt’altro che casuale, come anticipato) la possibilità che ciò avvenisse sul serio. Gli horror migliori hanno quasi sempre finali clamorosi, a ben vedere, e questo rientra a pieno titolo nella società spettacolare in cui viviamo. Nulla che non ci potessimo aspettare in un mondo rigidamente performativo, che sta sdoganando il darwinismo sociale mentre impone la prestazione ad ogni costo – ci si vanta delle proprie imprese (quali che esse siano), la gente trascorrere il proprio tempo a cercare di smantellarle, è vero, è falso, è post-verità. Siamo intrisi di cultura di pseudo-debunking solo quando conviene: ancora crediamo ai gattini in bottiglia, poveri gattini indifesi, ma poi se qualcuno ha avuto successo in qualcosa è una fake news, ci sarà per forza l’imbroglio, la macchinazione, il complotto a consolarci e suggerire che non è certo per merito suo – costui o costei o costoro non hanno nulla in più di noi. Una società in cui si valuta in termini utilitaristici addirittura l’efficacia di un film, prima ancora che la sua forma artistica o gli spunti che è riuscito a generare. Il concetto puro non va di moda, ma è altrettanto sicuro che è (quasi) sempre l’ordine simbolico a costituire ognuno di noi come soggetti.

Quando mi è capitato di scrivere sui primi film negli anni scorsi su questo blog, del resto, ho spesso insistito sul concetto che il finale deve essere “perfetto“, perché si possa parlare di capolavoro o cult. E questo vale sempre, soprattutto negli horror e nei thriller dove la costruzione di un climax, per definizione, è fondamentale quanto funzionale al contesto. Ripensandoci, non so se sono d’accordo con il me stesso di allora: a questo punto è un po’ come se guardassi me stesso attraverso le lenti dei numerosi personaggi de La lettera rubata di Edgar Allan Poe.

Jacques Lacan aveva identificato nelle due scene principali del racconto una serie di sguardi concentrici, in cui possibile identificare un quoziente (il furto di una lettera di cui non si conosce il contenuto) ma anche un resto (la regina sa che la lettera è stata presa dal ministro, ma non può dire nulla per convenienza di ruolo, o per paura di ripercussioni e/o compromissione politica). Un po’ come avviene nei due atti di Aspettando Godot di Samuel Beckett, quasi gli stessi fatti si ripetono per due volte e, nel racconto di Poe, avverrà un secondo furto ai danni del ministro da parte dello scaltro Dupin, quasi per rendergli la pariglia.

Esiste insomma un primo sguardo che non riesce a vedere nulla, non vede la lettera anche se, in effetti, c’è sempre stata. In secondo luogo esiste uno sguardo che si accorge che il primo non può vedere, questa ragione si illude di essere al sicuro per ciò che nasconde, si sente onnipotente. In terzo e ultimo luogo c’è uno sguardo che si accorge, più acutamente, sia il primo che il secondo soggetto, a costituire uno scarto che costituisce il complesso intersoggettivo delle nostre comunicazioni quotidiane.

Riformulando il pensiero di Lacan, potremmo pensare che esiste uno sguardo che non bada al finale, perché vive sul momento e non pensa alle conseguenze di ciò che fa. Può esisterne un secondo che si accorge di questa discrepanza, e che potrebbe deridere il primo e illudersi di farla franca. Esiste poi un terzo che riesce a vedere entrambi che si colloca in una posizione ancora diversa di ulteriore vantaggio: dipende sempre da come ci poniamo nei confronti della complessità del mondo. un vantaggio che, beninteso, non è mai netto nè performativo, e rientra nel complesso intersoggettivo di cui sopra. Per cui si opera uno spostamento della lettera rubata (del finale incompiuto, viene in mente quello de La fortezza) anche perché è la lettera che opera come significante vuoto, mentre sono i diversi soggetti ad attribuirle un significato soggettivo, per l’appunto.

Vale la pena rilevare, a questo punto, che il finale del La lettera rubata (più che “rubata”, secondo Lacan, “messa da parte”, “prolungata”, secondo quella celebre e deliziosa analisi del termine), il finale di Edgar Allan Poe non funziona neanche un po’, ed è anche uno dei pochissimi racconti in cui questo viene. Il supremo paradosso consiste nel fatto che si tratta di una delle sue opere meglio congegnate, ma per cui il finale appare relativamente scialbo, quasi inconcludente (la storia della vendetta di Dupin sorprende, ma lascia più spiazzati che altro: il resto del mondo che fine fa?). Viene da interrogarsi sul valore effettivo di significato che facciamo assumere al significante “finale”, e ci viene il sospetto che non ci sia stato un rincaro di significato, di iper-valorizzazione.

Non viviamo le nostre vite o le nostre storie solo in funzione del finale, questo non è (ancora) un videogame: lo facciamo anche in funzione di ciò che viviamo nel mentre, in ottica accelerazionista diremmo perché sappiamo che l’unica via di uscita è attraverso.

Immagine di copertina: DALL E, “Jacques Lacan nasconde una lettera rubata

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